mercoledì 27 aprile 2011

Persone che hai sottopelle e ti sanno



Nella rubrica telefonica avevo un lunghissimo numero associato al nome di una di quelle persone che la casualità ti fa incontrare e riconoscere come tue simili, quelle che io chiamo persone che ti sono sottopelle e ti sanno.
Il prefisso è quello di un paese col quale, da ieri, siamo ufficialmente in guerra.
Lo stesso identico prefisso appartenente al capo di Stato che ad agosto questo nostro governo di pagliacci ha accolto con tutti gli onori, a lui, alla sua claque, cavalli berberi compresi.
Lo stesso identico prefisso della città dove Lei aveva la sua casa e che ha lasciato assieme a tutti i suoi oggetti che raccontano.
Il numero italiano non lo avevo memorizzato, ora sì, ha sostituito l’altro che salvai una sera un po’ di pioggia, quando chiusi il mio account qua sopra.
Mi scriveva, semplicemente “Non ci provare a farlo, io ho bisogno di te”.
Questo numero appartiene a una persona speciale, che tre anni fa ho sfiorato in una piazza romana assolata, mentre sul palco un Salvatore Borsellino urlava Resistenza.
Su un marciapiede, sfinite, una di fianco all’altra; una conversazione iniziata così, come tante ne inizi e della quale, allora, né io né lei avevamo idea che da quel pomeriggio di settembre di tre anni fa, saremmo ancora qui, a raccontarci, a sentirci.
Perché lei è un materiale resistente anche se la sua modestia non glielo fa riconoscere, schernendosi quasi.
Forse è per questo suo modo di essere umile nella sua grandezza che me la fa sentire ancora più cara.
E perché quando a febbraio rientrò dalla Libia mi scrisse dicendomi che il boia non si sarebbe fermato, che auspicava un intervento tempestivo che non c’è stato.
Che oggi mi dice che l’informazione non dà il senso di ciò che là sta accadendo nel paese dove ha lasciato una casa e tutto ciò che c’era dentro e cioè un pezzo della sua vita.
Che oggi mi ha fatto sentire importante nel darmi importanza.
Che sa davvero che alla parola integrazione basta  togliere la lettera G ed ecco che c’è solo l’interazione tra le persone, al di là della nazionalità, della religione, del colore della pelle.
Che vorrei abbracciare stretta, aiutarla a mettere nel suo elegante chignon la ciocca che le è sfuggita.
Che vorrei avere di fianco, su quel marciapiede di Piazza Navona,  per una partita a chiacchiere infinita.
Che sono felice di avere incontrato perché Lei fa parte e farà parte di quelle persone che danno un senso allo stare qua sopra.

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