domenica 29 maggio 2011

Wilod




Ci sono molte voci che si sovrappongono: come ogni giorno c’è il mercato e tanta gente accorre alle bancarelle, ordinatamente schierate secondo un ordine imposto dal sindaco tanti anni addietro; fu per agevolare la raccolta dei sempre tanti rifiuti al termine della fiera, quando il cicaleccio termina fino ad addormentare le strade nel rifluire delle vetture momentaneamente interdette.
In un angolo ci sono le bancarelle di frutta e verdura, con gli ambulanti che fanno a gara a decantare la freschezza dei loro prodotti con i loro toni baritonali.
Alcuni hanno le loro primizie disposte in ordine cromatico e si possono ammirare i viola delle melanzane a fianco del rosso vivo dei peperoni, accostati ai pomodori per stemperare nel chiaro delle lattughe e concludere con il verde intenso degli spinaci.
I fiorai hanno l’accortezza di sistemarli per tipologia, creando così mazzi di rose dai colori variegati, margherite naturali assieme a quelle colorate di azzurro, dietro ancora un vaso di gerbere che toccano tutti i colori più caldi, dall’arancio vivo al giallo fuoco e il rosso carminio.
Di fronte i generi alimentari, in bella vista dietro alle vetrine gocciolanti vapore condensato da un freddo un po’ irreale per la Vucciria in quell’inizio autunno: formaggi di ogni genere, maiali insaccati in ogni forma, dal salame al prosciutto alle pancette.
Da un altro lato i banchi del pesce, che emanano nell’aria un profumo di mare che ricorda che basterebbe fare pochi passi per vedere i marosi che scalciano la battigia.
A seguire i banchi dei carnezzieri con grossi tocchi di carne, alcuni, ancora gocciolanti, appesi a ganci che sovrastano i loro banchi sopra i quali, spesso, nuvoleggiano mosche curiose e affamate.
Al centro i banchi dell’abbigliamento, i più affollati in quella mattina di fresco improvviso che spinge le donne a cercare un maglioncino di risulta tra i tanti, a poco prezzo, offerti dai banchi dei cinesi.
C’è confusione, c’è vita che pulsa dalla folla che vende e dalla folla che calca il selciato, che si sofferma a litigare, a strappare il prezzo migliore.
Sotto il portico che congiunge le due piazze, ha trovato sistemazione un nuovo, minuscolo banco.
Dietro, un altissimo signore nero, con una specie di tunica sgargiante dai colori talmente intensi e vividi che abbagliano e si è costretti a volgere, immediatamente, lo sguardo altrove.
Le merci che vende sono bambole di pezza, una diversa dall’altra, i cui abiti paiono riproduzioni piccine per forma e colori del vestito da lui indossato.
Davanti alla bancarella ha appeso un cartello con su scritto, con mano incerta “Offerta speciale, bambole africane portafortuna solo 10,00 Euro”.
Nuccia si avvicina incuriosita, deve comprare il regalo per il compleanno di Agata e quelle bambole, così colorate, attirano il suo sguardo come una calamita.
Stranamente nessun altro cliente è in attesa, solo lei; tanta gente passa e nessuno getta uno sguardo, nemmeno distratto, al banco dell’africano.
Nuccia pensa che la cosa sia strana mentre nota la delicatezza con la quale si percepisce essere stati assemblati quei manufatti.
Inizia a prendere in mano, una alla volta, le bamboline; al tatto sono calde e Nuccia si stupisce di quel calore, contrastante con la temperatura esterna che ora si è fatta ancora più fredda, mischiandosi ad una pioggia così sottile quanto inconsueta.
“No, signora, quella non essere bambola per te. Non andare bene, non funzionare quella. Questa essere la tua, compra, costa poco e porta fortuna, tanta fortuna portare, tu fidare di me, tu ascoltare me, io mai sbagliato, fidare signora, comprare, costare poco per bella signora” le dice l’uomo togliendole delicatamente dalle mani la bambola dal vestito giallo e porgendole quella con un bellissimo abito coi verdi di tutte le gradazioni mai viste, in minuscoli disegni batik.
Nuccia la osserva, pare ipnotizzata dagli immobili occhi neri di plastica che la fissano, avvolgendola di un calore strano.
“Questa essere bambola Wilod. Lei essere tua bambola adatta a te. Lei poter esaudire tutti tuoi desideri, lei essere Wilod bambola magica per signora tu”.
Nuccia non sa il perché ma sente che l’alto uomo ha ragione, deve possedere quella bambola; deve portarla via con se.
Che sia magica non lo sa, ma è fermamente consapevole che non potrà non farne a meno, irrazionalmente deve averla, è come una calamita che cementa le sue mani al polo di positività che emana l’oggetto.
Dalla borsa estrae il portafoglio, paga e si allontana con la sua Wilod di verde vestita sotto il braccio sinistro, sorridendo al pensiero che, per l’ennesima volta, i regali destinati ad altri diventano regali per se stessa, meravigliandosi del calore che trapassa il giaccone leggero, come se Wilod fosse lo scaldino elettrico che si mette spesso sui piedi le sere d’inverno, per scaldarseli.
Si gira indietro, per lanciare un cenno di saluto al venditore: non c’è più, è sparito.
Nuccia si ferma interdetta, non può aver raccattato così in fretta tutta la sua roba ed essere scomparso, aveva fatto solo pochi passi, non ne avrebbe avuto il tempo!
Stringe le spalle e si avvia verso casa.
Ripone Wilod sul divano, mentre si spoglia degli abiti umidi, si avvicina al frigorifero per versarsi un bicchiere di latte.
Alle spalle percepisce un movimento.
Si volta stupita e vede Wilod avvolta in un’aurea, un pulviscolo di luce che si espande lievemente per tutta la casa, posandosi su ogni mobile ed ogni oggetto, ma senza lasciare alcun segno, avvolgendoli solamente di una luce nuova.
Nuccia non è spaventata da quello strano fenomeno inspiegabile.
E’ serena, inspiegabilmente serena perché riconosce cosa vuole comunicarle il pulviscolo inconsistente: sono pensieri felici, che tramite Wilod sono arrivati fino a lei.
Ne aveva bisogno.
Il signore africano aveva ragione.
Ma c’era stato per davvero?
O l’aveva solamente sognato?
Non lo sa, si siede sul divano, osservando la bambolina: un sorriso le dipinge il volto distendendo le rughe tra gli occhi.
Ricorda le parole di sua madre e l’ossessione che aveva per una vecchissima pigotta dagli abiti stazzonati ed ingrigiti dal tempo, dono dell’aristocratica signora milanese presso la quale aveva prestato servizio per tanti anni.
Era la Wilod di sua madre, ecco che era, ora lo sa.
Sorride, Nuccia, nel pensare che tutti hanno una Wilod da qualche parte.
Occorre solo riconoscerla.

1 commento:

  1. Una dolce, piccola fiaba: è di questo che abbiamo bisogno tutti. Grazie, Daniela.

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