lunedì 23 maggio 2011

Divagando tra messaggi


Ho sempre pensato che la parola è corpo: noi siamo le nostre parole e non possono uscire dal perimetro nel quale sono contenute se non tradendo e mascherando volutamente l'essenza di noi, nella scelta mai causale di far vedere l'apparenza non l’essenza di se stessi.
Il corpo è una specie di pennello che si intinge nei nostri sentimenti ed acquerella le diverse cromie e tonalità del nostro sentire, variabile da momento a momento: ecco, allora, parole dal tratto di un rosso acceso come la rabbia che stemperano poi nel rosa tenue della tenerezza e ciò che il tuo corpo, quindi ciò che la propria parola esprime in quel momento, a interpretazione unica e senza possibilità di equivocamenti perché nella sincerità del dire ritroviamo ciò che potremmo esprimere a voce, senza contraddizione, oppure con la postura, in atteggiamenti difensivi o aggressivi, o, ancora, con l'espressione degli occhi.
Questa non contraddizione e linearità tra pensiero e azione, nelle scienze umane viene chiamato "coerenza dei meta messaggi" ovvero coerenza tra ciò che è il pensiero (e quindi il corpo pensante) e ciò che viene mandato a dire col messaggio trasmesso.
Non sempre c'è uniformità e coerenza, sia che vi sia intenzione che involontarietà tra ciò che si pensa e ciò che si trasmette al ricettore del messaggio, generalizzando ed ampliando la platea: se chi legge non ha un passato comune con il trasmittente, non vi rileva nulla se non una comunicazione in sé; chi invece ha un pregresso vissuto o convissuto, può recepire invece un significato più profondo e diverso, un "segnale-rumore" nella comunicazione che crea disturbo nel ricevente.
Tale disturbo può essere per problemi interni a chi comunica o nella persona che riceve la comunicazione.
Sono mesi che mi domando quali e quanti problemi ho nel recepire una comunicazione come disturbata, inquinata al punto conclusivo di farmi domandare se sono io disturbata o lo è chi esprime una non coerenza tra messaggio e meta messaggio per tempistica e modalità, nel modo probabilmente non intenzionale e che, nel caso di verifica, viene tacciato come "delirio".
Da qui credo che nasca la complessità della gestione dei rapporti interpersonali perché, in ogni caso, una base di falsità c'è sempre, nella mancata capacità e sincerità di gestire messaggi e meta messaggi; nell'ammissione con se stessi di come il messaggio è o può essere indirizzato: vero, vuoto, falso.
In questa auto-analisi e nel riconoscere e riconoscere il proprio corpo e dunque la propria parola, occorre un grande coraggio.
E non tutti, tra i tanti che lo esibiscono, lo sono: molto più facile e comodo bollare di pazzia chi, pazzo, non lo è non si sente per niente.


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