giovedì 27 marzo 2014

Il calore del bianco



Quando si vive soli, le ore scorrono lentamente: le incombenze quotidiane sono dilatate nel tempo, lasciano i pensieri vagare con flemma, senza fretta alcuna di giungere a qualche conclusione.
Il mio mondo era dilatato, pregustavo il momento di sedermi sotto il patio con un bicchiere di buon vino e l'unico sigaro che mi concedevo in tutta la giornata.
Lì, osservavo il manto scuro che faceva da coperta lontana, puntellato di mille vividi punti di luce, così intensi come non li avevo mai visti, nell'aria dolce di un'estate di giorni simile a una caldaia ribollente e carezzevole della frescura che saliva dal fiume a ninnarmi nel sonno.
Pensavo a come sarebbe stato l'inverno, da lì a pochi mesi, quando tutti quei colori e quelle luci sarebbero morte per fondersi nel bianco della neve di cui tanto avevo sentito parlare, non potendo certamente chiamare neve e paesaggio innevato quella fanghiglia sporca di grigio che fioccava ogni tanto in città e che si scioglieva ancora prima di toccare terra, liquefatta dal troppo calore che saliva dai cubicoli stipati di anime che chiamavano casa.

Il nome sui miei documenti è Aronne ma per tutti, qui al borgo, sono il Dottore.
Oh, non che io abbia millantato doti mediche o altro: semplicemente, mi chiamano così perché la mia casa è piena di libri, di ogni argomento e di ogni stazza e, da quando sono qua, sono diventati una sorta di pellegrinaggio settimanale per i miei vicini, come fossero un santuario di carta da ammirare e onorare con reverenza.
La cultura, quassù, fa paura, viene guardata con diffidenza; nemmeno i più giovani, che hanno frequentato le scuole superiori in città, riescono a superare la prudenza e tutti mi guardano guardinghi, pur manifestandomi una sorta di affetto e farmi sentire parte di questa piccola comunità di ben poche anime.

Arrivai qui qualche settimana fa, assieme a un camion carico di cartoni e una valigia di vestiti, presi alloggio in questa casa dalle pareti a calce, il giardino immenso corollato da querce secolari e un paesaggio da riconciliarti col mondo ogni qual volta vi cade lo sguardo: le colline che salgono fino a diventare montagna, un fiume a valle mugghiante nelle giornate di piena, i vitigni che, in autunno, infuocano l'aria con tutta la scala cromatica dei rossi.
Il mio volere tranciare ogni cavo a legarmi a un quotidiano sterile, signori, fu una scelta pensata a lungo e ben ponderata; non ho mai agito d'impulso nella mia vita che ha ormai fatto il giro della boa posta a traguardo del mezzo secolo.
Volevo fuggire da un mondo ormai troppo appiattito e privo di ogni stimolo intellettuale, così triturato entro la morsa della banalità e dei falsi miti di una politica stantia, grezza e ladra il cui l'unico obiettivo era accumulare con noncuranza, tracotanza, arroganza e, per fare ciò, erano riusciti a livellare ogni interesse che non fosse per l'ultimo modello del SUV di grido, per l'abito firmato, per una vacanza nel posto frequentato da personaggi famosi.
Un mondo che mi stava stretto, che non faceva più per me.
Da qui, l'illusione di poter ricominciare a sentirmi vivo solamente se avessi fatto tabula rasa delle persone del mondo che fuggivo.

Mi cadde l'occhio sull'annuncio di una agenzia immobiliare, a duecento chilometri da me: il prezzo era buono e la casa mostrata nelle immagini era ben tenuta e con tutto lo spazio necessario a contenere il peso del mio fardello e delizia di carta perché, diciamolo pure, la cultura è pesante, soprattutto i miei amati tomi di storia e di filosofia.
La stufa che troneggiava nel grande salone, mi diede immediatamente il senso di casa e, mentre ne osservavo le statiche immagini nell'annuncio, mi arrivò appieno una sorta di calore a farmi superare ogni perplessità o esitamento.
Durante i giorni successivi al mio trasloco, feci conoscenza con tutti gli abitanti del borgo, ché di un borgo si tratta infine.
Iniziai con donna Rita, la giunonica confinante, una mattina che decise, all'alba, di tagliare l'erba del suo prato, dentro un ampio camicione rosso smanicato, largo abbastanza da nascondere l'enorme seno cadente che si intravedeva mollemente poggiato su una pancia flaccida che aveva sicuramente visto tempi migliori; le braccia, possenti seppur anch'esse cascanti, impugnavano il macchinario come fosse un'arma contundente.
Mi piazzò in faccia un viso tondo, imbronciato, sotto una frangia di stopposi capelli biondi che urlavano l'intervento di un parrucchiere, tutta concentrata a fare andare avanti e indietro il taglia-erbe e si presentò, con un cenno della mano e un fiume di parole che scorsero impetuose, quanto devastanti quando si decise a silenziare il diabolico aggeggio.
Poi fu la volta di Biagio, il meccanico: suonò il campanello come se dovesse annunciare l'inizio di una nuova guerra, dentro a una tuta da lavoro bisunta quasi quanto la mano che mi tese per darmi il benvenuto.
Fu lui a regalarmi la panoramica degli altri vicini, dopo avermi accennato, non certo senza un grandissimo orgoglio, ai suoi bambini che venivano da lui solamente durante il week-end perché, durante la settimana, vivevano con quella “grandissima, non mi far dire, della loro madre”.
Così, quando incontrai Andrea e Renata, Alessandro e Stefania, la signora Ebe, Francesco e Nicola, la signorina Cristina, Stefano e i pochi altri, sapevo già tutto di loro: da dove venivano nonché le disgrazie nelle quali erano inciampati mentre ero consapevole della gentilezza dello scambio di informazioni avvenute grazie alle vanterie di Biagio, per cui anche tutti loro conoscevano molto di me.

Nel paese c'era un unico locale pubblico, una sorta di bar-osteria dove tutti si trovavano per un altisonante aperitivo che era, in realtà, un bicchiere di lambrusco; chi lo gestiva era la signora Sandra, una vecchietta un po' rattrappita su se stessa, che ti serviva al tavolo con fare strascicato e con una smorfia che poi imparai essere il suo migliore sorriso.
Se volevi cenare, non dovevi occupare il tavolo dopo le 18 e spesso, con i miei vicini, eravamo là almeno un quarto d'ora prima, ché Sandra non cambiasse idea: ai tavolini, si parlava delle solite cose, del tutto e del niente e spesso venivo solleticato affinché raccontassi qualche cosa della grande città che avevo lasciato, della mia storia passata, del perché avevo deciso di abbandonare fasti e lussi per rintanarmi in quel posto dimenticato da dio.
Vedevo gli occhi attenti a bere le mie parole, appiccicati alle mie labbra e curiosi di carpirmi la motivazione vera, dubbiosi che non ci fosse dietro un segreto inconfessabile.
Passai così la prima estate.

Una sera d'autunno, si era seduti in circolo attorno all'enorme stufa a legna che troneggiava a lato della diciamo sala ristorante della signora Sandra; durante l'estate, le soste dopo cena in osteria erano brevi, tutti si ritiravano nelle proprie abitazioni, approfittando delle ore di luce che permettevano di curare il giardino; tutti meno che donna Rita: lei non desisteva dal far stridere il suo infernale taglia-erba all'alba, accompagnate da un rosario di bestemmie inespresse di tutti coloro che, magari di sabato, avrebbero dormito ancora un po'.
In autunno, però, si tirava tardi nel locale, ci poteva scappare una partita a carte e la signora Sandra chiudeva un occhio se accendevamo una sigaretta per cui era piacevole restare vicino alla stufa per approfondire la conoscenza di buoni vicini.
Alessandro entrò trafelato, rosso in viso come se fosse già ubriaco ma poi capimmo che era solamente l'eccitazione che lo animava per darci le nuove notizie.
“Oh, ragazzi, mi ha detto Schenetti che un marocchino ha affittato la casa della Palmina! Anche qua arrivano, quei sozzoni, vengono a rubarci il lavoro anche quassù, non è giusto, diobbono!”
Io lo guardavo, indeciso se arrabbiarmi o tentare di spiegargli qualcosa.
“Il tuo è solo razzismo” esordii dopo aver deciso di provare, almeno, a fare capire a quella testa dura di montanaro che non doveva temere nulla dagli stranieri. “Non ti ruba proprio niente, mio caro, lo sai che chi ti paga una bella percentuale della cassa integrazione è proprio il lavoro di queste persone?”
Alessandro non ne voleva sapere, restava imbronciato, girando attorno lo sguardo con la speranza di cogliervi qualche segnale di approvazione ma tutti tenevano il capo chino: sapevo perfettamente che i commensali la pensavano come lui ma con le mie parole avevo stroncato in anticipo la discussione e preferivano mantenere l'atteggiamento moscio di chi non ha opinione in merito.
“Tu dici bene, Dottore, tu ci sei abituato a questa gente, le città ne sono piene, ne arrivano ogni giorno e guarda un po' come siamo arrivati!”
“Hai ragione” lo interruppe Cristina, una zitella di quasi cinquant'anni che però non la si poteva chiamare così, single era l’espressione in uso – come se cambiasse poi il significato, abbruttita dal desiderio di una vita migliore ma talmente apatica dal non fare niente per afferrarla. “Poi va a finire che, anche qua, nessuno esce più di casa perché sicuramente ne arriveranno altri, ho sentito dire che abitano fino a dodici persone in un appartamento di quaranta metri quadrati!”
Fu Stefano, il timido operaio dalle mani callose, che pose fine a una discussione che rischiava di portarmi a una filippica storia sull'origine caucasica di noi italiani.
“Vedrete che quando arriva la prima neve scapperà da qua, e anche tu, Dottore, rimpiangerai il tuo bell'appartamento di città.”
Spesso, durante quelle serate, mi venivano descritti, con pletora di terrificanti dettagli, i disagi che sarebbero arrivati assieme al freddo; un poco sorridevo e un poco mi preoccupavo, per cui era già da settembre che avevo la cantina stipata di tanti consolatori ciocchi di legna, pronti per essere immolati al fuoco della stufa, a santificare la minacciata stagione di morte.

“Domani nevica” esordì una sera Biagio entrando dalla porta dell'osteria accompagnato da una folata di vento gelido; le sue previsioni meteorologiche, nei mesi precedenti, non si erano mai sbagliate una volta e quindi nessuno, in sala, mise per un solo momento in discussione la sua affermazione.
Nell'andare a casa, osservai la volta del cielo, limpida come solo le gelide sere d'inverno può rendere, nera come la pece e profonda come un lago incastonato tra alberi.
Mi dicevo che Biagio si era sbagliato, c'erano troppe stelle, lassù, a osservare e stupirsi di quanto noi, quaggiù, siamo piccini al loro altare.
Nel coricarmi, misi un grosso ceppo nella stufa che iniziò a cantare in mille stridii scoppiettanti, rincuorando la mia mezz'ora serale di lettura.
Quella notte, il silenzio era ancora più profondo delle altre notti, non si sentiva nessun rumore salire da fiume sebbene fosse in piena; nemmeno i gridi degli uccelli notturni arrivavano, ogni tanto, a interferire con la diaccia pace che regnava al di là degli scuri sigillati sulla tenebra.
E fu lo stesso silenzio espanso che accolse il risveglio degli abitanti del borgo: ogni cosa aveva perso colore e si era stemperato nel bianco abbacinante che ricopriva abbondantemente ogni cosa, avvolgendo le case e asfaltando le strade del niveo biancore elargito con magnificenza, durante le ore notturne, da un cielo latteo.
Un amalgama tra cielo e terra, a santificare l'epifania delle nuove nascite dopo la morte.
Coi miei scarponi, imbacuccato come non pensavo sapessi fare, scesi con cautela gli scalini, aggrappandomi alla ringhiera ghiacciata, per raggiungere i suoni che sentivo vociferare dabbasso.
Lo spettacolo che mi si presentò, fu la risposta a tanti anni di studi e di lezioni impartite: la strada era stata sgomberata per quelli che dovevano scendere a valle con l'auto, per recarsi al lavoro.
Con una pala da neve rossa come il sangue e gialla come i girasoli d'estate, Sharif e Alessandro, lavoravano fianco a fianco, in silenzio, con rivoli di sudore che scendevano copiosi dalla fronte.
Ascoltavo una canzone di comunanza, di fratellanza, di una nuova amicizia che non aveva colore né odore, santificata dal bianco abbacinante dello spettacolo che faceva da sceneggiatura a quell'opera in cartellone ogni inverno e che io, dall'alto del mio scranno cittadino, non avevo mai veduto nella sua potenza e magnificenza.
La neve, sotto i miei scarponi, scricchiolava.



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