lunedì 22 novembre 2010

Nell'ordinato paradosso del mio caos



Nella stanza regna un ordinato paradosso del caos.
Sul comodino, un libro che si apre sempre alla stessa pagina.
Di fianco un estraneo pacchetto vuoto di sigarette che non vuole ricongiungersi agli altri rifiuti.
Come questo giornale accartocciato, la cui data indica un autunno che ancora bussava timidamente alla porta, in mezzo ad un gocciolare di ultima estate. 
"Strano - dico rivolgendomi al quotidiano -, vorrei sapere perché non mi riesce la raccolta differenziata. Tu e quel pacchetto di sigarette di una marca diversa dalla mia, non volete saperne di andarvene da me. Eppure so bene qual è il sacchetto a voi destinato: l'azzurro è destinato alla carta. Voi no, ostinati, vi siete affezionati a me. O forse sono io che mi sono affezionata a voi due, inutili oggetti di carta, buoni solamente a ricordarmi un giorno che ero felice. Sarà quando riuscirò a gettarvi che, finalmente, mi sarò separata da voi e da ciò che voi rappresentate. Per ora vi prego, restate qui, a farmi compagnia, col vostro profumo denso di carta impolverata. Vorrei avere l'arte dei maestri cartai e farvi diventare cartapesta per un carro allegorico, che possa dire al mondo intero del fallimento di non riuscire mai a cambiare e proseguire testarda nella mia direzione, ostinata e contraria, della quale meglio di me altro musico-poeta cantò. Leggetemi, amata carta usata; guardatemi bene... Le vedere queste nuove rughe? Non si distenderanno più. Resteranno qui, a rammentarmi ogni volta che mi specchio del perché sono nate. Voi, amici miei, lo sapete quanto amo ricordare, leggendo la mia pelle, i momenti felici e quelli infelici. Parole di carta, salvatrici sempre nel momento delle tristezze, restate con me, non andatevene dove vorreste giacere dimenticate. Ho bisogno di voi e solamente voi mi siete rimaste, in un eterno monologo che recito davanti all'altra me bianca, arrossendo l'altra me nera. Soggetto, verbo, complemento oggetto di me, in chiaroscuro, con grappoli succosi di parole da vendemmiare tra le mani. Oh, chi sarà il bevitore che vorrà suggere lo zuccherino che mi impastrocchia? Passatemi un fazzoletto imbibito di detergente! Il troppo miele, mescolato al fiele, mi salda le dita e non posso più sfogliare i miei amati ricordi di carta, né distendere queste rughe che mi regalano anni e anni. No, non fatelo, non sono ancora pronta. Preferisco restare qui, nella mia stanza, nel mio ossimoro di ordinato caos, la dimensione che mi permette, nonostante il nonostante, di sopravvivere con mollezza a rigidità. Il mio caos, il mio essere scomposta sono me medesima, non potrei essere diversa e non saprei dove altro collocarmi se non in questo mio paradosso. Se non col mio libro sul comodino che si apre sempre sulla stessa pagina, con un pacchetto di sigarette sgualcito sopra e un giornale arrotolato, secco ormai della pioggia dal quale mi riparò".
Mi sorprendo del mio dialogo tra me e i miei oggetti, nel sacrario della mia stanzia, ostie di carta, a unirmi con la carne di quel dio che disconosco. 
Nel mio caos, il verbo non è carne ma solamente parola, da rincorrere e da afferrare. Fino a che la mia artrosi deformante gli arti me lo concederà, sperando che mai afferri ciò che non si vede, sotto la cute di capelli troppo cresciuti di bianco nelle ultime settimane. 

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