martedì 22 novembre 2011

Il romanzo che non scrisse mai

Perché si scrive?
Me lo domando spesso in questi giorni e tento di darmi risposte che non sono verità universale ma sono la mia verità; non c’è univocità nella verità, c’è quello che dentro vi si vuole cogliere, adattandola a se stessi, a confutare o smentire ciò che è la verità dell’altra parte.
Perché si scrive?
Per parlare a noi stessi.
Nella parola scritta è più facile scivolare i pensieri pensandoli e non lasciarli fluire dalla bocca, senza soffermarsi su ciò che stai dicendo per arrivare diritto al concetto da esprimere.
Poi succede che un termine viene usato a sproposito, la parola che intendi trasmettere viene recepita nel modo sbagliato o c’è un termine, un aggettivo sbagliato non per volontà ma per fretta, oppure perché per te è un modo di dire conosciuto, una sorta di contrazione neologistica che ti appartiene ma non è invece compresa nel vocabolario del tuo interlocutore.
Nello scrivere si sta più attenti alla forma, applicando l’aforisma di non so chi diceva “Abbi ben chiaro ciò che vuoi dire, le parole verranno”.
Sì, verranno, a volte ne arrivano persino troppe e non hai il tempo materiale, fisico, di trasmetterle dalle sinapsi alla carta.
No, non alla carta, la carta non esiste più, esistono i fogli elettronici.
Che beffa, per chi ha sempre amato le pagine bianche da sverginare con l’inchiostro e con le punte larghe delle biro che rigano la carta in modo da apparire fogli in braille!
Perché si scrive?
Perché nella scrittura parli di ciò che sei e di ciò che conosci ma parli anche di ciò che non sei e che vorresti essere, di ciò che conosci e di ciò che non conosci.
Parli di ciò che si ha e che vorresti avere, parli delle proiezioni del tuo inconscio conosciuto, dei desideri, della angosce che ti arrivano all’improvviso e ti tolgono il fiato; parli di amore e di dolore, parli di passione, di volontà, di tanto, di tutto e di te e di ciò che non è te.
Costruisci montagne di parole per capire te prima che ti capiscano gli altri, è un processo infido quello perché magari poi ciò che esce dalle tue parole non emerge nel significato che tu, autore, vorresti emergesse.
Spesso non sai nemmeno cosa stai dicendo, come in questo momento.
No, lo so cosa mi sto raccontando.
E lo faccio con pudore, sperando che non arrivino, ancora una volta, come letteratura falsata e inquinata dalla volontà che non è quella che il mittente vuole arrivi ma che, per quanto faccia e quanto batta su quei tasti, arriverà sempre e comunque come il destinatario desidera, anche se la lettura è lacerante, perché è nello scavare tra lo scritto che si cerca il non detto.
La scrittura mi ha fottuta in ogni senso, mi sono uccisa con le mie stesse parole.
Buffo, vero?
“Mi sono suicidata con le mie parole”: un bel titolo, questo, per un racconto, per un romanzo.
Mi sono sempre creduta brava nello scrivere i titoli dei miei racconti, forse dovevo limitarmi a fare quello, a usare la parola solo per i titoli, a non aggiungere altro perché è quell’altro si è tracimato nell’oltre.
Dal proscenio, all’essere in scena, all’osceno, all’andare nel fuori scena, in un palcoscenico che ti ritrovi a calcare per caso.
Per caso, per volontà di essere una volta attrice sul parquet, recitare non una sceneggiatura già scritta ma scriverla di ora in ora, in divenire.
Perché scriverla?
Perché ci è vitale il farlo, per sentirsi ancora l’anima dentro e non solamente un corpo.
Perché è nel cercare dialoghi, espressioni, situazioni prima ancora di sapere qual è ciò che precede la scena ci rende umani, con desideri e ambizioni.
Lo scrivere quella sceneggiatura è vivere.
Non lo so se rientra nel teatro dell’assurdo, nel teatro comico, nel comico, nel dramma.
Non lo sa nessuno proprio perché la sceneggiatura varia, da persona a persona.
Perché si scrive, perché ci è necessario scrivere?
Perché il libero arbitrio non esiste, se ci appartenesse per davvero rifiuteremmo di scrivere, di continuare a pigiare su quei tasti fino a che i polpastrelli non iniziano a sanguinare perché nel mentre le unghie sono state rosicchiate, manicure casalinga che costa davvero poco e ti distrae, sei concentrato a mangiarti quel pezzo di lamina di sostanza cornea che dimentichi per un attimo il resto.
Se poi riesci a mangiarla al punto da farla sanguinare hai ottenuto l’obiettivo prefissato: ascolti il dolore fisico, che puoi contrastare, mentre al malore dell’anima non puoi apporre alcuna resistenza.
Se non con quel libero arbitrio che non abbiamo.
Invidio chi lo ha stretto tra le mani, lo invidio profondamente perché è stato coraggioso nel scegliere, è molto più vigliacco non farlo quando senti che alla fine è l’unica strada che resta da percorrere, a senso unico, con la consapevolezza che solamente in quella la verità travalicherà la montagna della forma delle parole per arrivare nella sostanza dei fatti.
Vorrei non essere vigliacca, desiderare il nulla al posto di questa aridità che mi sta lentamente logorando dentro e non fuori e cercare la strada per arrivarci.
Perché si scrive?
Per dirsi addio e non fare tremare la voce mentre lo si fa, cercando di ritrovare un po’ di quella dignità che si è calpestato per essere creduti.


Giancarlo rientrò a casa alla solita ora, dopo una delle tante giornate in ufficio, colme di ansie e preoccupazioni per i mille e mille ancora problemi che il suo mestiere comportava.
Il pensiero di Donatella non gli permetteva di lavorare, non gli permetteva di dormire e lo stava lentamente uccidendo, per quanto lui tentasse di arginare quei pensieri sempre tornavano a tarlarlo con la domanda insistente, con il dubbio lacerante al quale lei aveva opposto una lunga serie di bugie fino al punto che ora anche la più banale verità arrivava come falsa e falsata, come costruita per il tentativo di ricucire uno strappo al quale lui non sapeva se desiderava mettere rammendo.
L’amava, l’amava profondamente ma non sapeva più chi aveva di fronte o a fianco, nel letto, quando passavano le notti intere a sussurrarsi a fior di labbra, a dirsi il loro amore.
Le credeva in quei momenti quando uno erano coperta dell’altro?
Forse sì, le credeva ma smetteva di farlo appena lei si allontanava, ecco che il tarlo del dubbio tornava a fare segatura dei pensieri positivi, disgregandoli in polvere di dolore che lo copriva, rendendolo fragile all’accettare la minima verità.
La amava ma la odiava nello stesso tempo, perché lei non era come lui voleva che fosse, senza un passato alle spalle ma con un solo futuro che comprendesse solamente loro due e nessun altro in mezzo che non fossero le persone delle quali lui si fidava, che lui amava perché loro, a differenza di lei, non gli avevano mai mentito, che lo avevano incoraggiato quando iniziò la storia con Donatella; non sapeva se la odiava anche perché era simpatica e risultava sincera ai suoi amici, fosse stata una stronza sarebbe stato più facile, un giorno, dire loro che con Donatella era finita.
Era ritornato ad amare, a credere alla vita, a sorridere e il dubbio stava uccidendo ciò che avevano percorso, assieme, negli ultimi tempi.
Lo stava uccidendo e se si fermava e ascoltava poteva sentire i rantoli di Donatella, poteva vedere le sue unghie insanguinate nel tentativo di trattenere a sé ciò che lei diceva essere la cosa più bella le fosse capitata nella sua vita.
L’aveva mai ascoltata per davvero non con le orecchie ma col cuore?
Forse no, se lo avesse fatto il tarlo del dubbio sarebbe stato lontano da lui e non ci sarebbe stato quel dolore denso come miele ad avvilupparli vischiosamente come fosse bocca di un serpente che li stava lentamente masticando e sputando.
Le apriva le braccia, l’accoglieva e poi le ritirava.
Le dava calore per un momento per poi lasciare arrivare sulla punta delle dita il gelo.
Giancarlo aveva paura, semplicemente, di riconoscere in Donatella ciò che nessuna era mai stata prima.
Non poteva accettarlo, non esistono donne diverse da quelle che amano i lupi.
Non poteva accettare che una donna, dopo essere stata azzannata da un lupo, potesse abbandonare quella sorta di compiacimento sottile che si prova nel farsi azzannare, con la speranza di continuare per farsi leccare e non mordere e uccidere dentro; le donne amano chi le tratta male, questa era la verità di Giancarlo.

Andò in cucina, era deserta.
Donatella doveva essere lì, era già oltre l’orario solito del suo rientro ma non c’era.
La chiamò; ebbe in cambio solamente il silenzio denso delle pareti.
Andò in camera da letto, aprì le porte del bagno ma Donatella non c’era.
Il cellulare suonava vuoto.
Aprì la porta dello studio, sul computer trovò una lettera dentro ad una busta.
La grafia ordinata di Donatella, tre sole parole: io ti amo.
Giancarlo aprì la busta e lesse, attentamente; rilesse ancora una volta domandandosi se era letteratura o cosa.
Rilesse ancora scuotendo la testa e dicendo a se stesso che ancora una volta lei gli mentiva, voleva uscire di scena come una diva ma in realtà non avrebbe mai avuto le palle di uscire da quel proscenio.
No, era troppo vigliacca per farlo, lei mentiva, ancora una volta, inscenando una tragedia greca o una sceneggiata napoletana di lacrime e core.
Perché si scrive?
Chi era veramente Donatella?
Scivolò la lettera a terra, cercò ancora una volta dentro di sé la risposta e seppe, in quel momento, di conoscerla; non sapeva più, però, se sarebbe riuscito a dirlo a lei.
Sarebbe bastata una sola parola che lei gli aveva supplicato, implorato.
Con le ginocchia sanguinanti come le unghie, con gli occhi magri e spenti di tutto, con le gote incavate e senza più gioia.
“Credimi”, gli diceva.
Perché le aveva domandato “Chi sei?” anziché risponderle con un semplice “Sì, ti credo perché ti amo”?
Iniziò a odiarla profondamente in quel momento, al punto di gioire del fatto che non ci fosse più, che le ombre erano davvero e per sempre andate via lontano da lui.
Ora poteva tornare a leggere delle ombre di uno dei suoi libri di racconti preferiti..
Se per un momento la nostalgia di un istante brevissimo, legato a quel libro, lo avesse sfiorato, avrebbe finto fosse stato altro; avrebbe ignorato quale fosse stata la verità di quel momento di commozione ed emozione.
Dimenticando che proprio in quel libro lo scrittore chiede “Qual è la Verità?” e la sua ombra gli risponde “La Verità, con la maiuscola, non esiste.”

Erano passati molti anni da quel giorno, era ormai un ricordo seppellito tra tanti altri dei quali non si sapeva cosa trattenere o cosa dimenticare per sempre anche se non sempre ciò che si desidera è ciò che si ottiene.
Donatella era sparita dai suoi incubi, aveva una nuova compagna, dopo aver perso il sorriso era riuscito a ritrovarlo con Lucia, una donna semplice, gentile e del tutto priva delle complicanze del terzo millennio.
Vivevano assieme, lavoravano assieme, erano sereni, la loro quotidianità era fatta di piccole cose e aveva imparato ad accontentarsi di quelle.
Il corriere suonò il campanello, con una voluminosa busta tra le mani.
Gli fece firmare la ricevuta e gli consegnò il pacco dove era indicato solamente il suo nome, come destinatario, e nessun mittente.
Chiuse la porta, dalla cucina Lucia gli chiese chi era e Giancarlo rispose “Nulla, la solita carta di qualche scribacchino con ambizioni letterarie”.
Era un manoscritto, un titolo, in tahoma 18 grassetto, in blu scuro: “Perché si scrive?
Il sottotitolo più piccolo: “A coloro che non hanno creduto e non smetteranno di credere alla pornografia del pane e delle rose”. 

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