venerdì 8 aprile 2011

Riconciliando_me


Un funerale inaspettato, il secondo in una settimana; sarebbe già stato sufficiente uno, ma amo non farmi mai mancare nulla. Soprattutto la settimana del mio cinquantesimo compleanno.
Oggi avrei potuto non andare, potevo risparmiarmi i sessanta chilometri di Fondovalle e porgere le condoglianze per telefono alla vedova ed alla figlia; non posso e non riesco a farlo con chi mi sento in debito.
E con Adolfo c’era davvero un debito.
Di sangue: quello che lui donò a mio padre in un momento di necessità.
Io non dimentico, come non avrebbe dimenticato mio padre che sono certa, oggi, sta sorridendo orgoglioso di me.
Non solo per la mia scelta ma anche perché lui sa bene cosa comporta per me tornare a Fanano.
La Fanano delle mie estati fanciulle, quando era un privilegio ad agosto, a fabbriche chiuse, passare la villeggiatura in quelle che non sono ancora montagne ma nemmeno più colline, col Cimone svettante sul crinale a gettare un’ombra rassicurante sui paesi ai suoi piedi.
La Fanano delle mie estati adolescenti, quando le prime barbe ombreggiavano i volti dei ragazzi fino all’estate prima implumi e le prime magliette scollate venivano tirate giù per esibire gli acerbi seni delle ragazzine,  seduti sulle scale della banca che perimetra la piazza principale del paesino a cantare a squarciagola Quando calienta el sol.
La Fanano delle mie estati di madre che sentivano  il suo bambino chiamare mamma colei che gli era nonna.
La Fanano delle levatacce all’alba, con le luci che litigavano con la notte, che mi vedeva partire con mio padre per funghi, alternando il Crinale sopra Fellicarolo ai boschi piani di Capanna Tassone.
La Fanano della  Vespa rossa di mio padre parcheggiata davanti al Bar Italia e che mi rassicurava della sua presenza e mi confermava quanto lui amasse quel paese, quanto considerasse parenti suoi anche coloro che, come Adolfo, erano parenti lontani.
Oggi ho viaggiato lentamente, con la macchina fotografica di fianco a me.
Lungo la Fondovalle mi sono fermata ad ascoltare il rumore del fiume che scorreva a valle, a riempirmi gli occhi di un verde tenero che sta sbocciando ad un’improvvisa primavera; a respirare con gli occhi la luce che solo là la trovo, un po’ offuscata ma limpida, con il Cimone ancora innevato a farne da sfondo.
Ho respirato i colori, lasciandoli penetrare lentamente per riprendere possesso delle mie montagne, per riappacificarmi con quel paese che ha significato gioia perché era la gioia di mio padre; quel piccolo borgo scolpito come marmo immoto nel tempo che ho odiato nel pensare alla felicità di tanti giorni là vissuti, nel tempo dell’invincibilità, quando sembrava che nulla e nessuno avrebbero potuto scalfire l’atmosfera di pace e con la convinzione che solamente là, a Fanano, questo era possibile.
Ed allora ecco che mi sono arrampicata fino a Monte, alla casa abitata per anni ed anni.
Tante cose sono mutate, rendendole irriconoscibili ai miei occhi.
Altre no: la costruzione di pietre nell’orto, ai tempi  era la nostra doccia, con un grosso barile di plastica poggiato sopra le lastre di pietra che ne erano tetto, ricolmo d’acqua che si scaldava al sole e che permetteva il lusso di una lavata non a piccoli pezzi.
Il lavatoio di pietra, avrà almeno novant’anni, ma è sempre uguale, con gli umidi angoli muschiati di verde.
Il glicine arrampicato al muro che nessuno cura ma coi suoi odorosi fiori lilla a sfidare un tempo cambiato ma restato uguale.
E la pianta di rosmarino che mio padre piantò, proprio sotto il pruno, oggi coi suoi fiorellini azzurri a presagire aromi per quanti ad esso attingeranno.


Nel rientrare ho fatto sosta al cimitero.
Amo quel piccolo cimitero, c’è una pace immensa introvabile altrove, forse perché le auto sono costrette al parcheggio distante e nulla turba il sonno degli abitanti lassù, nel borgo di poche case in cima al paese.
Una signora si sarà certo domandata chi era quella pazza che si aggirava a fotografare dentro al cimitero…  Dietro quei marmi, dietro quei volti sconosciuti ci sono i miei bisnonni, ci sono i miei trisavoli; c’è la mia nonna Anita e il mitico, pestifero nonno Lino.
E ancora tanti nomi dagli stessi cognomi dei miei avi.
Ho detto ai miei figli che voglio essere cremata e le mie ceneri sparse dal Cimone; se non sarà possibile io voglio andare là, nel cimitero di Fanano.
Perché là io sono in pace da viva e sono certa ci starò perfettamente in pace anche da morta.




Al funerale ho ritrovato tanti volti conosciuti, alcuni mi guardavano come si guardano le persone che sai conoscere ma devi focalizzare dove quando e perché le conosci; non mi sono offesa, sono sedici anni che non andavo se non per puntate veloci andata-ritorno quando ancora mia madre se ne andava a villeggiare in luglio ed agosto e senza nessuna puntata in piazza, nemmeno per un caffè: troppa l’urgenza di allontanarsi, di non restare lì, a ricordare.

“Daniela, ma sei proprio tu?”

“Ehi, ciao Massimo, ma come stai? Non sei cambiato per niente!”

“Tu sì. In meglio.”

Sono passati trent’otto anni da quel primo batticuore di nome Massimo.
Sorrido, al pensiero che poi, un altro Massimo, l’ho sposato.
Mi ha raccontato che si è maritato con una ragazza polacca, arrivata in paese per fare la badante ad uno dei sempre più anziani del paese; che ha rilevato la macelleria e che hanno una figlia di tredici anni. Lo diceva con gli occhi illuminati di persona felice e ha reso felice pure me.

Lo sai quanti anni sono passati da quella ragazzetta spettinata, spigolosa, che voleva fare solo i giochi da maschiaccio?”

“Sì, è passata una vita da allora. Chissà se c’è ancora quell’albero…”

“Certo che c’è ancora e sono sicuro che se ci arrampichiamo su, dove con le asse avevamo fatto la nostra casa, ci sono ancora i nostri nomi incisi sul tronco. Quando torni ci andiamo, promesso!”

Sono tornata a casa.
Riconciliata con Fanano.
Riconciliata col mio passato.
 Ho aperto tutti i finestrini della macchina, ho spento l’aria condizionata ed ho guidato spettinata fino a casa.
Cantando.
Nello specchietto mi sbirciavo e non mi sono mai vista così bella come oggi.
So a chi lo devo: alle mie montagne che mi sono madre, padre, marito, figli.
Là, nel viale delle Ginestre, dove ho vissuto bambina, ragazza e donna.
E dove un giorno andrò, quando il fiume Panaro mi chiamerà a sé, trascinandomi a valle per l’ultima volta.




10 commenti:

  1. Grazie a te Daniela, per quello che scrivi e come lo scrivi.

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  2. Che dire? Mi hai coinvolto in questo intenso viaggio nei ricordi, rendendomene partecipe e commosso.

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  3. Accidenti......c'ero anche io a fanano sugli scalini della banca....devo capire chi sei....e come questa sera sono finito qui....ciao. Mario josé

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  4. Il Mario Josè del Bar della piazza di sotto?!?!?!

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  5. Se sei lui... direi che ci conosciamo eccome... Ero seduta al tuo caffè, il 2 Agosto del 1980, quando imparammo della bomba a Bologna e credo di averti pure citato in quella pagina...

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  6. No , quello é josé bonucci.....non vive piú a fanano. Sono nato in Venezuela vivo a Pisa e ho due fratelli max e paco....vediamo se gli indizi ti aiutano...

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  7. E no.... Mia nonna si chiamava eufemia.....grazie per avermi accarezzato il cuore con quei ricordi di fanano....vedo che quelle estati a fanano ci hanno segnato in tanti........continueró a seguirti.

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  8. Se eri su quelle scale ci conosciamo... Anche quelli furono i migliori anni della mia vita... Grazie, Mario José :-))) Al prossimo ricordo, allora!

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