martedì 15 febbraio 2011

Saremo il tuo peggior incubo



Svegliarsi, infilare le mani dentro lo slip a tastarsi il pene, furono azioni quasi immediate.
Un bagno di sudore lo avvolgeva. 



La piazza era pressoché deserta; lui sorrideva soddisfatto, un’altra volte quelle bieche rosse si erano tirate la zappa sui piedi e la chiamata alla piazza, visto il risultato che aveva davanti ai suoi occhi, avrebbe segnato l’ennesima sconfitta da sbandierare a rete uni-ficate.
Poi successe qualche cosa, lentamente ma costantemente: fu come un’onda anomala, uno tsunami rosa che invase ogni sanpietrino, riempiendo all’inverosimile lo spazio fin quasi a togliere il respiro, a nascondere il cielo dietro i tanti palloncini colorati, ai cartelli che, ma pensa te, riportavano il suo nome con tutta una serie di epiteti che lo fecero quasi sorridere per la fantasia.
Dieci, cento, mille, diecimila, centomila, un milione di donne avanzavano imperterrite; appena guadagnavano il posto più avanti possibile, si cavavano le mutande e le sventolavano sulla loro testa, come una bandiera di vittoria per poi, immediatamente dopo, dare aria alle parti basse.
In un altro momento, lui avrebbe gioito e ricordato gli insegnamenti della Stefania e della Vanna da Castelguelfo, della loro insistenza per fargli apprendere la corretta pronuncia di un socc’mel con tutta l’intonazione bolognese che l’intercalare esigeva, già pregustando il lavoro ben fatto sulla sua testa bassa.
Ora ero costretto a restare in un angolo, con quella ridicola maschera da carnevale in faccia… Gli uomini della scorta lo avevano anche avvisato, sarebbe potuto incappare in un altro balbuziente amante delle statuine in marmo.
Lui era un pavido e mai avrebbe rinunciato a vedere, coi propri occhi, l’insuccesso che poi tanto cesso non era, di quello schieramento di radical chic in rosa.
Non aveva solamente considerato l’ansia che gli sarebbe piombata addosso nel pensare a quella parata di passere che aveva davanti agli occhi e che pareva lo volessero ingoiare tutto in un boccone.
Una di loro, lo stava osservando da qualche minuto: aveva gli occhi fissi sul rialzo delle scarpe, inconfondibile ad un occhio attento.
E fu quella strega che lanciò un urlo, una Jane de nojatri che a Tarzan nella giungla avrebbe fatto un baffo tanto era acuto il grido che uscì dai suoi polmoni mentre, con un balzo, gli strappava dalla faccia la maschera da fantolino.
L’uomo si trovò davanti una folla di pelo coi denti.
Mentre soccombeva, si trovò a canticchiare tra sé è sé osteria numero venti se la figa avesse i denti.
Il cielo si aprì e Papa Ratzinger in persona gli gridò dietro chi di passera colpisce, di passera perisce.



Era un sogno, era solamente stato un sogno.
Nitido, preciso in ogni dettaglio e sfumatura, dialoghi ed espressioni comprese.
Andò in bagno ad urinare.
Con terrore, notò una piccola bollicina perlacea sul prepuzio, come lasciata da un morso.
Il campanello trillò.
Dalla finestra vide un mare rosa nel curatissimo cortile di Villa Arcore.

Il sudore riprese a bagnargli le tempie ed il collo. 

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