martedì 1 giugno 2010

Un profumo da imbottigliare

“Arrotino, donne, è arrivato l’arrotino, forza donne scendete, affiliamo i vostri coltelli, ripariamo i vostri ombrelli. Abbiamo filo, elastico, calze, strofinacci e tutto quello che vi serve per la vostra casa, scendete donne, è arrivato l’arrotino …”

Ogni sabato che Dio metteva in terra, alle dieci precise del mattino, io e i miei fratelli eravamo svegliati dalle urla del signor Arturo.
Entrava col suo biroccio nel cortile, gridando, e già le donne di casa erano ad aspettarlo, con i loro grembiuli scuri e poveri, ma perfettamente pettinate per quello che era quasi un appuntamento mondano.
C’era la signora Rubini, veniva dalle campagne ferraresi e aveva un buffo accento.
Suo marito faceva i mercati con i formaggi, aveva sempre un odore strano che non mi piaceva, ma quando ci regalava i pezzi di tosone avanzato, li mangiavo molto volentieri.
Poi la signora Monti, con il suo perenne pancione che sfornava marmocchi in quantità: aveva poco più di vent’anni, messo al mondo già tre figli e pareva non intendesse ancora fermarsi.
Giovanna Selmi voleva apparire superiore a tutte e si avvicinava sempre per ultima, con i suoi coltelli da fare affilare che parevano ogni volta gli stessi, quasi fossero la scusa per partecipare pure lei al rito del sabato mattina esibendo un vero interesse, non per la curiosità che, in realtà, la spingeva a sbirciare gli acquisti delle sue vicine.
Infine c’era mia madre.
Il suo vestitino nero con minuscoli fiorellini bianchi, al quale aveva aggiunto un colletto di pizzo, fatto da lei all’uncinetto, con il cotone comprato da Arturo e, per questo, portata ad esempio di come la sua merce era sempre utile anche quando era superflua.
Io sapevo che mamma aveva comprato le matasse di nascosto a babbo, perché ero con lei e mi fece giurare di non dire niente, sarebbe stata accusata di spendere i soldi malamente.
Ubbidii, anche perché con quel pizzo attorno al collo, era la più bella ed elegante di tutte quante ed io ero orgogliosissimo della mia giovane mamma dagli occhi e dai capelli scuri.

Abitavamo in un grande casermone, lo chiamavano Il Collegio San Carlo perché, molti anni addietro, era una scuola per i signorini bene della città.
Poi, dopo la guerra, nessuno lo aveva più abitato e con l’immigrazione dei primi anni cinquanta accolse famiglie che si erano trasferite in città dalle campagne e dalle montagne, per andare a lavorare nelle fabbriche che garantivano un salario certo e sicuro.
Non c’erano dei grandi vani, le famiglie numerose come la nostra si adattavano a vivere in due camere: una fungeva da cucina e da stanza da letto per noi tre, l’altra era per babbo e mamma.
In cucina, poche suppellettili: una credenza con cinque sedie che venivano dalla casa di campagna della nonna come dono per le nozze, una stufa economica acquistata a rate e, ai tempi, non ancora interamente pagata.
Il tavolo lo aveva fatto il babbo, con asce che avevano scartato da un cantiere poco lontano.
Era bravo il mio babbo a lavorare, qualunque cosa gli si mettesse tra le mani lui sapeva cosa fare e il tavolo sul quale mangiavamo era diventato davvero un bel tavolo, che la famiglia Cosenza, nostra vicina, ci invidiava molto.
I nostri letti erano dei materassi che durante il giorno venivano sollevati e appoggiati al muro: dormivamo per terra e quando faceva molto freddo, mamma ci metteva sotto dei teli di plastica per cercare di ripararci dal gelo che saliva dal pavimento.
La stufa si spegnava quando si andava a dormire ed era impensabile alimentarla durante la notte, anche la legna da ardere costava parecchio.
Nella camera dei miei genitori troneggiava un letto di ferro battuto, regalo della nonna di montagna.
Di lato una tenda tirata su un filo nascondeva i vestiti, due comodini sbilenchi di recupero e una lampadina che penzolava dal soffitto: null’altro, che io ricordi, solo quei pochi oggetti, poveri ma sempre pulitissimi.
Come i vestiti che ci passavamo, io e i miei fratelli, fino a che non erano talmente lisi da essere gettati; questo avveniva solamente dopo aver rivoltato i colli alle camicie e messo le toppe all’unico paio di calzoni lunghi che io ricordi aver mai visto girare per casa.
Eravamo poveri, e non capivo perché babbo, dopo le ore in fabbrica, partisse per andare a fare la raccolta dei cartoni.
Lo vedevamo ritornare, dopo qualche tempo, con la bicicletta a mano, perché dal gran che l’aveva caricata, non era capace di pedalare.
I cartoni poi li vendeva a Giacopini, il proprietario di uno scatolificio, che li impastava per fare nuove scatole.
Solamente dopo qualche anno, quando dal Collegio San Carlo ci trasferimmo in piazza, capii che senza tutti quei sacrifici non ci saremmo mai potuti permettere una casa grande e tutta nostra, come quella che inaugurammo il giorno di San Martino del 1959.
Là non arrivava Arturo, l’arrotino, a svegliarci.
Là la vita era diversa, non ci pareva vero di avere un bagno tutto per noi, da non dividere con altre quattro famiglie. Quante volte abbiamo litigato io e i miei fratelli, perché uno di noi non usciva mai più e ci passava ore intere a leggere i giornaletti!
Là mi sentivo ricco.
Quando uscivo per andare a scuola, non importava nulla se le mie braghette erano davvero troppo corte e se le bretelle erano sfilacciate in diversi punti.
Non m’interessava se la cartella che mi segava le spalle era un po’ spellata e se il cuoio nero era triste in confronto a quello colorato che esibivano i miei compagni di classe.
Là nacque mia sorella, l’ultima, che non ebbe occasione di vedere altre case: il tempo con lei non fu generoso e la strappò alla vita prima ancora che potesse dire quanto era felice di esserne entrata a farne parte.

Oggi sono tornato dopo tanti anni, qui, nel paese dove ho trascorso la mia infanzia.
Sono venuto a cercare i ricordi che ho lasciato dopo le scuole medie, quando mi trasferii da una zia per frequentare le superiori e dopo l’università, dove restai poi a lavorare e da lì partii, per tante grandi città che richiesero la mia presenza professionale.
Sono tornato a cercare il profumo del caffèlatte, del pane appena sfornato che solo qui ha un odore particolare che non ho mai ritrovato in nessun altro luogo.
Vorrei brevettare un sistema per imprigionarli in un’ampolla e respirarne l’essenza quando sono particolarmente malinconico, come ora, che il tempo avanza inesorabile e a una velocità incredibile.
Sono tornato a cercare le grida di Arturo che chiama le sue donne agli acquisti.
I suoni, i profumi, i colori, che restano indelebili dentro di me, sono i ricordi per i quali mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni della mia fanciullezza.
A ogni casa appartengono ricordi diversi ma ogni cortile mi rimanda alla figura di un bambino troppo magro, sempre scarmigliato e con le ginocchia perennemente sbucciate che non riconosco più, ora, nel mio girovita esagerato, nei radi capelli grigi e nel mio impeccabile abito da sartoria.

“Arrotino, donne, è arrivato l’arrotino …”

Tutto è silenzioso.
Anche l’erba del cortile pare avere un colore diverso.
Da una finestra spalancata del primo piano si spande intorno un odore che riconosco: sì, sono a casa, anche se non ci sono grida e i colori non sono più gli stessi.


N.d.A.: racconto scritto per il laboratorio di scrittura del forum www.inpuntadipenna.org

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