martedì 23 novembre 2010

Cosa mi dirai?


Cosa mi dirai?
Come mi parlerai?
Allora, dottore, ci siamo, sono qui, sono in anticipo di qualche minuto e non vorrei.
Riuscirai a trovare le parole e il tono giusto per farmi vomitare tutto il malessere di mille e ancora uno tagli sanguinanti che mi stanno ulcerando?
L'attesa è snervante, ma ho imparato la pazienza.
Tra le mani mi è rimasta solo lei, assieme a una ruga di speranza che anziché diventare più profonda, è ogni giorno sempre meno marcata.
Potrei brevettare il metodo a una casa farmaceutica e mi arricchirei della scoperta, osannato dai bollettini medici: sconosciuto signore di mezza età trova rimedio certo contro le rughe.
Se solo fosse ciò che desidero.
Ma non è.
Tra poco un cenno e una voce mi diranno che è il mio turno e mi accomoderò, non sapendo bene cosa fare, conoscendo l’impaccio del mio corpo in movimento.
Entrerò per avere risposte a domande che ora cozzano solamente contro il vuoto, affastellando sequenze in chiaro scuro.
Stamane il rituale dello sforzo è stato identico a tante altre mattine: la mano ferma a radermi, mentre lo specchio rifletteva occhi cattivi che non riconosco miei.
Feroci, cupi, morti.
Sono gli occhi di chi ha amato sopra ogni cosa, come non credeva fosse possibile, fino a perdere la cognizione di sé; i limiti del mio corpo definiti solo dal desiderio di lei, unici momenti in cui trovavano la voglia di essere vissuti, in attesa perenne di un cenno e di un sorriso, puntualmente disatteso.
Alzarsi dal letto è più dura ad ogni risveglio.
C'è solo voglia di un dormire artificiale, per non pensare, per non sognare, per dimenticare…
Lei, che ha scritto nel suo grimonio una ricetta di dolore ponendole la maschera falsa dell'amore.
Cosa mi dirai, dottore?
Come mi parlerai?
Riuscirai a trovare un antidoto al maleficio che m’invade fin dentro le ossa e ancora oltre, prendendosi tutto?
Saprai cosa significa non avere forza, sentirsi svuotati?
Cosa vuol dire avere un corpo che vive e una mente che sopravvive nuotando in balia di mille pensieri di morte che come correnti ti portano al largo dell’esistere?
In che modo riuscirai a infondermi la certezza che vedrò ancora a primavera i peschi fioriti nel frutteto e non soltanto questa distesa invernale di rami spogli senza linfa?
Saprai farti attraversare dal mio dolore, perché diventi tua la mia sensazione di strappo e di oppressione?
Riuscirai a capire che sono monade senza di lei, nella mia unicità?
Dottore, mi aiuterai a vedere nuovamente la luna in cielo e non solamente quella che vedo riflessa nella pozzanghera che ora sono?
Ero fiume, diventai ruscello, ora pozza disertata da tafani e rane, che fuggono perché non c'è più nulla che li aiuti a volare ancora e a gracidare nel sole.
Devo prepararmi: dovrò raccontare la storia dall'inizio.
No, non lo farò se tu non me lo chiederai, dottore, ma se il tuffo servirà a cacciare il ricordo, me lo arrotolerò addosso come un gomitolo e mi ci perderò.
Ma tu, dottore, dimmi che mi aiuterai.
Saprai riuscirci, dottore?
O mi prescriverai gocce per dormire e pillole per dimenticare le sue linee morbide, il suo corpo chiaro, il suo viso sfacciato a ricordarmi che mai sarà mia?
Riuscirai, dottore, a farmi passare la voglia d’imboccare un'autostrada a centoventi all'ora contromano?
A farmi ritrovare il me stesso che ero prima d’imbattermi nel fantasma che è riuscito a far emergere un io sconosciuto ma che mi ha sempre abitato, inquilino invisibile, lato oscuro di me sempre negato ma sopravvissuto, qui, dentro, tenace nel cercare di sopraffarmi malgrado mi opponessi?
Mi regalerai una fede, una qualsiasi, alla quale aggrapparmi, disperatamente, per non affogare?
Dimmi che ci riuscirai, dottore.
Curami la mente, curami i pensieri; nel risanare la mia anima si risanerà anche il mio corpo che ora è macilento di pensieri pesanti.
Voglio pensieri leggeri, di vita chiara priva di pennellate di morte.
Cosa mi dirai?
Come mi parlerai?
Ecco: è il mio turno.
Pochi attimi e saprò se mi aiuterai a vivere o mi resterà solo sperare di morire.

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