mercoledì 17 novembre 2010

The neverending story



La stanza era completamente buia, solo da sotto una porta filtrava la sottile linea rossa che illuminava di un inquietante e profondo rosso tutto l’ambiente.
Fuori, tra i giardini di pietra, erano accese a gettare ombre sul viale del tramonto le lanterne rosse. 
Più avanti sbatteva i suoi rami al vento freddo quello che nel vicinato chiamavano tutti l’albero degli zoccoli per la forma strana che avevano le foglie di quel raro esemplare di flora.
Tra le fronde si vedevano tanti nidi d’uccellacci e uccellini che pigolavano continuamente dal tramonto all’alba, in cerca continua del loro cibo preferito, il miglio verde.
Oltre il giardino c’era solo desolazione: un deserto rosso, che si perdeva nelle tante ombre rosse delle dune.
In paese chiamavano il castello la casa degli spiriti; nessuno conosceva chi l’abitava, sapevano solamente che era un vecchio e la famiglia; tutti lo chiamavano rispettosamente il padrino e sapevano unicamente che era arrivato fino a lì da Casablanca.
Mormoravano sul libro che aveva dato alle stampe e che aveva visto approdare in paese alcuni personaggi che avevano un cartellino sulle giacche di tweed dai quali si leggeva Professione: reporter. 
Nella vecchia libreria di paese il libro restava accuratamente nascosto; la proprietaria, Mrs Doubfire, ne sconsigliava vivamente la lettura ai concittadini in quanto le storie narrate altro non erano che le confessioni di una mente pericolosa, caldeggiando invece l’acquisto dell’ultimo libro del curato, Amarcord, di facile comprensione anche se scritto tutto nel dialetto locale. 
Il padrino stava rigidamente in piedi; la finestra sul cortile gli mandava una visione desolata, pensava a come era meglio la sua precedente residenza, quella che lui scherzosamente chiamava la casa dalle finestre che ridono.
Sul divano a lato di velluto blu stavano compostamente seduti il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, con tutto il fascino discreto della borghesia.
Il cuoco veniva dalla Germania, era un pilota durante la guerra ed aveva volato in lungo ed in largo su il cielo sopra Berlino.
Il ladro invece era dovuto fuggire dall’Australia dopo l’annuale picknick a Hanging Rock: lo avevano accusato di furto e in città avevano organizzato un’impietosa caccia al ladro nei suoi confronti.
La moglie era americana, quando l’aveva vista e l’aveva sposata, portandola al paese, i suoi parenti si complimentarono con lui, con il loro inglese stentato, battendogli le mani sulle spalle per quella vera american beauty.
L’amante invece l’aveva trovata in un bordello di Pleasantiville, dove lei si era rifugiata dopo aver vissuto per anni in una meravigliosa casa di bambola a Paris, Texas.
Dopo che avevano ballato l’ultimo tango a Parigi, lui l’aveva portata con sè, convincendo la moglie ad accettarla come facente parte di quel gruppo di famiglia in un interno.
Il cuoco aveva appena preparato un the per tutti, ma il padrino lo riprese perché non era fumante come avrebbe dovuto essere e a qualcuno piace caldo e bollente.
Accigliato ed arrabbiato con il cuoco, invitò tutti ad andare a fare colazione da Tiffany, almeno il the sarebbe stato servito come dio comandava!
Andarono quindi a vestirsi accuratamente, il poter uscire da quella casa era come volare, come mettersi le ali della libertà.
Insomma, quel pomeriggio di un giorno da cani, stava per diventare, come per magia, un sogno lungo un giorno, e loro avevano tutta l’intenzione di gustarselo appieno.
Prima di partire il padrino li radunò e lesse a tutti loro il decalogo di comportamento che avrebbero dovuto mantenere in città.
In copertina spiccava il titolo, le regole della casa del sidro, ed il padrino ne scandiva le parole con la sua voce chiara e forte.
Loro ascoltavano tutti compiti, ma erano tutti molto agitati nel vedere arrivare dal viale il tram che si chiama desiderio, che li avrebbe portati a cogliere l’attimo fuggente, quel giorno, nell’anno del signore, in quello che erano certi sarebbe diventato un mercoledì da leoni, tutti entusiasti al pensiero che alla sera si sarebbero potuti fermare a cena presso la locanda della felicità ed avrebbero sicuramente incontrato quel piccolo grande uomo.

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