venerdì 4 febbraio 2011

La stagione che non abbiamo avuto


Mi hai domandato perché oggi ho indossato questi abiti.
Sono felice che ti sia ricordato essere gli stessi del giorno che la nostra storia iniziò.
E’ passato tanto tempo da allora, tanti marosi hanno sconquassato i nostri legni, lasciandoli incrostati di sale: come i miei occhi, induriti, ai quali bastava poi una tua carezza in punta di ciglia per ammorbidirli.
Mi dicevi che le lacrime fanno gli occhi belli e che i miei erano bellissimi.
Anche i tuoi lo erano, quando mi fissavi in silenzio e avvicinavi la tua mano al viso, sfiorandomi l’orecchio con una carezza.
Quando il tuo sorriso si apriva pieno, mi riempiva di gioia intuire i tuoi denti bianchi sotto i tuoi baffi sale-pepe che avevo imparato ad amare.
Mi rimproveravi ogni volta che volevo giocarci, dopo averti baciato, quando li spianavo uno ad uno con la lingua: ti facevo il solletico e mi allontanavi ridendo, dicendomi di smetterla.
Abbiamo avuto i nostri mesi; dalla finestra osservavamo le foglie che cambiavano colore, dai gialli intensi ai rossi accesi, ai viola sfacciati che tentennavano prima di cadere al suolo, aggrappandosi ai rami spogli, rifiutandosi quasi di tornare alla terra dalla quale sarebbero nuovamente sbocciate a nuova vita.
“Se l’inverno è vicino, può la primavera essere lontana?”
Me lo ripetevo, prima che la neve ricoprisse tutto; forse, non ci ho mai creduto che avremmo visto le gemme sbocciare, ancora assieme, mano nella mano, con gli occhi pieni di una speranza che ogni giorno scemava nel malessere di un mio quotidiano sempre più pesante da condurre.
Le rotaie non viaggiavano più parallele.
Ed arrivava la tristezza, nell’arco delle curve, a deragliare nel silenzio il nostro treno.
Mi chiedevo dove avevo sbagliato.
Le risposte che mi davo erano troppe ed era come se non ne esistesse nessuna: mille verità o troppe menzogne.

Non sono mai stata avara ad investire nella banca dei sentimenti, anche quando non c’erano interessi a fine anno.
Accettavo il pareggio, ingoiavo la perdita e tacevo.
Per il timore di perderti, per la paura di non vedere finire l’inverno ed iniziare la primavera.
Ti mentivo.
Avevo paura a dirti che ogni giorno di più ti sentivo lontano da me, che non eri con me quando prima c’eri.
Mi dicevo che ero una visionaria, credendo quando mi dicevi che eri stanco e sfinito da problemi che non riguardavano me.
Io però sapevo che non era la stanchezza fisica: c’era altro che tenevi dentro di te, non aprendomi al tuo mondo di malumore, ferendomi per questa porta chiusa sbattuta senza affidarmi la chiave per entrarci e alleviare la tua stanchezza, tenderti una mano per far sì che la fatica un po’ si allontanasse da te e venisse a posarsi su di me.
Ancora una volta dovevo domandare a me stessa, perché non potevo essere io ad abitare la tua casa.
E stavo zitta, ad aspettare in un angolo una tua parola, come fosse acqua a dissetarmi nell’aridità di un deserto ove io stessa mi ero costretta.
Dio mio, che freddo faceva…
Era in quei momenti che il tarlo della gelosia iniziava a gemere dentro la mia testa, dentro il mio cuore, dentro le mani che tremavano al pensiero.
Chi era lei, cosa aveva più di me, quanto riusciva a donarti oltre quello che io cercavo di regalarti?
Giorno dopo giorno inseguivo questa lei, cercandola tra mille volti, soppesandone la figura, paragonandola alla mia.
Arrendendomi, alla fine, all’ineluttabilità delle cose.
Non è questione di bellezza, di eleganza, di intelligenza.
E’, semplicemente, una questione di cuore.
La solita vecchia storia che si ripete da millenni e che mai muta: un cuore, un corpo che si incontrano qualche volta o ci si illude si siano incontrati.
Ma è stato l’incontro di un momento, che si potrebbe anche ripetere nella sua casualità ma non diventare mai il tempo di una vita comune.
Avrei gettato in mare tutto per te, se tu me lo avessi chiesto.
Perché non potevo dimenticare le tue parole, molto tempo addietro, quando ti dissi:
“E’ una piccola storia, una piccola storia d’amore e sto male perché devo reprimerla, devo censurarla, devo abortirla prima che diventi talmente immensa da farmi scoppiare il cuore.”
Tu ti arrabbiasti molto, dicendomi che se si parte dal presupposto di non investirci, di non metterci tutti noi stessi, non vale la pena viverla; che ad essere importante non è la durata, ma è l’intensità e la violenza con la quale arriva, escludendo il rifiuto o la fuga.
La violenza era nello stare male se non ti sentivo a rassicurarmi.
La violenza era nella rabbia che subentrava alla paura di perderti.
La violenza era nel cuore che scoppiava.
Ho attraversato deserti per te, ho raccolto sabbia infuocata e l’ho conservata per scaldarmi nei giorni di freddo.
Ora te lo posso dire: mi sono scottata le dita e ustionata dentro irrimediabilmente.
La sabbia era accesa della rabbia e andava oltre, a invadere tutto, lasciando solamente altra rabbia mentre urlavo, chiedendo pietà agli altri ed a me stessa, che sempre sono stata la mia migliore aguzzina.
Nessuno mi ha ascoltata, nessuno mi ha risposto.
Tutti morti.
Come i sentimenti che mi facevano sentire viva, amata, desiderata.
Che importa, ora, di non sentirmi?
Nulla, nulla ha più importanza.
Sei bellissimo.
Io ti ho sempre visto bellissimo.
Il mio rospo, ti chiamavo, ed io sarei stata la principessa che ti avrebbe baciato e fatto diventare un principe.
Oggi ci sono riuscita: i tuoi tratti sono distesi, le rughe sulla fronte appianate, la tua mano abbandonata nella mia è ancora calda.
Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che diventi fredda e bianca come marmo.
Sarà solamente allora che anche io potrò finalmente rilassarmi, prenderò il tuo rigido braccio e mi farò stringere, fino a che non saremo entrambi un solo corpo, uniti per sempre e al quale nessuno potrà avvicinarsi, né farci del male.
Non hai scelto tu, io l’ho fatto anche per te.
La vedremo per davvero la primavera: da una angolazione dalla quale non l’abbiamo mai osservata prima, sopra un tappeto bianco di nuvole.
Guarderemo in giù, tenendoci per mano, e vedremo piccoli punti verdi colorare alberi spogli.
Poi appariranno i fiori: alcuni di un bianco abbacinante, e altri di un tenero rosa, come solo i fiori di primavera appaiono.
Il principe e la principessa, la loro piccola grande storia d’amore: non un fiaba iniziata con c’era una volta.
O forse sì, iniziava proprio così.


1 commento:

  1. E’, semplicemente, una questione di cuore...brava come sempre

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