sabato 24 settembre 2011

Viaggi - IV

E’ nuovamente sera nella città che accoglie il viaggiatore di seconda classe sulla banchina del suo approdo.  
Scende e accende una sigaretta, respirandola a pieni polmoni, ascoltando il fumo che lo inebria dopo le ore di viaggio.
Pensa all’umanità che ha lasciato, a proseguire viaggi dalla destinazione ignota.
Chissà dove andrà la donna dall’improbabile abito azzurro che aveva di fronte e che ha tenuto gli occhi chiusi tutto il viaggio.
Il viaggiatore di seconda classe si inventa per lei una storia e se la scrive nella memoria, in attesa di arrivare davanti al suo foglio bianco, pulito, che aspetta solamente di accogliere quello che lui si è scritto in testa.
“La donna ha gli occhi chiusi perché sa che chi cattura le sue iridi vi leggerebbe una grande tristezza”, dice a se stesso.
E’ il colore del vestito che fa pensare al viaggiatore di seconda classe che la donna sta rientrando da una festa, una grande festa che l’ha vista ballare su un cubo, sopra la folla, di una discoteca dalla musica a tutto volume, adorante delle forme tornite che premono l’abito leggero.
Il viaggiatore di seconda classe si osserva e pensa se gli abiti da mezza stagione che ancora indossa sono più o meno inadeguati del vestito estivo della donna.
E’ bella, è davvero bello nei lineamenti puliti e senza ombra di trucco; solamente due occhiaie da sonno un poco gonfie tradiscono lacrime di sale.
Forse per una sorta di commiserazione verso se stessa, costretta ad arrotondare uno stipendio mostrando la sua merce più preziosa, come carne ad una esposizione.
Il viaggiatore di seconda classe ha visto i libri che sbirciano dalla capiente borsa, i titoli in un idioma a lui sconosciuto: potrebbe essere russo o forse greco; lui non lo distingue ma percepisce in lei una cultura che fa a ceffoni con il vestito attillato, le scarpe dal tacco vertiginoso e le lunghe gambe che sfiorano le sue, al ritmare dei binari, quasi una inquietudine ripetuta di metronomo a scandire note a tempo con le traverse.
Non riesce a togliere gli occhi da quel viso chiuso al resto del mondo ma gli arrivano i pensieri di lei, affastellati, confusi.
Li sente dentro di sé e gli trasmettono tristezza, malinconia.
Potrebbe anche chiamarla saudade quella cappa che lo avvolge, quella straziante cantata da violini nel fado portoghese.
Il viaggiatore vorrebbe prenderle la mano e rassicurarla che le cose possono cambiare, vorrebbe invitarla a bere un caffè alla prossima stazione, a fermare l’andare del treno e fissare il momento dietro al fumo di una sigaretta.
La voce metallica annuncia al viaggiatore che è giunto al porto d’approdo e si decide a lasciare incompiuta e senza chiusa la sua storia, accontentandosi del divenire, come sempre gli succede quando la stazione gli arriva addosso, inaspettata, a farlo scendere.
Il viaggiatore di seconda classe vorrebbe smettere di viaggiare su quei treni carichi di troppa umanità; per una volta, vorrebbe prendere una nave e navigarsi, a lungo, per ritrovarsi poi sempre al porto di partenza.
Ma con gli occhi chiusi, a non lasciarsi attraversare dalle storie che lui inventa per gli altri, per il timore che potrebbero essere la Verità.
Quella che non esiste.
Il viaggiatore ripone la penna, ha gli occhi arrossati e gli occhiali gli pesano sul naso, le spalle un poco più curve.
Tira le tende sulla notte.
Già pensando al prossimo viaggio. 

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