giovedì 3 giugno 2010

Nel mezzo del cammin di questa mia vita

Era una fresca limpida giornata d'aprile e gli orologi segnavano l'una.
In quel preciso momento mi resi conto che la vita conosciuta fino ad allora non sarebbe stata più la stessa.
Ero pronto ad affrontare ciò che era inevitabile che affrontassi.
Ovvero: venire al mondo.
Ma sì, insomma, nascere…
Non fu facile uscire dal tunnel di carne che pressava il mio corpo, era un grandissimo, costante dolore ma sapevo che non potevo sottrarmi: me lo avevano raccontato un po’ di tempro addietro, quando non ero ancora che un’idea non definita di carne e sangue.
Mi dissero che lei, donna, avrebbe partorito con dolore ma pure per me, figlio, non sarebbe stata una passeggiata.
Accettai, non avevo altra scelta.
Prima era quasi piacevole il massaggio che sentii ma poi divenne dolore, dolore e dolore, come se mi avessero infilato in una morsa e dimenticato lì, tra una contrazione e l’altra che mi faceva andare avanti di un centimetro e retrocedere di due.
Ci impiegai un paio d’ore a vedere uno spiraglio di luce e sentivo molto bene le grida che emetteva colei che mi aveva accolto fino a quel momento: urlava con un grugnito che oserei quasi definire animalesco e ben diversa dalla voce che mi aveva ninnato nei nove mesi precedenti.
Poi, finalmente, la fine del tunnel, la luce!
E che luce… era talmente forte e fastidiosa che iniziai a strillare come non sapevo mica di riuscire a fare, tutti i miei polmoni si erano riempiti d’aria e la buttavo fuori che mi sovvenne la Ricciarelli nei suoi acuti migliori.
Se avessi già saputo come fare a emettere suoni articolati per farmi comprendere, avrei sicuramente bestemmiato di spegnere quei fottuti fari e di darsi una mossa a coprirmi che sentivo freddo.
Niente, nessuno che cercava non dico di capirmi ma nessuno che almeno di provasse.
E che dire, poi, di tutto il sangue che avevo addosso: mi pareva di essere uscito non da un utero ma da un macello, io, che sono sempre stato così ligio alla pulizia.
Loro niente.
La scena era la seguente: mia madre che aveva finalmente smesso di lamentarsi dal dolore, aveva iniziato a piangere dalla felicità, sostituendo i lamenti da sceneggiata napoletana a quelli di un grasso e ricco matrimonio greco.
Io sulla sua pancia a dimenarmi incazzato come un picchio e tutti gli altri attorno a quel coraggioso uomo che era mio padre.
Eh sì, il mio papà aveva vissuto con noi tutta la gravidanza e mai avrebbe rinunciato a fotografare il mio primo ingresso in società con la Canon che era già pronta, assieme al corredo, da mesi.
Peccato che nessuno gli avesse raccontato per filo e per segno cosa sarebbe accaduto e cosa avrebbe visto; lui, anima sensibile, non solo non riuscì a fotografare la testa del suo primo figlio - io, per capirci -, mentre usciva dalle gambe di sua moglie, ma cadde a terra, svenuto e proprio rigido come un baccalà, alla vista di tutto quel sangue.
Morale della storia, all’una di quella fresca giornata d’aprile, invece di accogliere me, stendermi un tappeto rosso per la mia prima apparizione nel mondo erano tutti a rianimare il mio vecchio steso a terra e che pareva morto.
In quel momento augurai sinceramente alla mia mamma, povera donna, che non le fosse tolto il magic moment della maternità con l’imminente funerale del congiunto.
Qualcuno, lassù, mi ascoltò e pian piano il mio vecchio iniziò a ritornare al mondo.
Ed Io ad avere nuovamente le attenzioni del dottore e delle infermiere che mi presero dalla pancia della mamma e mi misero in un ampio lavandino con acqua calda per lavarmi tutto per benino.
Poi mi pesarono, complimentandosi con mamma, mi misurarono.
Non riuscirono ad evitare qualche pestata ai piedi di mio padre, nuovamente padrone di sé, che si aggirava attorno con la macchina fotografica in posizioni plastiche e surreali, orgogliosissimo di quel suo bambino paffuto – sempre io, per intenderci -, e vantandosi del pisellino che sfrecciava in mezzo alle mie gambe.
Che lo benedisse proprio sull’obiettivo, con le risate compiaciute di quanti mi circondavano.
Al momento di vestirmi, a mamma per poco non venne un coccolone nel vedere che i teneri vestitini mi avanzavano di circa due mesi: insomma, quando andò al centro per acquistarli, seccando in un solo pomeriggio la carta di credito di papà, pensò che la taglia tre mesi l’avrei indossata davvero per poco tempo quindi tanto valeva passare direttamente a quella dei sei mesi, giusto il tempo perché le rate della carta di credito terminassero e fosse nuovamente pronta all’uso.
Solo che nel vedermi con la tutina giallo pallido che praticamente sbrandellava nelle gambe di circa otto centimetri, millimetro più, millimetro meno, cominciò nuovamente a piangere.
Stavolta alla guisa di una sceneggiata russa, però, ché la mia mamma è bravissima nell’improvvisazione teatrale che richiede il momento.
Già allora mi interessava poco l’abbigliamento e non è che capissi bene la differenza tra dramma e pantomima, a me sarebbe bastato mi avessero dato da mangiare.
Un’infermiera di buon cuore lesse il mio desiderio negli occhietti lacrimanti e mi portò da mamma che ancora singhiozzava: smise subito, quando zompai sulla sua tetta sinistra con ingordigia.
Soddisfatto, succhiai fino a che tenere gli occhi aperti era troppa fatica e mi addormentai, non prima di essermi ripromesso, per quanto stordito fossi dall’evento unico e che avevo compreso irripetibile, di fissare i momenti vissuti fino ad allora da qualche parte dentro di me, perché un giorno sarei diventato uno scrittore, da grande volevo fare lo scrittore e avrei potuto parlare della mia prima esperienza su questa terra.
Ed eccomi qua, oggi, a rispolverare tutto quanto: è il momento giusto per farlo, ora che l’autunno ha lasciato il posto all’inverno.
Sono arrivato nel mezzo del cammin di nostra vita, questo aprile ha appena spento la quarantesima candelina sulla mia torta ma quel giorno, all’una precisa dell’anno del signore 2010, non lo potrò mai dimenticare.
Dicono che da come sto in salute ne avrò ancora per almeno altri cinquant’anni e non è male come prospettiva, sto per diventare grande e devo scegliere.
In sala memoria mi dicono che è un mestiere che non paga, ma io, testardo come un mulo, non mi curo delle voci, guardo e passo, imperterrito, a vergare quintali di fogli che poi fogli non sono, con il disboscamento delle foreste recuperare un block-notes anche usato al mercato nero è una missione impossibile.
Non importa, va bene anche il foglio elettronico a raccogliere i miei pensieri.
Il problema, ora, è trovare chi li riterrà degni di metterli su un libro elettronico, la richiesta non è proprio tanta e si sa bene che è la domanda che giustifica l’offerta.
Pazienza, per adesso ho ricordato che era una fresca giornata di aprile e l’orologio suonava l’una precisa.
Del mattino.
Lo avevo scritto?


Racconto scritto per la quinta proposta di scrittura del forum www.inpuntadipenna.org
Incipit da 1984 - George Orwell

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