venerdì 11 giugno 2010

Diritto(mente)

Oggi pensavo al 1978, ad una lezione di diritto, la prima, con il prof. severissimo che però imparai non solo a sopportare, ma anche a stimare profondamente perché riuscì a farmi amare la sua materia quasi quanto l’italiano.

Si chiamava Rocco, (oddio, spero si chiami ancora a dir la verità), aveva un bel paio di baffi neri: dettaglio assolutamente necessario da psicoanalisi ché tutti i professori che ho amato e odiato di più avevano i baffi come mio padre.

Entrò in classe con delle fotocopie, anzi no, dei ciclostili e li distribuì a gruppi di quattro, perché la carta era preziosa anche allora.

Erano una ventina di fogli anonimi ma in cima il titolo era più grande.

Recitava, in grassetto, “COSTITUZIONE ITALIANA” e da lì, dalla lettura degli articoli che parevano non finire mai, iniziò la sua prima lezione in quella terza superiore dell’istituto tecnico commerciale Alberto Baggi, Sassuolo (Modena).

Oggi me la sono scaricata, e così, tanto per non saper né leggere né scrivere, mi sono riletta un po’ di articoli.
Mi sono nate alcune riflessioni.
Il primo articolo dice che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Forme e limiti della Costituzione, quindi da quanto è enunciato negli altri successivi articoli, ritengo.
O ritengo forse male?

Tiremm innanz, come rispondeva il coraggioso Amatore Sciesa che mi ha ricordato oggi un amico.
Passiamo al successivo articoletto, il secondo: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale".
E qui siamo tutti sereni e pacifici, perché i nostri diritti sono al sicuro, possiamo dormire sonni tranquillissimi sui nostri cuscini, certi che ci sarà sempre chi veglia affinché la nostra personalità non subisca traumi ora, in età adulta, dopo che abbiamo superato quelli adolescenziali sia nostri che dei nostri bambini.

No, tranquilli, non ho riflettuto e scritto su tutti i 139 articoli e sulle disposizioni transitorie finali.
Velocemente, passo al terzo e inizio un poco a incazzarmi: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Epperò, non male ma mi è venuta in mente una gallina che predica bene alle sue consorelle nel pollaio ma razzola male, malissimo.
Al quarto guardo sconsolatamente il foglio che da un po’ di tempo gira in ufficio, della quale nessuno dovrebbe sapere nulla che della cui esistenza sono al corrente tutti.
E’ un’analisi dell’Associazione Industriali che fa una bella statistica circa il ricorso alla cassa integrazione nella nostra zona.
E penso a mio fratello che di quella statistica fa parte, essendo in vacanza forzata dal novembre scorso. Perché è ok “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro” ma “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
... promuove? Ah, sì, è vero: fa di tutto e con tutti mezzi che ha disposizione, soprattutto con leggi che agevolano l’accesso al credito per qui piccoli che hanno l’idea ma non hanno i soldi, se ci fosse potrebbe dire la sua il mio figliolo e le battaglie che abbiamo fatto per la promozione…

Sul sesto articolo, “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” nulla da dire, li ha tutelati tutti ma proprio tutti quanti: anche mio padre, che faceva parte della minoranza linguistica che sapeva parlare solamente il dialetto delle sue montagne, fu tutelato un casino nel 1950 quando si trasferì in città per quanto gli avevano detto anni prima, circa l’articolo quarto.
Era un ingenuo babbione lui, che la Repubblica aveva contribuito a costituirla, a farla, imboscato in montagna a sparare.
Prese per buone le balle che gli raccontavano.
Che poi trovare una casa fosse un’impresa e che i montanari erano guardati storti dai locali, beh, tutto questo era in ogni caso tutelato dalla carta costituzionale e lui si adattò.
Credo che come lui furono babbioni in tanti però, anche quelli che, anni dopo, salirono dal sud.
Oh, mio padre si era integrato per benino ma, ricordando come era stato ricevuto e trattato, se ne guardò bene di appellare come terroni i suoi compagni di fabbrica.
Che dire poi, ora, dell’accoglienza che riserviamo all’emigrazione degli ultimi anni? Siamo così gentili ad accogliergli, a dare loro sistemazione ed alloggio e trattarli proprio come se fossero esseri umani.
Babbioni anche loro, e dire che qualche notizia dovrebbe essere trapelata in Marocco, in Camerun, in Nigeria, in Albania, ma, evidentemente, hanno pensato che era solamente una balla, un babau e che in Italia sarebbero stati rispettati.
Forse, hanno creduto che Borghesio che tenta di dare fuoco a qualche extra-comunitario fosse solamente il nuovo soggetto del cartone animato della Disney, prossimamente nelle sale italiane.
Sorvoliamo sull’articolo sette: qui sono e qui stanno…
E dire che ad Avignone avrebbero goduto di vista su campi di lavanda e immensi filari di vitigni bassi. Poi sono cattiva, è vero che pur essendo su italico suolo “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” e, soprattutto, la seconda non interferisce mai con le decisioni del primo, astenendosi da qualsiasi presa di posizione in merito, mai criticando e mai dicendo.

Tranquilli, ora punto diritto e di petto all’articolo che ricordo spesso e che mi ha fatto partire l’embolo scrittorio, oltre alle minacce di oscuramento a una persona della quale non so il nome, non so il cognome, non so proprio un cazzo, ma so che mi piace cosa dice e come lo dice.

Tant’è.

Però all’articolo nove mi sono fermata un attimino, reduce dai racconti vacanzieri della mia amica Natascia, della sua mamma di com’era, una volta, la spiaggia del Poetto a Cagliari e di com’è adesso, e di come il passaggio del già citato articolo nove, “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”
ha tutelato una spiaggia che un tempo era un incanto, lasciano impuniti chi ne ha fatto scempio.

Mi piacerebbe ancora credere che “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni “: devo essere diventata daltonica negli ultimi tempi.
Già mi posi il dubbio la scorsa estate, quando le magliette dei volontari alla Festa dell’Unità oddio che dico, alla Festa del Partito Democratico, furono lavate male e dal rosso acceso passarono al violettorosapallido.
Poi ne ho la conferma ogni giorno, perché le bandiere io ora le vedo azzurre e verdi e di rosso ben poco, là da una parte.
Mi sto avvicinando, ancora un attimino di pazienza e arrivo al punto, quello che nei ciclostili del professor Rocco era evidenziato con
“PARTE UNO - DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI - TITOLO I: RAPPORTI CIVILI”
: ecco che ci siamo… Faccio finta di non leggere gli articoli dal 13 al 20 e arrivo all’anelato numero 21, il tanto discusso articolo che parla della libertà di espressione:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
Come no! Siamo in un paese libero, la dittatura censoria non esiste, possiamo dire ciò che ci pare e come ci pare,
“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
Ok, chi è quello sfigato che stampa da internet? Io, eccomi, presente, qualche poesia e pagina di prosa ma null’altro.
Ed ecco, babbioni perché censurano: perché qui sopra non si stampa, si legge, si discute, si condivide ma non si stampa.
Occorre interpretare bene le parole nel loro significato e dare loro il senso giusto. Per cui io, da domani, inizierò a stampare, ho deciso.
Perché in questo modo sarò tutelata dalla mia costituzione, nella quale credo spassionatamente e per la quale mi batterò sempre affinché venga rispettata.
Perché queste stracazzo di articoli, li hanno scritti i  tanti che hanno combattuto, che ci hanno lasciato le penne, solamente perché hanno creduto nella grandissima, effimera parola che si chiama libertà.
Quella che abbiamo respirato da quando siamo nati e che ci auguriamo possano continuare a respirare i nostri figli.
Magari gli mettiamo una mascherina quando è troppo pesante, come ora.
Ma ha un sapore così buono, la libertà.
Provate a srotolare in bocca questa parola e pensate al suono e al gusto che vi lascia, tra la lingua e il palato.
E’ una parola piena, colma di aspettative.
Non credo sia stata la prima parola che ho imparato, chiederò a mia madre.
Ma so che tante volte mio padre si è fatto del male per difenderla.
E non permetterò, non dobbiamo permettere a nessuno che non ce lasci più gustarcene il rumore, il suono, il gusto che ha quando la pronunciamo.
Liberi di vivere, di parlare, di dissentire.
Questo io credevo di aver imparato, trentuno anni fa.
Contro chi vuole ucciderla, stasera, i miei pensieri.

Liberi o meno di leggerli.

Quindi, e qui concludo perché sono a 9453 caratteri e potrei fare addormentare voi lettori davanti al pc, se mai il Signor Giorgio Napolitano non si è reso conto che lui è l’ultima spiaggia, che l’articolo 139 dice che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”, che “La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato”e che Lei è la persona preposta, il garante, che sono le leggi che si sono dovute adeguare a questi principi e non viceversa, che legga, come io ho fatto.

Quindi, Signor Giorgio Napolitano, faccia sì che i nostri padri non si rivoltino nella tomba e li lasci riposare in pace, coi loro colori, il verde dei boschi dove furono partigiani in mezzo al bianco della neve e con un fazzoletto rosso al collo a tergere le loro fatiche.

Sa, Signor Giorgio Napolitano, mio padre si chiamava Micheli Fioravante, in montagna c’era ed è stato lui che fece la prima elementare il mio primo maestro.

Lui e anche il professor Rocco, che credeva nella sovranità dello Stato.

Per cortesia, ci creda anche Lei, per una volta.

1 commento:

  1. Non ti ascolterà Dani. Non lo hanno messo lì prendendo uno a caso. DisTrattoPen è un professionista, mica uno che scrive la biografia di Topo Gigio...Ciao. Un abbraccio.

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