domenica 27 marzo 2011

La storia di Haniko



C’era una volta una bambina di nome Haniko.
Viveva al quarto piano di un palazzo d’acciaio e vetro, con un bel giardino curato dove, alle 17 precise di ogni sera, i condomini si ritrovavano a fare ginnastica.
Era un rituale che si ripeteva da tempo e Haniko vi assisteva dalla panchina, stupita dalla tranquillità che i gesti lenti le trasmettevano.
Sapeva che da lì a poco tempo avrebbe avuto il permesso di affiancare la mamma ed il papà in quel rito e non vedeva l’ora di farlo.
Le sue speranze furono interrotte da un brontolio sordo che arrivò da lontano, aumentando di intensità fino a quando esplose in un dondolio del cubo d’acciaio e vetro.
Sua madre la prese per mano e la tenne stretta a sé, mentre cercava di salvare inutilmente le stoviglie che rovinano a terra dalle spinte sempre più violente e che pareva non finissero mai.

Erano passati molti anni e Haniko era donna fatta, con la sua pelle di porcellana, i lucidi capelli d’ebano e gli occhi scuri era diventata una bellezza.
Dai suoi ricordi aveva tentato di cancellare quel pomeriggio di tanto tempo addietro che segnò il momento d’inizio della fine.
A volte le riusciva.
Altre volte no: ritornava il terrore a farla piangere, come durante quei giorni d’orrore che non comprendeva bene nel loro divenire ma che sapeva essere tempo di lacrime e non di sorrisi.
Era felice, Haniko: girava per Tokio col suo pancione e, alle 17 precise, si ritrovava a fare ginnastica con gli altri, nel giardino del palazzo, assieme a sua madre, ormai anziana, e Ryoichi, il compagno al quale stava per regalare una figlia. Il padre era morto molti anni addietro, per una forma tumorale che dopo il terremoto del 2011 aveva aggredito molte persone, portandole alla tomba.
La sua bambina si sarebbe chiamata Ume  e sapeva che presto avrebbe respirato sulla pelle il calore del sole.
Era pronta, Haniko, anche se negli ultimi tempi pensava spesso a quel pomeriggio di vent’anni addietro, al terremoto ed al disastro ecologico che ne era conseguito e che aveva ridotto in ginocchio il suo popolo.
Pensava a quell’acqua che non fu loro concesso di bere per molto tempo.
Al pesce che veniva importato dall’estero.
A suo padre morto.
A quella nube dai colori foschi che per molto tempo aleggiò su di loro.
I medici dell’ospedale Aiiku le avevano garantito che la gravidanza non presentava rischi, che gli esami periodici fatti da Haniko nel corso degli anni erano nella norma e che nulla poteva fare pensare che Ume non fosse una bimba perfettamente sana, un’altra piccola giapponese pronta a dare, un domani, nuova linfa ad un paese che già aveva pagato tutti i suoi conti, all’uomo ed alla natura.
Le doglie iniziarono all’alba.
Ryochi era agitatissimo dalla sofferenza di Haniko e che le parole dell’anziana madre non riuscirono a tranquillizzare. La corsa in ospedale, l’immediato trasferimento di Haniko in sala parto, Ryochi costretto ad indossare un camice bianco e una mascherina per poter assistere alla nascita della sua prima figlia.
Di fianco al letto, teneva la mano ad Haniko che urlava di dolore per dare la vita a ciò che ancora era un pezzo di lei.

Un silenzio irreale piombò nella sala parto al primo vagito di Ume.
Un tonfo, di un corpo caduto a terra.
Un momento di immobilità, sotto le luci accecanti ad illuminare il letto dove Haniko, ansimando, riprendeva forze.
Un fermo immagine della pellicola, un film dell’orrore il cui protagonista era quel corpicino sporco di sangue: non aveva gli occhi a sovrastare un naso, una bocca perfetta.
Fu Haniko a rompere l’irreale silenzio con un grido, strozzato, di animale ferito: già sapeva.
E nulla avrebbe potuto porre rimedio a ciò che errore d’uomo fu, nel scegliere ciò che la natura, con il terremoto della sua fanciullezza, fece esplodere in tutta la sua violenza. Il risultato era lì, era sua figlia.
Come i figli di tanti altri e di cui nulla si era saputo e di cui nulla si sarebbe saputo.
Lei no, non avrebbe taciuto.
Chiese all’infermiera di portarle Ume.
Le venne messa sulla pancia.
Haniko accarezzò quel corpo, sfiorò con un dito dove la piccola avrebbe dovuto avere gli occhi per vedere le meraviglie che l’uomo aveva in ogni modo tentato di distruggere.
Haniko sarebbe stata occhi anche per Ume.


4 commenti:

  1. Struggente e terribile, che dire d'altro? Guardare l'inguardabile, scrivere l'indescrivibile: anche questo è la parola. Al di sopra di tutte le chiacchiere che si son fatte - e, inevitabilmente, si faranno - sulla stretta attualità. Affinché non resti l'ennesima notizia archiviata, in attesa del prossimo disastro.

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  2. Ti ringrazio, Gustavo... In attesa siamo e solo qua possiamo restare.

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  3. L'attesa può essere la più proficua azione umana.

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  4. E' vero... C'era un film, credo fosse War Game, che concludeva con "La miglior cosa è non giocare"...

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