martedì 12 aprile 2011

Diario dalla demenza - 12 Aprile 2011


Forse ormai ciò che era l’eccezione è diventata regola.
Credo sia questo il motivo per cui le pagine dalla demenza sono così rade: mi sono abituata ad una madre che non è più parola, quella che spesso non riusciva a censurare nelle sue esternazioni col mondo intero.
Le sue parole mi mancano tutte, quelle affettuose e anche quelle che ferivano più di una lama.
Ora che ho di lei?
Ho una mano che mi stringe il braccio, supplicandomi con gli occhi ed esibendo un sorriso ruffiano affinché le dia una ciribina, ovvero ciò che nel linguaggio solo suo, e che ora è diventato in parte anche mio, è una sigaretta.
Nina non vuole che fumi, dice che le fa male ed io non posso mettere in discussione il suo volere o nella sua demenza mia madre capirebbe che l’autorità è mia e non della donna che vive con lei, che l’accudisce.
Esco da quelle suppliche con un groppo che stringe forte, pentendomi di non averle lasciato quella cazzo di sigaretta, dicendomi che non sarà certo quella che la farà morire.
Eppure tengo botta, Nina ha stabilito che ne può fumare due al giorno e così è.
Stamattina siamo andate tutte e tre alla visita per il rinnovo dell’invalidità. Forse assegnano queste pensioni per un tempo transitorio di un anno, sperando che nel frattempo chi ne ha fatto richiesta si sia ripreso.
Fare salire in macchina mia madre, che ogni giorno che passa aumenta una disfunzione motoria che suppliamo con la sua Ferrari a due ruote per i tragitti lunghi, non è stato proprio facile, anche perché era agitata fin da stamane all’alba.
Bene o male si è seduta e subito si è preoccupata della cintura di sicurezza che non le avevo allacciato.
“Non preoccuparti, mamma, va bene anche così.”
Si fida sempre e ancora di me.
Le si illuminano gli occhi quando mi vede, anche se spesso dimentica il mio nome.
Anche quando mi dice che sono cattiva perché non le do le ciribine.
All’ASL il medico che presidiava la commissione era una donna.
Me ne sono rallegrata, pensando che una donna, magari figlia, possa meglio capire queste situazioni.
Mi sbagliavo.
Va bene, è il suo lavoro, e probabilmente è l’unico modo di riuscire a svolgerlo con professionalità ma un poco di umanità, magari, sarebbe servita a non farmi uscire da là umiliata io per mia madre, che non riusciva a rispondere al tono inquisitorio delle domande della dottoressa, quasi infastidita dal fatto che, dietro suo invito, non è riuscita ad alzarsi dalla sedia senza l’aiuto mio e di Nina.
Scostante, infastidita quando mia madre non è riuscita a dirle i nomi dei suoi figli, pur indicandomi col dito, quasi a dirle “è lei mia figlia”.
Non posso rinunciare al contributo dell’INPS: donna Iole ha risparmiato per una vita intera ma una badante costa e quel contributo, assieme alla sua pensione, aiuta a non attingere ogni mese al piccolo gruzzolo che con quarant’anni di fabbrica, suoi e di mio padre, è riuscita a risparmiare.
Se fossimo io e mio fratello nelle condizioni economiche adeguate, mi sarei alzata in piedi e le avrei detto di ficcarsi la sua diagnosi su per il sedere, non abbiamo bisogno di voi e della vostra carità.
Gli inquisitori dovrebbero farli con coloro che hanno beneficiato per anni di pensioni senza averne diritto, affossando di fatto uno stato sociale che dovrebbe essere prioritario in una società civile e ciò garantire dignità di vita a coloro che per una vita hanno contribuito a garantire pari dignità ai propri connazionali.
Uno stato sociale che dovrebbe avere rispetto per tutti quei lavoratori dipendenti che non sono mai sfuggiti alla mannaia delle trattenute sociali e fiscali.
Uno stato sociale che dovrebbe privilegiare sempre e a prescindere il lavoro proprio per non inceppare una catena che sempre di più si sta ingarbugliando e tentano di metterci una pezza.
No, signori, la pezza non la si mette coi vostri medici da santa inquisizione, irrispettosi, poco gentili, scostanti ed arroganti come se fossimo ad elemosinare.
Io non sto elemosinando per mia madre e per chi, come lei, ora più che mai ha necessità di strutture che le garantiscono ciò che io chiamo vita fino alla fine dei suoi giorni.
E lei, donna Iole, è una donna fortunata ancora.
Non perché ha me, no, io sono un’egoista che preferisce saperla con la badante; io sono una vigliacca che da quando si è ammalata cerca ogni scusa per non frequentare la sua casa, la sua malattia, disconoscendo in quel grumo di muscoli stanchi, in quelle parole inintelligibili, colei che mi ha messo al mondo.
E’ fortunata perché ha una scadenza a breve, perché non capisce lo sfascio in cui sta versando questa nostra povera Italia, dove il bene di pochi è diventato il male, oscuro, di molti.
Con o senza malattia.


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