martedì 7 giugno 2011

Le proprietà terapeutiche insospettate di berlusconi



Ieri sera non riuscivo ad addormentarmi ed avevo pensieri strani; molto strani.
Divaganti e divagheggianti che mi distraevano dall’abbandonarmi alle soffici ed accoglienti braccia di Morfeo.
Sarà forse che sono andata a letto canticchiando la sigla de I Fantastici Quattro e da quella, non so né come né perché, mi è sovvenuto il motivetto de Il magico Alverman: decisamente immersa in qualche cosa di misteriosamente potente...
Non avevo mangiato pesante, tutt'altro...
Insomma, per circa un'oretta, ero là nel mio candido lettino e come Guccini mi facevo la Genesi degli sceneggiati che tanto amai; sottovoce, per non svegliare il consorte, mi sono canticchiata tutte le sigle dei programmi televisivi della mia infanzia, Caroselli compresi.
L'immagine che è sopraggiunta è stata quella della tavola di casa mia in un sabato italiano del periodo: era il giorno che mia madre non lavorava in fabbrica ma si dedicava alla casa e il menù, a memoria d'uomo (no, son donna quindi a memoria di donna), era sempre quello composto da salsiccia e patatine fritte.
In TV, Oggi le comiche.
Avrò avuto otto o nove anni, non di più, quindi doveva essere l'anno del signore (o degli dei, dipende) 1969 per cui la mia mamma, Donna Iole, aveva meno di quarant'anni.
E votava.
Credo sia evidente senza alcuna mia introspezione il perché la mia mente mi ha portato al film dei miei genitori che andavano assieme alle urne.
Mio fratello non me lo ricordo, anche se sono certa che pure a lui, in occasione della prima consultazione elettorale alla quale fu tenuto a rispondere, mio padre gli fece il solito discorso sul Partito che era Sacro, Inviolabile, Unico e da Santificare sempre nei secoli a venire con il mettere una croce su quel bel simbolo e non proprio il bianco fior, dolce simbol dell'amor: di altro amore, molto più rosso e passionale si parlava, ieri come oggi.
Me li ricordo così bene Fiori e la Iole, vestiti come se dovessero andare ad un matrimonio, impettiti e pronti con la loro scheda elettorale ordinatamente piegata in una busta e la carta d'identità già aperta da esibire allo scrutatore.
Me li ricordo bene i miei montanari genitori che votavano in città, nella scuola elementare Collodi, con in mezzo una figlia monella saltellante su gambe sempre piene di croste sulle ginocchia che, orgogliosa, gli mostrava la "sua" scuola, la "sua" classe e il "suo" banco, proprio di fianco a quello della maestra perché, nessuno lo avrebbe mai detto, tre anni di elementari dalle suore, a tempo pieno, avevano fatto sì che fosse la migliore della classe statale dove era capitata una volta che la famiglia si era trasferita dalla centralissima Piazza Garibaldi al viale del Santo nel rione Braida.
E' così vivido il ricordo...
La gonna blu di mia madre, la sua camicetta di Sangallo bianca, i capelli a crocchia, gli orecchini che ora adornano le mie orecchie; i calzoni di velluto largo di mio padre, marroni, con una camicia verde militare e il gilè di pelle nera che usava quando andava al lavoro in moto sotto la giacca da tutti i giorni per ripararsi dall'aria ma non rovinare quella preziosità...
A questo frame si mixa, con uno zoom incrociato, il frame delle elezioni regionali a marzo 2010, dove una madre traballante e convalescente dall'ictus che me l'aveva messa per un po' di tempo fuori servizio andò, ottantina, ad esercitare ancora una volta il suo dovere di cittadina.
Non potei accompagnarla dentro la cabina, non avevo pensato al certificato medico per accompagnarla, ma mi bofonchiò qualche cosa che mi parve "so ancora dove votare".
Ieri sera ho passato un'oretta a spiegarle che domenica mattina la accompagno a votare.
A spiegarle che non dovrà mettere la croce su quei due colori, rosso e verde, che ormai sono un cocktail che ha già bevuto, ma sul Sì.
E' stata dura farle capire perché deve mettere quattro croci su quattro sì, ad un’ottantunenne colpita da ictus cerebrale e con difficoltà di parola e comprensione spiegarle che cosa è il legittimo impedimento non è facile, ragazzi miei.
Ma è bastato dirle una cosa: "Mamma, dai retta a tua figlia Daniela, te la ricordi chi è, vero? Bene, ti sei sempre fidata di lei, anche se spesso ci hai battagliato per ore e ore alla fine le hai dato ragione quindi fidati di lei ancora una volta e fai come ti dice. A meno che, nel frattempo, non ti sia venuto a piacere berlusconi... "
A quel nome uno sprizzo di vitalità l'ha animata, quasi dall'alto le avessero tolto di un colpo la malattia e tutto il resto: mi ha guardata con occhio presente bofonchiando un "Cag gnesa un cancher", degno del mio poco prosaico Nonno Lino che poi era il di lei padre.
Quindi so di aver vinto e che domenica anche lei concorrerà a fare un quorum a paiolo al nano; ché è inutile che continuiamo a menarcela, ben sappiamo che questo è un voto politico, un altro schiaffo alla porgi l'altra guancia visto che in una hai ancora impresse cinque dita dalla fine di maggio e mai vorremmo che ti dimenticassi, silvietto il breve, del suono liberatorio che fa l'appoggiare violentemente una guancia - pur se piena di silicone -, a una bella mano aperta.
Naturalmente mi sto organizzando per un certificato medico attestante la necessità di accompagnamento in cabina, sia mai che la Iole non capisca da che parte si usa la matita e che sovrapponga le schede.
Per cui, io e lei ci compatteremo ancora una volta in formazione a testuggine con la scheda elettorale in mano.
A questo pensiero mi sono messa a fischiettare la colonna sonora del Gladiatore e, piano piano, mi sono addormentata.
Non ho scritto la Genesi, non entrerò negli annuali della canzone d'autore ma pazienza, posso sopravvivere.
E lo farò con il sorriso che mi andrà al pensiero del quorum a paiolo che gli faremo, ai tanti che si sono sbattuti per questo referendum ed al quale mia madre, messa com'è messa, con la testa di là e il corpo di qua, parteciperà.
Perché, signori miei, finché c'è vita, c'è speranza.
E diritto di voto.  




http://www.unpuntointransito.com/2010/03/mia-madre-e-un-mito.html

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