mercoledì 17 novembre 2010

La svolta del signor G.

Perduta per timidezza l'occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice.

Guarda la corda, che pende sconsolata dalla trave, scuote la testa: ancora una volta non è riuscito a vincere ciò che da quando è nato chiama il suo spino nel cuore.

Ci ha provato in ogni modo, ma non riesce assolutamente a togliersi dalla mente il pensiero delle persone che lo troveranno impiccato, con la faccia stravolta e, soprattutto, con le brache sporche di urina e delle feci che, inevitabilmente, non riuscirà a controllare giacché troppo occupato al pensare di morire impiccato.

Persa quest’occasione, quindi, si rende conto che la soluzione al suo male di vivere, che non ha trovato aiuto nelle parole dei vari psichiatri e, tanto meno, nelle gocce e pastiglie ingoiate, il nostro anti-eroe ripone la sedia sotto il tavolo lucido, si toglie il vestito della domenica che aveva indossato per l'occasione infilandosi la tuta sgualcita da camera, si accomoda nella poltroncina davanti al computer.

Qualche minuto perché il sistema operativo renda tutti i programmi funzionali ed ecco, un nuovo file vergine di word è lì davanti ai suoi occhi, pronto a essere violato con parole che, ha deciso, saranno solamente felici.

"E che cazzo, non posso continuare così... ad ammazzarmi non ci riesco, occorre dunque una soluzione alternativa”.

A sinistra vede i titoli degli ultimi racconti iniziati e lasciati a decantare, in attesa di una punta nuova di dolore, indispensabile per terminare le battute prefissate e scrivere la parola “fine”.

Legge i titoli e si dice che se uno non fosse depresso, lo diverrebbe seduta stante nello scorrere le parole che ha usato a presentazione dei suoi racconti.

Da un Viaggio e non ritorno dal mio inferno, a un Memorie di un santo mentitore, fino a un Post-It di un viaggio nel dolore: embè, mica è facile scrivere sempre e solo infelice, occorre entrarci per bene dentro, esibirlo con compiacimento a tutti quelli che hanno la fortuna di imbattersi.

E ancora non basta: bisogna amare il proprio dolore, crogiolarsi in esso per farlo trasparire in ogni parola scritta, non volere assolutamente stare bene, ché non sia mai che un poco di felicità inquini pagine e pagine di sofferenza.

Per non parlare poi delle parole pronunciate...

Lì, si rende conto, che ha sempre dato il massimo di se stesso.

S’interroga se alla fine non è quella la causa per cui, a quasi cinquant'anni, non è mai riuscito a trattenere a sé una compagna.

La risposta lui se la dà, e, come sempre, mente sapendo di mentire.

"Io sono anaffettivo, non riesco ad amare nessun altro all'infuori di me”.

Ricorda il sorriso sarcastico della morettina che, a quelle parole, lo mandò a fare in culo senza nemmeno girarsi indietro.

Ricorda anche le lacrime di Maria Giovanna, che scorrevano sul viso magro, mentre gli occhi increduli non riuscivano più a fissarlo.

Si chiede se provò dolore quando le disse addio, ma non poteva sopportare che lei gli dicesse di ammazzarsi e di completare, definitivamente, l'opera e non lasciare l'ennesima partitura incompiuta.

Ci aveva provato, ma la timidezza di non essere, nella morte, all'altezza della situazione, lo aveva fatto desistere.

Lascia da parte quei pensieri, mette le mani sulla tastiera e inizia a digitare il suo romanzo felice:

La mia cura iniziò il giorno che decisi di mollare tutto quanto e di trasferirmi in campagna. Non c'erano case nel raggio di miglia e l'unica persona che vedevo era la figlia del lattaio, che mi portava le provviste ogni mattino. Era molto bella ed era una donna felice. Si percepiva dallo sguardo limpido e fiero che aveva quando mi fissava negli occhi, e mi diceva:

"Fanno sedici euro, signor Guido. Ha iniziato a scrivere? Di che scrive?”

"Buongiorno signorina Felicita, ecco qua i sedici euro, domattina non mi porti il latte, ne ho già una bella provvista, grazie. Sì, sto scrivendo. Una storia col suo nome".



.

Nessun commento:

Posta un commento