lunedì 22 agosto 2011

Viaggi - II

Il viaggiatore di seconda classe si sveglia dal torpore nel quale è sprofondato, la voce metallica  annuncia l’arrivo imminente in stazione a strapparlo dall’onda nebulosa e ritmica che lo ha avvolto in quel viaggio partito da nessun dove per arrivare a nessun altrove.
Non ricorda se, nel mentre, sono passate sillabe in transito dal sogno ma al viaggiatore non importa, è un affezionato lettore di Poe e si ritiene appartenente alla categoria di coloro che sognano di giorno, sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.
Il cartello azzurro a dire con la scritta bianca il paese, gli fa capire che, rotaia dopo rotaia, il momento di estraniazione da suoni, odori e colori è durato pochissimo, appena una manciata di granelli della clessidra.
Solleva gli occhiali che ha messo a protezione del bagliore canicolare d’un agosto troppo caldo, cerca di allungare i piedi e guarda dal finestrino, sporco di gocce non sicuramente residui di una pioggia, latitante da mesi, mentre il treno smorza il suo scorrere nella calma dei pochi viaggiatori alla stazione di periferia.
Vede la rivendita di tabacchi, all’angolo del violetto cubo di cemento, sverginato dai graffiti di qualche artista di strada; la proprietaria è sulla porta, ha una maglietta d’un rosa acceso, strizzata su pesanti seni enormi, rughe profonde sul viso ingrigito e capelli stopposi di troppe decolorazioni. Dal suo punto di vista privilegiato, il viaggiatore di seconda classe pensa che un tempo quei seni erano stati rigogliosi e quel volto fu liscio; pensa che furono certamente omaggiati dai ragazzetti eccitati che bigiavano le lezioni per comprare un pacchetto di sigarette da dieci, ogni giorno, pur di non perdersi la visione di quella nave scuola mai varata ufficialmente ma sempre saputa.
Il viaggiatore di seconda classe ode un cicaleccio che si avvicina, dall’altra parte della stazione, da un gruppo colorato di variegata umanità. Uno di loro ha il capo chino su un lungo caffetano bianco, ha un rosario tra le mani che sgrana borbottando parole inintelligibili per il viaggiatore; sa che sta pregando anche se non può sapere con certezza a chi e per chi sta rivolgendo le sue preghiere. Lo può intuire, ma il viaggiatore di seconda classe sa che c’è un dio per tutti ma che ogni dio è sempre contro tutti.
Salgono sul treno due zingari, il viaggiatore li riconosce subito. Hanno uno strano banchetto tra le mani, assomiglia a quello dei lucida scarpe. “No, non può essere”, si dice il viaggiatore “nessuno fa più quel mestiere”. Forse, nel banchetto, hanno stipato bottiglie di colla, provvista per l’inverno, quando ritorneranno nelle loro fogne a Bucarest e le annuseranno la notte, per non sentire freddo. Nemmeno quei due zingari, dal punto d’osservazione del viaggiatore di seconda classe, sembrano felici.
Un ferroviere fischia, annunciando l’imminente nuova partenza. Il viaggiatore di seconda classe ricorda un film, dove il guidatore del treno era alcolizzato ed aveva tra le sue mani il destino di tutti i suoi passeggeri. Chissà se chi guida quel treno lo è e, in quel caso, anche un semplice ferroviere diventa il dio; non di tutti gli uomini ma di quanti sono sul convoglio a lui affidato, che riparte, cigolando, sempre in quella direzione, senza mai spostarsi dalle traverse che iniziano a battere sempre più ritmicamente, vibrando, sotto i piedi del viaggiatore di seconda classe.
Mentre si allontana, al viaggiatore di seconda classe arriva fuggente la visione di un uomo, immobile in un angolo all’ombra della stazione. Ha un abito intero, scuro, la camicia abbottonata a strizzargli il collo grinzoso e pare non soffrire della calura che liquefa l’aria in nebbia leggera e impalpabile. Sulla testa dell’uomo scivola, dall’alto, un piuma leggera: sale in alto, poi scende, come se uno zefiro indisponente sia arrivato a giocare con lei. La fa volteggiare di nuovo e poi la fa posare sulla falda del cappello nero dell’uomo. Il viaggiatore di seconda classe allunga il collo per vedere meglio e gli pare di conoscerlo, quell’uomo: assomiglia all’angelo Clarence, sceso dal vento di una vecchia pellicola in bianco e nero per ricordare, a tutti i viandanti delle stazioni, che la vita è una cosa meravigliosa. 

1 commento:

  1. Sempre sinceri complimenti. E quell'angelo, che am e ricorda il cielo di Berlino...
    :-D

    RispondiElimina