sabato 26 giugno 2010

Le ortensie di Piera

“Era il dodici di febbraio del 1957. Era il giorno che raggiunsi la maggiore età e, assieme a quella, l’uomo che vedi seduto là in poltrona”.

Ho conosciuto Piera venerdì sera.
Sono arrivata al suo Bed & Breakfast perché quello ove soggiornavano i miei amici non aveva più disponibilità.
Le Ortensie di Piera è dipinto su un cartello all’ingresso: sono le ortensie che formano una siepe dai colori che dal lilla passano all’azzurro scuro, fino ad un tenue color panna con qualche palla di viola intenso, su un giardino ombreggiato e perfettamente curato che dà freschezza al solo guardarlo.
Una meraviglia, un ristoro ai sensi accaldati da questo torrido inizio agosto.
Piera mi accoglie con un sorriso ed un abbraccio, come se fossi un’amica che non vede da tempo.
E’ alta quanto me, le spalle diritte, un sorriso aperto, gli occhi azzurri, i capelli biondi raccolti un una crocchia.
La guardo ed immediatamente penso a Vanessa Redgrave, le assomiglia moltissimo e, mentre le stringo la mano, glielo dico.
Lei mi ringrazia e mi prega di darle del tu.
Non è facile per me rivolgermi ad una persona con un tono così confidenziale, ma Piera è talmente solare che non riesco a non esaudire la sua richiesta.
Mi fa accomodare in veranda, le mie valigie in un angolo che aspettano assieme a me che Piera mi mostri la mia camera.
Percepisco che non sarà molto presto e visto che non ho alcuna fretta, che sono in vacanza, che sono serena e che non ho nulla da fare, aspetto che Piera torni con il caffè che è andata a preparare in cucina che mi viene servito in un servizio di porcellana inglese bianca e blu, su un vassoio d’argento con un centrino di pizzo dal sapore antico.

“Salvatore era stato incaricato da un amico venezuelano di progettargli uno scalone di marmo per la sua villa. Gli dissero che se voleva i marmi migliori doveva venire qui, a Carrara. Così fece, prese il treno da Napoli ed arrivò una mattina di settembre. Ai tempi, io e la mia famiglia avevamo un ristorante di fianco alla stazione dei treni. Salvatore entrò, ordinò da mangiare e mentre lo servivo mi chiese dove poteva trovare dei marmi. Io lo guardai bene: era bellissimo, in quel preciso momento seppi che ciò che leggevo sui libri circa i  colpi di fulmine poteva avvenire davvero anche nella realtà, non erano solo fantasie.
Salvatore aspettava una mia risposta e gli dissi che se aveva pazienza di aspettare che finissi di servire tutti quanti, lo avrei accompagnato dai De Freo, che erano rinomati in tutta la zona. Mia sorella, maggiore di me di qualche anno, sorrideva e faceva il tifo per me. Dopo poco tempo papà mi liberò. Presi la lambretta ed invitai Salvatore ad accomodarsi sul sedile dietro. Era un poco titubante, forse voleva guidare lui, ma salì in silenzio, senza protestare.
Fu il nostro primo incontro, al quale seguì una fitta corrispondenza per i successivi mesi invernali.
Poi cessò. Io non comprendevo, temevo di avergli scritto qualche cosa di sbagliato, e non capivo, gli avevo solamente scritto dell’emozione che avevo provato nella sala ristorante al nostro primo incontro e lui mi rispondeva, confermandomi che la stessa emozione era quella che anche a lui aveva ammaliato il cuore.
Dopo qualche tempo venne fuori la verità: mia mamma non vedeva di buon occhio quella relazione epistolare con un terrone, ed aveva iniziato a sequestrare le lettere di Salvatore.
Il dieci di febbraio dell’anno successivo gli inviai un telegramma con il quale gli davo appuntamento alla stazione dei treni di Viareggio per il giorno dodici, verso mezzogiorno.
Quella mattina uscii di casa senza null’altro che gli abiti che indossavo.
Mia sorella aveva intuito dove stavo andando ed anche mio padre, ma entrambi non dissero nulla a mamma e nulla fecero per dissuadermi: conoscevano bene Piera e la sua cocciutaggine.
Salvatore arrivò mentre sedevo sulla panchina: era ancora più bello di come lo ricordavo e ci abbracciammo, mentre non riuscivo a non fare scendere le lacrime dai miei occhi.
Fu in quell’occasione che capii il perché aveva smesso di scrivermi.
Gli dissi che se lui era ancora dell’idea, avremmo preso assieme il treno del pomeriggio per Napoli.
Salvatore annuì, mi confermò che sì, lo voleva.
Andai in una merceria all’angolo della stazione, comprai un pigiama – lo ricordo ancora, era azzurro a piccoli fiorellini più scuri -, un paio di ciabatte e ci mettemmo ad aspettare il treno sul quale ci scambiammo, qualche ora più tardi, il nostro primo bacio.
Arrivammo a Napoli a notte inoltrata.
Il padre di Salvatore mi accolse aprendomi le braccia, accogliendomi come una figlia. Il mattino seguente mandò un telegramma a casa mia per tranquillizzare mio padre. Ero arrivata a casa, Salvatore sarebbe diventato mio marito appena possibile.
Sono passati cinquantuno anni da allora.
Qualche anno fa è stato molto male, io e i nostri figli abbiamo temuto che ci lasciasse.
Ed invece il mio Sà ce l’ha fatta.
Tre anni fa, un mattino, stava rifinendo un mobile, è stato un ebanista molto quotato il mio Salvatore.
Il mobile era destinato alla gioielleria di Milano di mio figlio.
Salvatore guardava il suo manufatto, di fianco ad un altro simile e scuoteva la testa. Disse e me ad a mio figlio che era più basso di quattro millimetri, che non andava bene, che aveva sbagliato, per la prima volta in vita sua, aveva sbagliato le misure nonostante le avesse controllate e ricontrollate.
Non valsero a nulla le mie rassicurazioni e quelle di mio figlio: chiuse il labortatorio, gli attrezzi, le vernici, e tutto quanto per non scenderci mai più.
Fu anche la data che segnò il lento avanzare di ciò che lo ha portato ad essere come è ora: ha un malattia degenerativa delle cellule cerebrali che gli causa vuoti di memoria incredibili di quello che ha fatto poche ore fa, ma che gli fanno ricordare perfettamente, ad esempio,  episodi di quando abitavamo a Caracas.
O cantare a memoria le melodie di Caruso, anche se non le sente da tanti anni, ricorda tutte le parole.
Sai, Daniela, non ha però mai dimenticato il mio nome. A volte dimentica quello dei nostri figli e dei nostri nipoti, ma il mio mai, mi ha sempre chiamato Piera. Sempre!”

Piera finisce il racconto, ha gli occhi lucidi e sulle ciglia trema una lacrima che ricaccia indietro con un sorriso coraggioso.
Io, invece, piango proprio come una fontana.
Ci è sempre voluto poco a commuovermi ma venerdì Piera mi ha preso per mano, mi ha regalato un pezzo della sua vita, ho sentito sulla pelle i suoi ricordi e, in quel momento, sono diventati un poco anche miei, un dono da una donna di settantun anni mai vista prima, che ha deciso che io dovevo ascoltarla.
Piera ha continuato a raccontarmi di sua madre, della morte di suo padre, della morte della sorella, annegata in mare per un bagno imprevisto a fine estate, mentre lei andava a prenderle l’asciugamano nella borsa della lambretta.
Mi ha raccontato del mestiere di suo figlio, disegnatore di gioielli, e della figlia, che ad ogni carriera ha preferito fare la mamma.
Mi ha detto che lei non ha studiato come i suoi figli, che ha fatto solo la terza media ma che ha letto tanto e tanto ha viaggiato per il mondo con il suo Salvatore.
Legge, legge tantissimo, anche adesso che la vista è calata tanto.
Mi ha detto una cosa, Piera.
E me l’ha detta in un momento che non poteva sapere quanto per me, sentire quelle parole, potesse essere sconvolgente.
Mi ha detto che non bisogna mai contare sugli altri, bisogna sempre e solo contare su se stessi, perché solo noi siamo i nostri migliori amici e dobbiamo volerci un gran bene, non dimenticarci mai del bene che ci vogliamo.
In quel momento, io sapevo che avrei scritto una pagina su Piera, sulle sue ortensie lilla e viola, sulle colazioni che per tre giorni abbiamo fatto assieme.
Sulla timidezza che aveva nel chiedermi il conto, quasi volesse scusarsi di farsi pagare.
Le ho detto che doveva accettare il mio denaro, perché nel caso lo avesse rifiutato io non sarei potuta tornare a casa sua.
Ed invece, io, le Ortensie di Piera, le voglio rivedere presto.
Voglio tornare all’ombra del suo giardino, ad ascoltarla mentre mi porta indietro negli anni, mentre mi racconta della sua vita, mentre mi sorride con quel modo così tranquillo che mi fa pensare che Piera è stato un regalo, inaspettato, una di quelle persone che non sai che esistono e che hai la fortuna di incontrare, al momento giusto, per donarti un poco della sua tranquillità e serenità.

Salvatore, dalla poltrona, chiama la sua Piera.
Le chiede chi sono.
Gli risponde che sono la figlia della Michelotti, la loro vecchia amica.
Al mio sguardo interrogativo mi spiega che Salvatore non vuole estranei per casa, che il lavoro di affitta-camere lo fa a sua insaputa.
Da quel momento divento la figlia della Michelotti, che apprendo poi essere morta trent’anni addietro per un incidente a Torre del Lago.
Salvatore mi guarda e mi dice che mi ricordava coi capelli molto più lunghi ma che sono sempre bella come l’ultima volta che sono andata a fare loro visita.
Sorrido, continuo a sorridere mentre mi accomodo nella stanza che Piera ha preparato per me, con le pareti accese di una tappezzeria di tante rose, con i libri sul tavolino di cristallo, Viaggio in Italia di Goethe in cima alla pila ed un vaso colmo di fiori di campo che illuminano l’ambiente della loro semplicità.
Sorrido a vedere il bagno: c’è un manichino con appeso un accappatoio rosa; sotto, una camicia da notte e fiorellini ed una cuffietta di pizzo.
Sorrido quando Piera, orgogliosa, mi fa scendere nuovamente in giardino e mi porta dietro casa a mostrarmi l’auto che ha comprato la settimana prima: una mini minor color giallo vivo col tettuccio nero, l’unica auto nella quale, in effetti, vedo riflessa questa splendida Donna e la sua essenza.
Il colore della solarità che veste Piera.
Colore che dà tanto calore nel quale mi avvolgo, assieme al fiume di parole che non cessano mai ma che non smetterei mai di ascoltare.
Sul libro degli ospiti le ho lasciato, come Piera desidera, il mio pensiero:
Ci sono persone che per qualche alchimia arrivano nella tua vita; alcune ci transitano a lungo e non ti lasciano nulla. Altre ci sostano per poche ore e ti lasciano moltissimo. Tu, Piera, sei una di queste.

2 commenti:

  1. Anche tu,Daniela,sei una una di queste persone. Grazie.

    RispondiElimina
  2. E chi sono io mai per contraddirti? Bello che tu lo pensi e bello sapere che qualcuno lo pensi. Grazie :)

    RispondiElimina