domenica 28 novembre 2010

Tu, con me

Una premessa a chi non si riconosce in queste parole, a chi non ha l’entusiasmo che ancora io ho qui dentro: astenetevi dal leggere e passare, sono solamente poche righe piene di grondante retorica che sicuramente a voi non appartiene.
Ieri, nel pullman che mi ha portato a Roma, avevo davanti padre e figlio, l’accento me li ha fatti collocare come provenienti dalle montagne; il padre è andato avanti un pezzo a raccontare di non so chi era morta e di quello che succedeva a quell’altro a suo figlio che ogni tanto gli diceva di tacere, avendo intuito che alle due di notte, seppure in una situazione di gambe anchilosate, qualcuno avrebbe anche amato dormire.
Una volta giunti al Flaminio il gruppo si è perso ed ognuno è andato per conto suo.
A piazza San Giovanni, qualche ora più tardi, la coppia mi è tornata in mente.
E’ stato nel momento in cui sul palco, i Modena City Ramblers, hanno intonato Contessa.
In quel momento si sono alzati i pugni, in alto, le bandiere hanno cominciato a sventolare e il vento sembrava davvero iniziasse a fischiare più forte.
Dopo  l’intervento della Camusso, mi aspettavo Bella ciao: era la piazza giusta, era il momento giusto ed era la canzone giusta da intonare a commiato di non so quante persone stipavano lo spazio.
Ed è stato lì, con il flauto che intonava Bella ciao, mentre cercavo di registrare la canzone con la fotocamera che anche mio padre è arrivato, gli occhi mi si sono riempiti di lacrime ed ho pensato a quanto sarebbe stato orgoglioso di esserci anche lui, con sua figlia di fianco, con il pugno alzato e l’altro braccio sollevato nel tentativo di impressionare una canzone che tante volte aveva cantato.
Mi sono tornati in mente i miei vicini di pullman ed ho pensato che quel figlio è fortunato, ha condiviso con suo padre un momento che ricorderà a lungo e che a me è stato negato.
Non mi soffermo sul discorso di Susanna Camusso, su quanto ha detto e quanto ha promesso.
Mi ha entusiasmato con la sua voce ferma, determinata e aggressiva; poi ai posteri lascio la sentenza.
Come sempre faccio la cinese, mi siedo sulla sponda ed aspetto che alla teoria segua la pratica.
Ciò non toglie che la piazza è piazza.
Quando posso andare, per qualche ora, dimentico di essere una rivoluzionaria da scrivania.
Mio babbo, da lassù, approverebbe.
Anche le menzogne che racconto a sua moglie quando vado. 



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