mercoledì 19 gennaio 2011

Pensieri sfusi




Non è vero che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto.
Il silenzio ha il volto delle cose 
che non hai mai avuto.







Posso sapere come mai arrivi stasera e mi domandi se tutto va bene? No, non va tutto bene. Potrei mentirti e dirti sì, è tutto a posto, tutto scorre e ciò che non si voleva conservare è andato. Solo che io non so mentire. E dirlo sarebbe mentire. A me stessa, prima ancora che a te. Logorroica sempre, ti rispondo, approfittando del fatto che ho tempo. Sì, tempo, oggi ho un poco di tempo per me solo che lo spendo male. Dovrei uscire, vedere gente, fare cose. Magari con la Vespa che giace in garage ad arrugginire.

Era solamente il luglio delle messi mature, dei papaveri che accendevano i campi col loro punto di rosso in mezzo alle spighe; era ieri ma sembra passata una vita dalla spensieratezza di quel tempo andato.  Non avevo nulla tra le mani, erano semplicemente mani vuote. Sia di grano che di tulipani. Non ero granello, non ero tempo. Ero sospesa nel paradosso del mio caos quotidiano, dell’ossimoro di aspettarsi tutto dal nulla.

Ranocchi gracidavano nei fossati. Perché non mi arrivava il loro suono non lo sapevo. Pareva quasi che tutto fosse fermo, come se Kubrick avesse imposto un fermo immagine. Dolorosamente dovevo restare nella posizione di Alex con gli occhi spalancati, le braccia a metà del corpo, immobile, senza poter deglutire la saliva che mi riempiva la bocca. In silenzio pregavo mi restituissero i suoni, non volevo più il silenzio di ciò che avevo perduto, dentro ai labirinti gocciolanti bava del mio sentiero.

Credevo sarei morta, là, fissata per sempre in quel fotogramma in bianco e nero, nel più completo immobilismo del silenzio. Non una voce. Non un suono a restituire vita. Solo i miei pensieri che urlavano, impazziti perché volevano uscire dall’ovatta nei quali erano costretti a vivere. Fu una canzone, una nota in lontananza, iniziata in sordina a crescere di tono ad ogni istante che mi liberò.

Hotel Supramonte cantava De Andrè, raccontava di una donna in fiamme e di lettere vere di giorno, false di notte. In quel preciso momento, alla terza strofa, riuscii a chiudere gli occhi e iniziare a piangere senza riuscire a fermarmi, come se tutte le lacrime del mondo fossero nei miei occhi. Scendevano, allagavano il grano, i papaveri, il trifoglio e gli sterpi, fino a sommergerli di sale e pietrificarli in una statua senza volto e senza nome.

E’ passata una stagione da allora. Anni, mesi, giorni, ore, minuti. Non ho voglia di contare il tempo, andrebbero a formare un numero troppo lungo da scrivere. I rumori sono tornati. In giorni di nebbia sono ovattati, impalpabili e inconsistenti. Composti di sillabe non scritte non da chi hai perduto ma da chi non hai mai avuto, anche se, al tempo del pane ci avevo creduto. Ecco come sto, mio caro: in continua sospensione tra il detto e il non detto, tra la violenza e la censura. Tra il cielo e la terra. In attesa della sua venuta. 

2 commenti:

  1. Mi fermo spesso da Te, a riprendere fiato. Perchè non bastano perizia ed intelligenza per scrivere. Bisogna dare qualcosa, prendendolo dall'anima, così com'è. E tu lo fai. Grazie.

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  2. Ed è sempre un piacere regalare al viandante un sospiro, assieme ad un Grazie.

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