giovedì 4 luglio 2013

Ritratti forse imperfetti

Per tanti mesi ho avuto il timore di effettuare una scelta sbagliata; per molto tempo mi sono chiesta se decidere di lasciare la città per andare a vivere in collina sarebbe stata una decisione della quale mi sarei pentita dopo pochi giorni quando avrei avuto ben poche vie d’uscita o valide alternative: sapevo che non si tornava indietro e sapevo che scegliere di vivere dove il cemento lascia il posto a un verde dalle varie sfumature, mi avrebbe lasciata nell’ossimoro della maledizione ai chilometri che dovevo percorrere la mattina e della gioia ai rientri a casa la sera, quando lasci alle spalle la polvere, il caos, il rumore e tutto approda in un’altra dimensione.
E’ quasi come trapassare uno stargate che ti trasporta, in pochi minuti. in un mondo uguale al mio ma paralizzato a un punto imprecisato del tempo passato.
Un tempo dove le uniche frette sono quelle che ti fanno scalciare le scarpe dai piedi per infilarti un paio di comode ciabatte con le quali andare in giardino a controllare se, magari, un piccolo timido stelo di lavanda ha trafitto la terra e ha alzato le foglie verso il sole.
Un tempo dove ci sono ancora parole tra la gente, dove ti salutano i sorrisi e mani sventolanti allegria; dove i bimbi possono giocare a palla nel cortile mentre gli adulti stanno sotto le verande con un bicchiere di rosso e una sigaretta a discutere pigramente della fretta che c’è altrove ma non lì, in quel posto e in quel preciso istante che sta transitando.
E’ il tempo delle mie case passate e delle persone che le abitavano, col cortile che raccoglieva le confidenze delle spose e di noi bimbi intenti a spiare i discorsi adulti ancora, per noi, incomprensibili.
E’ il tempo della solidarietà, degli inviti alle veglie serali che ti piombano nelle ore tarde della notte senza che nessuno ti abbia avvisato dei minuti trascorsi.
E’ il riscoprire la piacevolezza del discutere del tutto e del niente, solamente per il gusto della compagnia e dello stare assieme, incuranti della nazionalità o della provenienza regionale di ciascuno degli ospiti.
Un borgo di poche case, personaggi che meritano ritratti forse imperfetti di come loro mi arrivano.
Biagio, Enea, Rachele, Renata, Andrea, Rita…
“Sono le persone che fanno le case” ha detto Enea l’altra sera.
Lui è il figlio di Biagio, un ragazzino magro magro dai curiosi occhi scuri che si abbevera di ogni parola gli viene rivolta, desideroso di apprendere e imparare; l’altra sera gli raccontavano di come deve essere gustato il cibo, chiudendo gli occhi e cercando di assaporare ogni sfumatura di piacevolezza a solleticare il palato.
Enea ascoltava a bocca semiaperta e poco dopo, quando il discorso era stato abbandonato, ha chiuso gli occhi mentre portava alla bocca un cucchiaio di ricotta che nonna Rachele gli aveva portato da Lagonegro.
Nonna Rachele e zia Agnese, partite dalla Basilicata alla sera e arrivate in Emilia dopo dodici ore di pullman, sedute davanti alla porta di casa a fare l’uncinetto mi hanno accolto lunedì sera.
Un’immagine da fermare in uno scatto, da rielaborare in un prezioso bianco e nero per dare intensità ai volti di madre e figlia, così impegnate a sferruzzare e, contemporaneamente, tenere d’occhio i nipoti urlanti impegnati in una battaglia dove i bastoni erano spade laser e i cappelli di carta alla guisa dei muratori elmetti di titanio indistruttibile, con Rachele e le sue braccia sempre alzate a fare il tifo per tutti e per nessuno.
Rachele è la sorella di Enea, si chiama come la nonna, è una bimba di quasi undici anni ed è autistica.
Vive in un suo mondo, ti chiede sempre le stesse cose e identiche sono le domande; non puoi risponderle male, devi avere una grandissima pazienza e darle all’infinito ciò che vuole sapere.
Ha gli occhi dolci, Rachele, chiari e magri: spesso ti guardano fisso ma non ti vedono, stanno inseguendo luci che vede solamente lei, mentre sente suoni che solo lei ode.
Suo padre, con lei, è di una tenerezza infinita e lo ammiro, ci vuole un coraggio enorme per trovare la pazienza di acconsentire ogni capriccio e richiesta di quella sua bambina insistente dopo dieci ore di duro lavoro in officina; Biagio fa pronto intervento meccanico a camion e autobus, lo chiamano il Rambo dell’autoarticolato perché risolve sempre i problemi che altri hanno bollato come irrisolvibili se non con la sostituzione totale di un pezzo o dell’altro.
Biagio mi conosce da nemmeno un mese ma già ha chiesto collaborazione e complicità per far sì che sua figlia acconsenta a fare una doccia quando è davvero assolutamente necessaria farla e lei non ne vuole sapere.
Enea e Rachele partiranno stasera, con la nonna e la zia, per andarsene in campagna fino ad agosto, quando Biagio scenderà al paese e, dopo le sue vacanze, li riporterà a casa.
Torneranno nel loro piccolo borgo, dove non ci sono tante storie da raccontare ma chi lo abita sta scrivendone un pezzetto di storia; non diventerà famoso come la valle di cui segna l’ingresso e che vide protagonisti assoluti i Partigiani della Repubblica di Montefiorino, non sarà scritta in nessun libro di storia, ma per me, vedere crescere quei bambini, vedere la loro curiosità, la loro innocenza, la loro capacità di divertisti semplicemente arrampicandosi su un albero, varrà tanto come la più preziosa storia mai stata scritta.
Vorrei che i miei figli potessero comprendere il valore infinito di queste piccole cose e di come, dopo anni e anni di frenesia, oggi riesco persino a essere contenta nello stirare le loro maglie che sono diventate i miei compiti a casa.
Sto invecchiando, ma mi piace invecchiare così.



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