domenica 22 maggio 2011

Era un tardo pomeriggio di maggio


Era un tardo pomeriggio di maggio.
La città era blindata perché il Giro d’Italia aveva transennato le strade.
Faceva caldo in quella stanza d’ospedale.
Sul letto c’era un corpo che respirava in modo regolare; era un’aria diversa da quella che respiravo io, non aveva lo stesso profumo di primavera e non c’erano i fiori che allergizzavano narici in quel mondo.
Mi chiedevo se sentiva dolore là.
Ogni tanto un rivolo di sangue usciva dai lati della bocca.
Poche gocce, bastava un fazzoletto solamente.
Non era più come qualche giorno prima, quando avevano messo di fianco al letto un cartone grande dove rotoli interi intrisi della sua emorragia venivano gettati.
Lui, che temeva la vista del sangue, ne aveva persi litri e litri: era il cancro che lo stava liquefacendo dentro.
Non riuscivo ad assistere quando lo cambiavano e mi rifiutavo di gettare l’occhio sui pannoloni che le infermiere gettavano nel sacco dei rifiuti.
Nei pochi momenti di lucidità, a fatica mi domandava perché non smetteva quello stillicidio.
Ricordo la bugia che gli dissi:
“Babbo, ti ricordi quando Matteo si morsicò la lingua e non smetteva di sanguinare? Non potevamo far altro che dargli da bere acqua ghiacciata e, a poco a poco, smise. Bevi, babbo vedrai che smetterai anche tu”.
Mentivo.
Non so se lui sapeva che stessi mentendo ma credo di sì.
Ha sempre saputo anche se non ci ha mai fatto capire nulla.
Quel giorno cadeva il settimo anniversario del tritolo scoppiato a Capaci, ma non lo ricordai.
Solo due giorni dopo, quando ancora avevo nel naso l’odore del sangue, delle medicine, l’odore di ospedale mi domandai se quello assomigliava all’odore che riempì le narici di Giovanni Falcone e di tutto coloro che l’annusarono assieme a lui.
Non ricordai la strage, ero troppo occupata nel mio Golgota.
Ero stanca.
Era maggio ed era da settembre che avevamo iniziato a percorrere quella strada.
Otto mesi in crescendo.
La festa di Natale quell’anno, coi tortellini portati dentro ad un contenitore con il brodo e il sapore di casa.
Capodanno, con un augurio a mezzanotte sul suo cellulare dal quale sapeva solamente rispondere, premendo il tasto verde.
“Buon anno, papà”.
Qualche tempo fa un amico mi disse che sarebbe stato interessante capire il perché del legame intenso che avevo e che ancora ho con mio padre.
Non lo so da cosa è diventato così forte, era mio padre, l’ho amato molto e nei suoi confronti ho un solo senso di colpa: di avergli augurato di morire, quel 23 maggio del 1999.
Per lui, per me, per mia madre, per mio fratello.
Per tutti coloro che sono in vita solamente perché esiste l’accanimento terapeutico a tenere in vita i morti.
Lasciarli andare, smettere di vederli soffrire, smettere di soffrire noi che non vorremmo che se ne andassero ma che sappiamo è inevitabile.
Era il tardo pomeriggio del 23 maggio del 1999.
Mio padre stava morendo.
Era già morto ma ancora gli uscivano gocce di sangue dai lati della bocca.
Non mi ricordai dei lutti in Sicilia, quel pomeriggio.
Stavo aspettando che arrivasse il mio lutto.
Quello che ha una data da ricordare.
Ogni giorno.

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