giovedì 11 novembre 2010

La sera di San Martino


Io non so dirti perché si festeggiava la notte di San Martino, la sera dell'undici di novembre.

Quello che conosco, è che, in tale data, finiva l'anno lavorativo dei contadini: se il padrone del podere non aveva più bisogno del lavoro dei mezzadri e non chiedeva loro di restare, questi prendevano i loro averi e traslocavano in cerca di un altro padrone e di un altro alloggio. 

Poi so che a San Martino era dedicata la chiesa parrocchiale di Rocca Corneta ed era tradizione festeggiare il tutto con una serata danzante nel salone da Giuseppe. 

Erano parecchi anni che partecipavo alla festa, da quando era finita la guerra, ed ogni anno Enio mi aspettava, per dimenticare, davanti ad un fiasco di quello buono ed alle musiche, le miserie patite fino a poco tempo prima.
Partivo da Sestola al pomeriggio, con la mia bicicletta, una pagnotta, un pezzo di formaggio ed una bottiglia di vino nella bisaccia. 
Faceva freddo, ma non lo sentivo trapassarmi le ossa. 
Ero un ragazzo allora, e come i ragazzi di adesso, mi pregustavo già, durante quella lunga pedalata, la serata che avrei vissuto, ci ripagava della vita povera di divertimenti che vivevamo su al paese. 
La riconobbi subito, appena entrato. 
Era ancora più bella di come la ricordavo, si era fatta donna, con quella sua gonna di lanaccia scura e quella sua camicetta bianca, i riccioli raccolti dietro alle orecchie sulle quali spiccavano orecchini minuscoli. 
Stava compostamente seduta tra le sorelle, non osavo quasi avvicinarmi. 
E dire che tante volte l'avevo presa in giro quando, staffetta bambina, veniva al campo a portarci una pagnotta: sembrava uno scricciolo, la ripensavo dentro al giaccone di tante taglie più grandi di lei, donatole da qualche americano di passaggio; già al tempo della guerra aveva quello sguardo fiero negli occhi che il tempo non ha scalfito. 
Quella sera ero però intimidito davanti a lei, non riuscivo a scherzarci come sempre e mi ciondolavo da un piede all'altro non sapendo bene cosa fare, mi rivolse un sorriso stentato, e voltò il capo dall'altra parte, ignorandomi completamente. 
Ci rimasi malissimo, sai? 
Enio mi prese da parte e mi spiegò che era tutta una tattica. 
Il nonno Lino osservava la scena da un lato della sala, teneva sott'occhio quelle sue tre figlie da maritare. 
Feci un sospirone, mi accesi una sigaretta, mi avvicinai e le chiesi se voleva ballare…….



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Non mi piaceva, per quanto lo guardassi non mi piaceva per niente. 

Aveva sì un portamento fiero, sapevo che era un gran lavoratore, portava i baffi curati ed era un bel ragazzo…fino a quando non apriva la bocca: i suoi denti erano un campo minato, e proprio non ce la facevo a farmelo piacere appieno.
Quando andavo su, a Gabba, a portare ai ragazzi imboscati quello che ci avanzava nella dispensa, lui mi faceva sempre ridere con le sue battute: lo ricordo, con Enio e Alfonso, sempre a ridere e scherzare. 
Alfonso non c'era più, era rimasto attaccato ad un muro a Lizzano, restavano solo lui ed Enio. 
Quella sera aveva il vestito della domenica, liso nei gomiti dall'uso che ne avevano fatto, prima di lui, i suoi sei fratelli.
La cravatta scura sulla camicia bianca, i capelli riccioluti e neri. 
Stavo seduta tra Alma e Clara, con mio padre in un angolo che parlottava coi suoi amici non perdendoci d'occhio. 
Ce ne stavamo rigide su quelle sedie, timorose ed allo stesso tempo agitate. 
Per me e Clara era la prima volta che partecipavamo al veglione di San Martino. 
Alma, con quel suo anno in più, faceva la sapiente della situazione, spiegandoci che dopo le polke e le mazurke sarebbero iniziati i walzer lenti e, dopo, un breve momento dedicato alle musiche d'oltre oceano che ci avevano lasciato in eredità i nostri amici americani. 
Fiori mi guardava: quando si avvicinò e mi chiese se volevo ballare, il cuore mi balzò in gola. 
In quel momento avevo dimenticato i suoi denti non perfetti, presa come ero dal mio primo invito ad un ballo da un uomo. 
Non credo che le mie sorelle, mio padre e tutti gli altri presenti in sala avrebbero mai pensato che quello sarebbe stato poi l'unico compagno con il quale avrei ballato per tutta la vita.

Racconti raccolti bambina nelle lunghe sere d'inverno, davanti alla stufa economica poco dopo il Carosello. Mi beavo di quelle storie, avrei voluto che non finissero mai, e ne chiedevo sempre un'altra e un'altra ancora. Mio padre prendeva mia madre per mano, si guardavano negli occhi che diventavano lucidi. Quella sera, l'undici novembre del 1948, segnò per sempre la loro vita. E' anche grazie a quel veglione di San Martino se io sono qui a riportarlo fuori dal cassetto dei ricordi. Assieme a Glenn Miller ed alla sua Moonlight Serenade. 






 Dedicata a mio padre Fioravante, che c'era. A mia madre Iole, che c'è 


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