giovedì 22 luglio 2010

Gli occhi si fecero fessure

Stanotte i pensieri si affastellavano impedendomi di dormire.
Partecipare e tentare di rendere partecipi all’iniziativa La testa, il cuore, la faccia, mi ha fatto tornare al due agosto del 1980 e restarci inchiodata a lungo, ignorando il sonno che bussava.
Ero fresca di diploma, essendo stata dichiarata matura il ventiquattro luglio.
Ero già una forza lavoro assunta a tempo indeterminato dal giorno seguente: l’officina meccanica dove andavo a fare qualche ora al pomeriggio, sin dalla terza superiore, mi assunse immediatamente e non feci mai, da quel sudato diploma, un solo giorno da disoccupata.
Ma ai tempi le cose andavano diversamente.
La ditta chiuse il primo agosto e me ne andai a Fanano, in montagna, dove mio padre e mia madre erano già stabili da fine maggio.
Le mie amiche fighe erano in partenza per Riccione, io preferii godermi le vacanze servita e riverita da mammà.
Poi, a Fanano, oltre alle mie radici, c’erano tutte le estati della mia fanciullezza, gli amici di sempre, i fidanzatini persi e ritrovati, i ragazzi della scuola tennis di Sestola, le serate sulle scale della banca a cantare a squarciagola le canzoni di Battisti dopo le grigliate al fiume o i pomeriggi di totale cazzeggio in piscina.
Erano le passeggiate all’alba nei boschi, a cercare funghi con mio padre.
Ci sono mattine che non le ricordo, ma quel due agosto sì, come se fosse successo ieri.
Eravamo partiti verso le sei, avevamo deciso di andare a Libro Aperto perché dicevano che trovavano grandi quantità dei galletti.
Fece guidare me, diceva che dovevo imparare a portare l’auto anche sui sentieri di montagna.
Fu una raccolta felice, riempimmo i nostri cesti degli aranciati funghi e decidemmo di tornare a casa.
Verso le dieci, eravamo seduti ai tavolini del in piazza di sotto.
Mio padre voleva andare al Bar Italia ma non trovammo da parcheggiare in piazza di sopra e mi accontentò.
Jose, il proprietario del bar, era un caro amico fricchettone, un po' maggiore di me ma con quale si era molto in sintonia; spesso, al mattino, col bar pieno di gente, si sedeva con me e gli altri al tavolino ed iniziava a raccontarci delle sue storie, delle sue ferite, delle bastonate prese in piazza.
Era sempre lo stesso racconto, ma ogni volta ci aggiungeva un dettaglio, un particolare che te lo faceva sembrare sempre diverso.
Mio padre lo conosceva e spesso accettava il toscano identico a quello che mai mancava di penzolare dalle labbra di Jose.
Anche quella mattina lo stringeva coi denti, mentre ci serviva il caffè.
Agli altri tavolini c’erano tutti i miei amici, l’appuntamento per il caffè era quotidiano anche se non premeditato o stabilito.
Io restai con mio padre, parlando dei funghi, di come avrebbe chiesto a mia madre se aveva voglia di cucinarli quella sera con la polenta e del dove gli sarebbe piaciuto andare il giorno dopo: non so chi gli aveva detto che al Cimoncino si trovavano molte cioppadelle [porcini] e quindi si decise per quell’itinerario.
Fu Jose che uscì dal bar a dare le notizie confuse di quanto aveva appena sentito dalla radio.
All’inizio pareva fosse scoppiata una caldaia, parlavano di corto circuiti ma non di bombe, cosa che poi venne paventata poco dopo.
Mio padre non disse nulla.
Solo gli occhi si fecero fessure e mi guardò, in silenzio.
Sempre in silenzio mi fece un cenno e tornammo a casa.
Si piazzò davanti al televisore dove scorrevano le prime immagini di quella carneficina.
Io non capivo allora e non capisco nemmeno oggi, dopo trent’anni, perché prendersela con gente che era lì, per caso, che non erano obiettivi politici, al pari degli altri attacchi terroristici precedenti. Era una questione di fortuna esserci o non esserci in quel posto che qualcuno aveva stabilito dovesse saltare, scoppiare, fare morti, carneficina, carni maciullate, sangue, urla, dolore, interrogativi ; era solamente un caso non esserci, chiunque ne poteva restarne vittima, martire ed eroe inconsapevole di una guerra che non aveva accettato di combattere e delle cui sorti qualcun altro, sconosciuto, ne aveva decretato la conclusione.
Gli occhi di mio padre erano fessure e non sapevo, allora, cosa stava pensando.
Non domandai. Rispettai il suo silenzio. Che divenne anche il mio.
Ora so con certezza che aveva gli stessi occhi quando assistette, impotente, alla fucilazione dei suoi compagni di Brigata.
Se avessi uno specchio davanti ora e mi specchiassi, sarebbero fessure anche i miei occhi.




3 commenti:

  1. Chiunque di noi ha vissuto quell'evento con la morte nel cuore, non dimenticherà mai dove fosse e cosa stesse facendo in quel momento. Capita per pochi, pochissimi eventi, ma la memoria fissa quel momento nella sua interezza, conservando luoghi, sapori ed immagini. Come te ricordo ogni particolare di quella giornata come se non fossero passati gli anni che, invece, sono passati. Inutilmente per darne giustificazione, maledettamente per la rabbia che ancora cova nei nostri cuori. Una tragedia indimenticabile, come ogni tragedia che non avremmo mai voluto conoscere.
    Alberto

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  2. "Io non capivo allora e non capisco nemmeno oggi, dopo trent’anni, perché prendersela con gente che era lì, per caso"
    Noi non potremo mai capire cara Daniela perché siamo all'opposto dei fascisti.

    Grazie molte per questa tua profonda testimonianza. Un abbraccio.

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  3. E orgogliosi di esserlo, Alberto. Oggi come ieri, perché è nella testimonianza che non si dimentica. Grazie a te, contraccambio l'abbraccio e l'immensa stima.

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