giovedì 6 ottobre 2011

Viaggi - V


Un nuovo viaggio, identico eppur diverso dai precedenti.

“Il treno Freccia Bianca n.9823 proveniente da Pescara e diretto a Milano Centrale, viaggia con cinque minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disguido.

“Il treno Interregionale n.784 proveniente da Bologna e diretto a Piacenza è in arrivo al binario 7, ferma a Reggio Emilia, Rubiera e Parma. Allontanarsi dalla linea gialla.”

Anche gli annunci sono sempre gli stessi; così come sempre sono identici i numeri dei binari, sono identici anche i ritardi negli stessi binari.
Il viaggiatore di seconda classe riflette che il Freccia Bianca n.9823 slitta ogni volta nell’impazienza di salire la pensilina ma ne coglie il lato mezzo pieno: rapina quei minuti per riempirsi i polmoni della sigaretta che già pensava di fumarsi solamente a destino.
Non fa caldo in quella mattina presta; l’estate ha ceduto i colori all’autunno ma non vuole ancora liberarsi del calore fuori tempo che inizia ad essere persino fastidioso: rende la gente indecisa che si trova costretta a scegliere tra canotte e sandali, tra maglioncini leggeri e stivali come la stagione meteorologica già imporrebbe.
E’ il disagio che il viaggiatore di seconda classe percepisce in alcuni nomadi della stazione, nell’osservare gli ennesimi compagni di percorso, anche loro in attesa del loro ritardo o dell’invito ad allontanarsi dalla linea gialla che delimita il restare o il partire.
Il viaggiatore di seconda classe spegne la sigaretta, sale i tre scalini ed entra nella carrozza che il biglietto obliterato gli indica; tra le mani stringe un libro di viaggi che lo riporterà a visitare un paese lontano senza l’obbligo di fare i bagagli per soggiornarvi.
La carrozza è deserta meno che per i quattro sedili dove lui si accomoda, lato finestrino.
Potrebbe spostarsi per sentire solamente il rumoroso silenzio delle rotaie che sfrecciano, ad accompagnare ritmicamente la sua lettura.
Decide però di non essere maleducato e si incastra al suo posto, scomodando quanti vi sono già seduti.
Di fronte, c’è un ragazzo con il naso immerso in un voluminoso libro dal titolo altisonante: La filosofia politica di Platone.
Il viaggiatore di seconda classe sorride pensando che lui, probabilmente, non capirebbe quelle parole, la sua filosofia è molto più spiccia e si srotola in un quotidiano non idealizzato ma vissuto, giorno dopo giorno, in un progressivo divenire di istanti, situazioni, persone, oggetti.
Di fianco al filosofo in erba, un signore anziano suda copiosamente: l’aria condizionata è rotta o, forse, non hanno ritenuto potesse essere necessaria in quella mattina di inizio ottobre.
Il volto gli si fa paonazzo, traversa dopo traversa che scorrono sotto i binari; fino a che si alza, scusandosi con il ragazzo a fianco, dirigendosi verso l’area tra un vagone e l’altro, dove l’aria riesce a entrare dalle fessure del passaggio.
Non tornerà più, per tutto il viaggio, al suo posto.
Alla sinistra del viaggiatore di seconda classe siede un altro ragazzo, non ha sicuramente più di 30 anni, ed è impegnatissimo col cellulare, per fare sapere al mondo intero che è tornato in patria.
Il viaggiatore di seconda classe non si domanda da quale paese è tornato, si accontenta di far sua la notizia che il ragazzo ha viaggiato ed ha visto un pezzo di mondo non dal finestrino di un treno ma dall’oblò di un aereo ad alta quota, dal quale tutto appare puntinato come in un libro illustrato per bambini.
E’ quando appoggia il suo libro sullo stretto tavolino che al viaggiatore di seconda classe viene data l’opportunità di sapere qual è il paese che il ragazzo ha visitato.
“Mi scusi – gli si rivolge dandogli del lei, rendendo felice il viaggiatore di seconda classe percependo nel ragazzo l’educazione impartita che fa sì ci si rivolga alle persone più anziane con deferenza -, posso vedere il suo libro?”
Il viaggiatore di seconda classe glielo porge, con un sorriso.
“Di cosa parla?”, domanda ancora il ragazzo.
“Sono racconti ambientati in Madagascar, che ti portano con ricchezza di particolari narrativi a vedere gli ambienti, le persone descritte, i loro riti, le loro tradizioni. Le incoerenze di noi occidentali…”
“Interessante… Chi è l’autore? Non lo conosco”, prosegue ancora incuriosito il ragazzo.
Il viaggiatore di seconda classe percepisce in quel momento che sarà un viaggio piacevole, avrà la possibilità di parlare con qualcuno di ciò che ama molto fare e che spesso trascura, trascinato da esigenze che lui scusa, chiamandole priorità.
“In pratica, credo che la sintesi di questi nove racconti sia qua, in questa frase: “Diversità non significa estraneità o incomprensione, ma l’accoglimento dell’altrui identità senza perdere o annullare la propria”. Pensando a quanto sta accadendo attorno a noi, nel nostro Paese, assume la metafora di tantissimo nonché la spiegazione del timore diffuso nell’accettare culture diverse dalle nostre, per retaggi educazionali, per stereotipi politicamente impartiti.”
Il ragazzo guarda silenzioso e con uno sguardo intenso il viaggiatore di seconda classe al quale pare di leggere in quegli occhi scuri una luce lieve di ammirazione.
“Io vengo proprio dal Madagascar. Sono atterrato un paio d’ore fa, con mia sorella.”
Il viaggiatore di seconda classe fa un cenno leggero col capo, invitandolo con quel gesto a proseguire ciò che intuisce il ragazzo vuole raccontargli.
“Mia sorella lavora all’Istituto Oncologico di Milano e da un paio d’anni mi aggrego a lei ed altri medici che vanno a passare le loro vacanze in uno di questi paesi che noi occidentali definiamo del terzo mondo. Il Madagascar è povero, poverissimo, ma non è il terzo mondo: è, semplicemente, un mondo. Che noi vahaza ci permettiamo di giudicare. Tutti quelli che non sono malgasci sono vahaza, ma l’essere chiamati così non dipende dal colore della pelle, dagli occhi a mandorla, dal tuo dio o dalla tua religione.”
Il viaggiatore di seconda classe lo ascolta attentamente, riflettendo sulle parole appena udite; pensa alle urla che ogni tanto arrivano, anche sui cementi delle banchine che transita: zingari, marocchini, sempre dette in tono dispregiativo, quando sono invece tutti quanti, semplicemente, non italiani di nascita. Vahaza, appunto.
“Sono molto poveri in Madagascar, e la fame è quella che spinge i ragazzini ad andare ai porti quando sanno approderà la nave da crociera a sbarcare nuovi ricchi e sanno che, tra loro, ce ne saranno alcuni in cerca di emozioni forti; quello del turismo sessuale sta diventando un problema. Non ancora ai livelli della Thailandia, ma c’è, esiste, e si sta allargando.”
Il viaggiatore di seconda classe annuisce, una ruga si è accentuata sulla fronte mentre risponde al suo interlocutore che il problema c’è perché c’è, esiste chi vuole riscattare con quel sesso trasgressivo, la noia di una esistenza.
“Il Madagascar – prosegue il ragazzo -, non è quello delle carte patinate che puoi vedere sulle riviste delle agenzie di viaggio. Il Madagascar è nei dispensari coi farmaci centellinati, nelle strade animate di colori, negli odori di fritto che aleggiano per le strade sin dalle prime ore del mattino. E’ nel sole che tramonta di colpo, piombando il giorno della notte nel giro di pochi istanti. E’ nel rito della famadihana, nella gentilezza dei malgasci che ti mettono in guardia dal girare da solo per le strade. Quello è il Madagascar.”
“Sì, ed è quello che Ian Malcom ha descritto nel suo libro. Prendine nota, ragazzo, ti piacerà.”.
Il ragazzo digita velocemente sul telefonino il titolo e il nome dell’autore. Poi alza gli occhi e sorride al viaggiatore di seconda classe che già si è alzato alla voce metallica che annuncia il prossimo arrivo alla sua stazione.
“Grazie, sei in gamba”, gli dice il ragazzo, passando ad un confidenziale tu mai osato prima.
Si stringono la mano.
Il viaggiatore di seconda classe scende dal suo viaggio.
Là, sul cemento della stazione, mentre si accende una sigaretta, sorride nel pensare che anche quel giorno ha avuto conferma a ciò che spesso pensa circa alla casualità, all’entropia del caos che anima ogni gesto della nostra vita: aveva una valigia intera di libri ed ha scelto di mettere sullo stretto tavolino proprio quello.
Se non lo avesse fatto, non avrebbe viaggiato in un tempo che, per una volta, non era stato dilatato all’infinito ma sarebbe stato davvero metronomato dalla durata esatta dei minuti.
Si avvia al parcheggio, dove prenderà la sua auto e andrà a casa.
Pensando ancora al ragazzo, ai viaggi, alla storia che scriverà su quell’incontro.
Aspettando con curiosità dove, il prossimo treno, lo condurrà. 

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