sabato 5 giugno 2010

Con le buone, con le cattive

E’ dura.
Il sabato ancora di più degli altri giorni.
Ho sempre amato il sabato, era il giorno della settimana preferito: al mattino potevo restarmene beatamente a letto per un’oretta in più, programmarmi la giornata come meglio credevo, senza fretta.
Magari un caffè con le amiche nel bar del viale, un giro per negozi dopo la spesa con te.
Fino a febbraio scorso, quando dalla sera alla mattina tutto è stato stravolto dalla malattia insidiosa che ti ha colpita; sì, lo so che il giorno prima te ne andavi beatamente per gli affari tuoi, ti organizzavi tranquillamente la tua vita ed io, figlia, potevo permettermi di passare da te al sabato pomeriggio sul tardi per un saluto.
Succedeva a volte che non ti trovavo e quando ti dicevo che ero passata tu non mi credevi; mi dicevi che non era vero, che non ti era mossa da casa se non per andare un attimo dalla vicina anche se in realtà te ne eri stata al parco tutto il pomeriggio, quasi dovessi giustificarti con me che non era poi così tragica e piena di solitudine come tu me la vendevi ogni santo giorno.
Io riuscivo a farmi scivolare addosso tutto, tanto tornavo a casa mia e chi se ne fregava, domenica avremmo nuovamente dimenticato le discussioni, le accuse e sarei stata pronta per l’ennesimo ricatto affettivo, sempre quello, come un disco che non si rompe mai e che aveva i solchi sempre perfettamente incisi nel ripetere la monotonia delle accuse.
Insomma, riuscivo a gestire la situazione.
Fino a febbraio.
Anzi, no a marzo: le settimane in ospedale non contano, quelle le vivi con l’angoscia e la speranza che tutti torno normale.
Poi il rientro a casa, nel tuo ambiente, mi fecero sperare che piano piano tutto sarebbe tornato alla normalità, anche se la parola era latitante e le poche che uscivano erano  incomprensibili, anche se una persona doveva vivere da quel giorno in poi al tuo fianco perché non eri più in grado di provvedere a te stessa da sola.
Anche se oggi lo urli al mondo. Almeno credo tu voglia dirci quello, ed è inutile che ti ripeta che devi adattarti alla situazione, che io devo andare a lavorare e che purtroppo hai bisogno di qualcuno per lavarti, per cucinare, per lavare, per stirare, per pulire la casa.
Ci sono dei giorni che pare tu lo capisca e sei serena, mi accogli con un sorriso e mi dici ciao.
Sempre più rari, però.
Ad un giorno di calma sempre più spesso, adesso, seguono i giorni di tempesta, di vento forte, di pioggia.
E tutti gli aspetti che in te ho sempre cercato di contrastare sono amplificati a mille.
Provo a prenderti con le buone, inventandomi una pazienza che non ho mai avuto.
E che infatti stempera dopo poco nella cattiva: ti faccio piangere, ti faccio incazzare sperando di scuotere quella tua corazza di veleno, di penetrare quello che hai in testa con l’illusione che tu capisca ciò che ti sto dicendo e che ti serva per ritornare ciò che eri.
Cerco di farti capire che non puoi fare le facce cattive se Rodica telefona al marito, se vuole guardare la televisione o se fuma una sigaretta.
Tu non vuoi comprendere.
Gridi, strepiti, ti incazzi ma il motivo della tua rabbia non me lo riesci a spiegare, nemmeno se urli le sue solite parole che solo tu sai che significano.
Però una l’ho capita molto bene, mamma: mi hai dato della puttana.
Rodica non mi ha voluto dire quante volte lo hai detto a lei.
Va bene, mamma, accetto anche questo da te, non sei in senno e non posso pretendere che tu capisca.
Dimmi che sono una bestia, che sono una puttana, ma ritorna in te, recupera un poco della tua bontà che da qualche parte sono certa esserci ancora.
Questa persona inumana che spesso adesso incontro non è mia madre.
Questa donna cattiva non è colei che mi ha messo al mondo.
Mamma, davvero, io non so più da che parte prenderti.
Fammi tornare ad assaporare i miei sabati di una volta, torniamo a fare la spesa assieme ed a mettere nel carrello anche quei fiori di zucca che ti piacciono tanto senza che tu ti faccia prendere da un attacco isterico con conseguente aumento di pressione se acquistiamo due stracchini anziché uno solo.
Non costringermi ad entrare in casa tua di soppiatto e nascondere le buste della spesa in cantina, fino a che tu non vai a letto e si possa riporre la roba dove deve stare senza che ti venga un attacco di bile.
Per favore, mamma.
Davvero.
Così non ti voglio, non mi piaci.
E non mi piaccio io, perché non so più se ti voglio ancora bene o ti odio, odiando me per non saperlo.

5 commenti:

  1. In questa nostra vita fatta di momenti sembra che, per te, sia arrivato quello tremendo di affrontare la senilità di tua madre con la sua malattia. Tua madre soffre, Dany, e la sofferenza, lo sai, annebbia mente e cuore. Cerca di pensare a quando era "veramente" lei, non è molto ma forse ti allevierà il dolore.
    Marco

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  2. ...semplicemente la ami e stai soffrendo, con tanta rabbia perché ti hanno strappato dalle dolcezze e dalle consuetudini dei ricordi che avevi..la ami, tutto qua..proprio per questo impara a guardarla con altri occhi, qualcosa è cambiato se tu la tratti come prima, lei non potrà che soffrirne e trattarti male..impara a vederla e riconoscerla per quello che ti può dare e anche tu imparerai forse a vedere e sentire qualcosa di nuovo, in te!
    Sarà faticoso, ma amerai ogni momento trascorso..

    ker

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  3. Straordinario il tuo grido di disperazione. Vicino, troppo, a quelli che anche io ho sofferto senza riuscire a fare qualcosa perchè potesse tornare quello che non poteva essere più.
    La rassegnazione di perdere, anche solo mentalmente, le persone più care, è cosa che io non ho imparato (ammesso che si possa).
    Auguri

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  4. difficile accettare di non poter essere più indipendenti, di aver bisogno degli altri anche per le faccende più intime, di essere un peso con il conto alla rovescia, di non poter più fare la mamma.

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  5. C'è stato un seguito, sapete? Ma adesso non riesco a scriverne. Non fino a che lei sarà in quell'ospedale, smarrita, da dove è stata ricoverata sabato notte, dopo uno scoppio di follia che mi ha fatto decidere di chiamare il 118. E' dura. E' molto dura. Io devo essere roccia anche se mi sento sabbia. Grazie delle vostre parole.

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