venerdì 10 settembre 2010

Di arrivi, di partenze

Il groppo è qui, tra lo sterno e l’ombelico.
Giorno di partenze, giorno di arrivi.
Ad un crocicchio che tante vite ha visto passare e sostare, nel parcheggio a pochi metri dall’uscita di Modena Nord.
Un pullmino bianco, ucraino, che scarica donne: sono vestite bene, truccate, coi loro telefonini in mano che aspettano, di fianco alle loro grandi valigie, coloro che non hanno mai visto, dei quali conoscono solo la voce che le hanno contattate e che hanno offerto loro un lavoro.
Badanti, vengono chiamate.
Spesso in tono dispregiativo, bollate in luoghi comuni che ne fa tutte delle puttane pronte a carpire soldi e ambire, magari, all’intontimento totale dell’assistito per una sistemazione sigillata da un pezzo di carta che attesta un matrimonio.
Ed io sono lì, ad osservare, mentre Rodica è al mio fianco, fresca di parrucchiera, con le sue scarpe nuove dal tacchetto sottile.
Emozionata dalle lacrime di mia madre che ha continuato a domandarle “Perché vai via? Ma torni, vero? Quando torni?”
Inizia così, questo venerdì dieci settembre.
Un mese di partenze e arrivi.
Un mese tra dodici, simili eppur uguali.
Inizia con quel groppo che è ancora qui, dopo un paio d’ore; come nel film di Virzì: una specie di uovo sodo che non vuole andare né su né giù.
Rodica vive con mia madre da maggio.
Prima di lei Anna.
Dopo di lei Maria.
Rodica ha quarant’anni.
Ha una figlia che lunedì inizia la scuola in Romania, nel paese dal nome impronunciabile, pieno di z e k e j che non mi riesce davvero a memorizzare.
Rodica ha un marito che non vede da due mesi, da quando anche lui ha preso un pullmino ed è venuto a trovare sua moglie ed a cercare la speranza di un lavoro qui, vicino alla sua compagna.
Si è arreso alle risposte sempre uguali: non c’è lavoro nemmeno per noi.
Stanotte riabbraccerà la sua Rodica.
Domattina Rodica abbraccerà sua figlia, che non vede da quattro mesi e mezzo.
Io non riesco a chiamarla badante e mi irrita quando sento che qualcuno lo fa in mia presenza: lei è la donna che vive con mia madre, lei è la donna che in questi mesi ha sopportato i deliri quotidiani di chi non sa di aver perso da qualche parte, nel suo cervello, ciò che la faceva battezzare sentenze con lingua aguzza.
Rodica, in questi mesi, è diventata la sorella che non ho mai avuto.
Ho aspettato con lei un altro pullman e quando è arrivato l’ho abbracciata stretta.
Mi ha promesso che tornerà, a metà ottobre.
Io ci voglio credere.
Perché il groppo che avevo io lo aveva anche lei, negli occhi, tremolante, tra le sue ciglia chiare e il suo sorriso.
Perché mi deve portare un manufatto della sua mamma, me lo ha promesso: campa facendo coperte imbottite all’uncinetto e pur non avendo la più pallida idea se mi piacerà o meno, ne ho commissionata una, tre settimane fa.
Perché ha lasciato i suoi abiti invernali nell’armadio a casa di mia madre.
No, a casa sua.
Anche se in quella casa non ha suo marito e sua figlia.
Ma lo è.
O non mi spiegherei del perché, ogni mattina, la trovo a spazzare via le foglie dal marciapiede.
Lei ride, quando le dico “Domani passaci anche lo straccio, visto che ci sei”.
E’ casa sua.
E chissà, che un domani, non lo diventi per davvero e che possa viverci con suo marito e sua figlia.
Per ora la penso, stipata tra tante carni che tornano a casa.   
E mi faccio un caffè: il groppo scenderà.

1 commento:

  1. E adesso il groppo l'hai fatto venire anche un po' a me che non c'entro con te e la vostra vita. Ma quando si racconta bene... Ciao.

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