venerdì 31 dicembre 2010

Srotolando parole



Magari non sarà domani. E nemmeno tra una settimana, tra un mese, tra un anno. Però sarà.  Ora non è il momento di avere risposte, di cercarle: dentro le abbiamo già tutte anche se non siamo ancora pronti a riconoscerle come verità assoluta perché noi, per primi, ne neghiamo la veridicità.

Arriva il rimorso che svilisce anche il rimpianto: il rimorso di essere entrata in un’altra vita dove non avevi diritto di entrare, a sconquassare un quotidiano verificato nel tempo, senza troppi alti e bassi.

Semplicemente, uno scorrere tranquillo. Non importa se il fiume ha sassi levigati non dall’acqua ma dal lavoro del ceramista, che ha smussato gli angoli di ogni spigolo per renderli comodi al viaggiatore casuale che vi deve sostare perché è quella la casa che ha deciso di abitare.

Siamo solamente granelli di sabbia dei deserti del mondo: alcuni brucianti e altri gelidi. I nostri attimi che scorrono nel tempo, rallentati o veloci, al ritmo del cuore, fino a quando Godot non verrà a reclamare il conto.

Io sono pronta. Ho pagato tutti i miei debiti, alcuni con trenta denari, ma nessuno potrà venire, un domani, ad esigere un conto che non ho mai contratto. La mia firma è sempre stata messa consapevolmente, su ogni foglio che srotolo, annusandone la polvere.

Ma forse Goethe si ispirò a me, nelle sue vite passate, nel scrivere il suo Faust. Non lo sapevo e non avrò questa risposta, ma Dio e Mefistofele scommisero su qualcuno che mi assomigliava parecchio. Vedremo se mi riscatterò, alla fine. Anche io aspiro ad un indefinito infinito.

O io sono semplicemente il potere consolatorio delle illusioni di me stessa, le stesse che Giacomo recitava tra sé e sé, come un mantra, per fuggire il suo cosmico pessimismo avvolto di un romanticismo che anche appartiene anche a me, sotto la facciata di Colombina?
  
Andrò allora per la strada di Damasco, cercherò la lama a penetrarmi cervello con un colpo solo di illuminazione, per liberarmi di questi pensieri e trovare la strada per Samarcanda. Non avrò Ronzinante a sostenermi nel viaggio, solo le mie gambe. Ma Santiago De Compostela non si sposterà.

Una città non si sposta, resta immota nel tempo a raccontare di sé, la sua storia, i miti che ad essa sono legati. In ginocchio la raggiungerò, per espiare colpe che scarnano, i rimorsi che sono stati sgravati dai rimpianti.

Già, i rimpianti… Pesano più i rimpianti o i rimorsi? Mettiamoli sulla bilancia e vediamo da che parte cede.  Forse rimane ferma, senza alcun moto. Oppure un moto perpetuo, da una parte all’altra, come un metronomo a scandire tempo.

Un tempo, c’è stato un tempo dove tutto questo non esisteva e non sapevamo esistesse: i nostri occhi erano ancora puliti e ancora il logos non ci aveva fatto il dono della sua visita e non si era consapevoli che nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità.

Raccatto il mio fuoco, lo lascio bruciare fino a che un alito di Eolo non vi soffierà sopra, impetuoso, a smorzare fiammella che uscirebbe dalla anfore ché non potranno mai essere esiliate sull’isola.

Isola di Utopia. Esiste, nella sua universalità di concetto, di idea astratta. Un’idea, un concetto, un’idea. O forse, più semplicemente, una sorta di velleitarismo nel quale vogliamo ancora credere.  E oggi, questo ultimo giorno di annus horribilis in decade malefica ci si spera. Noi, alla fine, siamo gente che spera.


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