giovedì 5 maggio 2011

Acta est fabula




La casa era avvolta nel silenzio, come ogni notte.
Non un rumore, non un suono, se non il leggero respirare dell’uomo che giaceva profondamente addormentato al suo fianco.
Dal comodino, la sveglia proiettava sul soffitto la luce azzurrognola delle ore.
Scosse la testa e si stropicciò gli occhi, dicendosi che non era un sogno, come non lo era stato la notte precedente e quella precedente ancora: era sveglia, vigile, attenta e preoccupata.

Era iniziata mesi prima.

La prima notte, aveva dato la colpa al mangiare pesante della sera, un fritto di pesce ottimo ma che aveva continuato a navigarle nello stomaco a lungo, al punto che nemmeno due dita di grappa ne avevano fermato il rollio.
Andò a bere, poi in bagno e di nuovo a letto dove restò per molti minuti a fissare il chiarore al soffitto che scandiva, istante dopo istante, il sonno perduto.

La seconda notte si stupì dell’essere ancora una volta strappata dal sonno; non poteva sicuramente accusare il cibo, si era accontentata di una tazza di latte e un paio di biscotti e nessun sintomo l’aveva allarmata su conseguenze di tale portata.
Anche quella notte si alzò e dopo la puntata in cucina per un bicchiere d’acqua tornò a letto ad aspettare che il sonno la riportasse nella fase REM.

La terza notte si allarmò. Il panico le ancorò la gola, soffocandola. Trattenne l’istinto di svegliare il marito, di renderlo partecipe di quelle sue improvvise uscite dal sonno che per la terza volta le lasciavano un ronzio strano alle orecchie, una specie di voce che le parlava ma che restava intelligibile. Osservò l’orologio e fece un sobbalzo: erano ancora, per la terza notte consecutiva, le 3 e 10.

Continuò così per mesi, ogni notte e a nulla servirono le pastiglie vegetali che in teoria avrebbero dovuto aiutarla a dormire.
Ogni maledetta notte, quando il silenzio era l’unico abitante della sua casa, quando persino le strade fuori dormivano, lei era sveglia.
Terribilmente sveglia.
E sempre alla stessa, identica, fottuta ora scandita dalla maledetta sveglia elettronica.
Le 3 e 10 del mattino.

Ne parlò con una amica fidata e le disse che era sicuramente la menopausa che iniziava a portare nel suo organismo dei mutamenti.

Lei sapeva che così non era.
Lei sentiva che così non era.
Lei conosceva il vero motivo per cui ogni notte, alle 3 e 10 in punto, si svegliava.
Ma aveva paura a dirlo anche a se stessa.

Dopo qualche tempo, in casa si accorsero delle sue occhiaie ogni mattino più marcate e scure.
Al lavoro anche, il suo nervosismo, la sua insofferenza aumentavano ogni giorno.

Fu solo dopo centosettantotto giorni, quattromiladuecentosettantadue ore, duecentocinquanseimilatrecentoventi minuti che ebbe la risposta, in un mucchio di capelli scuri a rigare il cuscino candido, come a costruire tela di ragno.

Non si spaventò nemmeno nel vederli là sopra, alle 3 e 10 di quella mattina di maggio che ancora non era speranza d’estate nei venti freddi che non lasciavano ancora entrare la piena primavera.

Si alzò, ancora una volta andò in cucina a bere e tornò in camera, raccattò dal cuscino il mucchio di capelli e lo ripose in un sacchetto rimasto dimenticato e orfano della collana indossata pochi giorni prima.

Sapeva che significava.
Sapeva che non era alopecia da stress.
Sapeva che presto non si sarebbe più svegliata alle 3 e 10 precise e che la sveglia dalle fredde luce azzurrognole non l’avrebbero più illuminata dove sarebbe stata.

Con il sacchetto in mano le scappò un sorriso e pensava alla frase di Emil Cioran, letta la sera prima: “Al contrario di Giobbe, non ho maledetto il giorno della mia nascita. Ma in compenso ho colmato di maledizione tutti gli altri giorni.”

Lei erano centosettantotto giorni, quattromiladuecentosettantadue ore, duecentocinquanseimilatrecentoventi minuti che stava maledicendo i suoi giorni.

E tutto torna indietro.
Sempre.
Soprattutto le maledizioni.

2 commenti:

  1. Ho sempre pensato (e il tuo testo ne è l'ulteriore verifica) che non serve sommergere il lettore in un fiume di parole per comunicare le nostre sensazioni. Brava. Firmato: Un assiduo lettore.

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