venerdì 19 novembre 2010

Diario della demenza - 19/11/2010

E’ da agosto che non scrivevo una pagina de I diari della demenza.
Oggi è il giorno giusto per riassumere ciò che sono stati i giorni che non sono stati scritti ma, semplicemente, solo vissuti.
Le ore si sono srotolate, tra uno squillo di cellulare e un altro, richieste di aiuto che necessitavano la presenza di me, figlia senza nome.
Le demenze si sono susseguite, una diversa dall’altra; alcune è stato facile farle rientrare.
Altre no, sono continuate per ore e ore.
Ultimamente le ore sono diventate giorni interi, di costante pressione psicologica.
Di rabbia, di lacrime.
Di calma e di furia, non sapendo più qual è la via giusta da imboccare visto che nessuna porta da nessuna parte se non ad un grande dolore ed una grande sofferenza, non solo tua mamma, ma di chi ti sta attorno.
La mia pena è immensa, oggi più che mai.
E’ stupido da parte mia mettere sulla carta ciò che ho dentro ma voglio fissarlo, per rileggerlo tra qualche tempo e sperare che non lo farò più con gli stessi occhi di oggi, che la malinconia di te arrivi prepotente a farmi dimenticare questa giornata.
Oggi ti ho detto che tu non sei più mia madre.
Ti ho urlato che stai rovinando la vita a tutti.
Sì, mamma, sei malata ma il tuo male non ha una scadenza per cui mi posso aiutare dicendomi “Dai, Dani, ancora qualche settimana di strazio ed è finita”.
L’ho fatto per sei mesi, con il babbo e solo dopo mi sono pesate le visite quotidiane in ospedale, quando, nel parcheggio, mi si contraeva lo stomaco dall’entrare, per l’ennesima volta, in quella corsia dalla quale sapevo ne sarebbe uscito solo morto.
Con te, mamma, non ho un termine al quale aggrapparmi per sostenermi e farmi forza ancora di parlarti, di capirti, di vivere la tua impotenza.
Io non ce la faccio più, mamma.
Io sono sfinita ed esaurita.
Tuo figlio altrettanto, Rodica se ne torna in Romania perché lei è qui per lavorare non per sentirsi dare della puttana, della ladra per tutte le ore che sei sveglia.
A nulla vale dirle che lo dici anche a me, il risultato che otteniamo è di piangere assieme.
Oggi abbiamo deciso e vorrei solo che tu sentissi la pena che ho dentro, nella determinazione della decisione.
Forse scrivo per assolvermi da quello so mi perseguiterà a lungo; sei sempre stata così brava con me,a riempirmi di sensi di colpa, che sicuramente e al di là della tua demenza, percepisci anche adesso, nell’urlarmi che sono una bestia e che non sono tua figlia.
E’ vero, mamma, io non sono più tua figlia dal momento che questo corpo che ho davanti, piegato e lento è quello di colei che mi ha partorito ma il resto non lo conosco più, mia madre è morta il 5 febbraio e non è più ritornata, nemmeno per un momento ad essere quella donna che mi ha messo al mondo cinquant’anni fa.
Ti ho sempre giurato che sarebbe stata l’ultima spiaggia, che avrei fatto di tutto per non metterti in una struttura.
Sono una traditrice, mamma, ho fatto uno spergiuro.
E se c’è un dio per davvero, da qualche parte, sa con quanta tenerezza sto pensando alla mia mamma che avevo una volta e che odio ho per questo viso, stravolto da un ghigno cattivo, al quale ho augurato la morte.
Sono felice di non essere credente o questo mio pensiero, che oggi ti ho gridato in faccia, saprei essere la porta spalancata per un inferno.
Solo che io, mamma, l’inferno lo sto vivendo qua, in terra.
E’ l’inferno che mi distoglie da tutto e da tutti, che mi fa rispondere male a mio marito ed ai miei figli.
Che non mi permette di concentrarmi sul lavoro, al punto che oggi mi hanno invitato a venire a casa.
Il mio inferno, mamma, mi si legge negli occhi che non smettono mai di essere lucidi.
Perché sei qua dentro, con la tua pena che convive con la mia paura e la mia inadeguatezza di affrontare questa situazione che non auguro a nessuno di dover vivere.
Io non ti voglio ricordare così come oggi, mamma.
Tra un’ora tornerò da te.
Mi odio per questo mio non riuscire più a volerti bene.
Mi odio nel rendermi conto che ho più pietà per un cane rognoso che passa per la strada che non per te, che sei mia madre.
Mi arrendo, mamma, non ho più armi per combatterti e per salvarmi se non quella che già so sarà per sempre la mia condanna.
Non sono più tua figlia, mamma.
Ora non ha più importanza se non ricordi il mio nome.
Oggi ho tagliato il cordone ombelicale.
Ne resta ancora un piccolo pezzo: quello non so quando cadrà del tutto.
Spero solo per me e per te che sia il più presto possibile.
E non prego il tuo dio che avvenga, io non credo al tuo dio.

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