domenica 16 maggio 2010

Rosso rubino ricamando

Mi hanno rinchiuso in cella tre anni fa, sono ancora in attesa della sentenza del processo d’appello; io non volevo ricorrere ma l’avvocato ha insistito nonostante la mia indifferenza, a me non interessa più niente, la mia vita, ormai, non ha più senso al di fuori di queste mura che sono diventate la mia dimora da quella sera lontana.
Perché, mi chiedete? Sono un assassino, ho ucciso la mia donna, quella grandissima puttana, l’ho ammazzata piantandole un bisturi nel cuore.
Lavorava in un ufficio, faceva l’impiegata. Un giorno decise che voleva guadagnare di più e iniziò a lavorare in una sala da ballo tre sere la settimana: la pagavano bene, oh sì, doveva solo fare coppia con chi arrivava solo, senza compagna, portarlo sul parquet e ballare con lui; un dopo lavoro che la gratificava perché il tango è sempre stata la sua passione e, in aggiunta, la pagavano pure per fare una cosa che le piaceva.
Potevamo finalmente concederci anche il superfluo e andarcene a fare qualche week-end al mare, a lei piaceva tanto, perché poteva esibire le sue forme perfette agli occhi curiosi dei bagnanti.
Mi raccontava che le mance erano laute, che i clienti erano tutti facoltosi oltre che molto educati e, quando li riaccompagnava ai loro tavoli, erano molto generosi e quasi sempre tornavano al locale, per ballare nuovamente un tango assieme a lei.
Era molto bella, sapete? Una massa di capelli ramati, lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi e profondi ed io l’amavo follemente, sin dalla prima volta che l’avevo incontrata.
Anche lei mi amava, così diceva; quando la scopavo me lo gridava nelle orecchie ed io le credevo, le avevo sempre creduto, perché dubitare di lei?
Non ero mai andato a trovarla al locale fino a quella maledetta sera; faceva freddo, molto freddo ed io avevo voglia di compagnia e non della solita serata davanti alla televisione a guardare un insulso film, dopo che mi ero sparato dieci ore filate in sala operatoria a tagliare e cucire carni slabbrate.
Così quella sera uscii dall’ospedale, presi l’auto e anziché dirigermi verso casa, andai al club del quale sapevo solo l’indirizzo: lo trovai con non poca fatica, nessuna insegna a indicarlo, la porta si perdeva nell’anonimato di tanti altri portoni tutti uguali, ma lo trovai, per culo o per caso.
All’ingresso un energumeno non voleva lasciarmi entrare perché non avevo la tessera, lo convinsi dopo avergli sganciato un cinquantino, anche se continuava a guardare storta la mia barba della mattina e la mia giacca un poco stazzonata.
All’interno trovai uno spazio molto lussuoso, il parquet di legno lucido a invogliare le danze, il bar affollato e la musica ottima; lei ballava un tango in pista, allacciata ad un uomo moro che la guardava senza mai abbandonare i suoi occhi e con bramosia l’accompagnava nelle movenze della danza.
Spiccavano tra tutti gli altri ballerini perché erano i più belli, i più sensuali, i loro movimenti ricalcavano gesti d’amore, di passione e di seduzione; restai rapito ad osservarli mentre vedevo il suo seno sussultare come tante volte sussultava per me dopo un orgasmo. Stava godendo, la troia, ad essere la protagonista di quella sceneggiatura che andava in scena tre volte la settimana e capivo che era quella la vera motivazione che la portava a fare quel dopo lavoro, non esigenze monetarie, che in realtà non mancavano nemmeno, col mio lavoro guadagnavo abbastanza.
La vedevo io muoversi seducente e la vedevano gli altri; aveva gli occhi lucidi accesi di felicità nel sapere di essere al centro dell’attenzione.
Era la mia bambina, un tempo, ora era la puttana di tutti che li stava facendo godere con quelle sue movenze sensuali da zoccola.
Anche io ero eccitato, molto eccitato, ma la furia stava sovrastando ogni altro sentimento.
Lei non si era ancora accorta di me e continuava a scuotere ritmicamente i capelli ad ogni sferzata, scivolando sensualmente attorno al suo compagno con mosse che erano lame di coltello affilate per i miei occhi e per il mio cuore; si fermò solamente allo smorzarsi dell’ultima nota, il suo cavaliere la prese per mano per accompagnarla al bar e fu allora che mi vide: divenne pallida come un cencio e immediatamente bollente, lasciò la mano del compagno come fosse ferro incandescente e mi si avvicinò con un sorriso tirato.
Nessuno dei presenti capì cosa fosse successo alla rossa scivolata a terra fino a che il sangue iniziò a ricamare il suo bianco abito virginale d’una rosa scarlatta proprio al posto del cuore.
Non potei difendermi e non volli farlo, non volevo continuare a vivere: la mia vita era finita quella sera quando diedi il meglio di me come chirurgo nell’assestare un unico colpo preciso e letale.
E’ successo tre anni fa, sono qui in carcere da allora nell’attesa della sentenza definitiva. Ho una radio, scrivo lettere, ascolto musica, tanta musica.
Da quella sera non ho mai più ascoltato i Gotan Project.


3 commenti:

  1. Letto d'un fiato. Complimenti. Cambiando qualcosa da competere con quelli di Carofiglio. Sto leggendo "Non esiste saggezza". Ciao.

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  2. bello, decisamente bello !

    Alessandro

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  3. Capito perché non ascoltava più i Gotan Project? Lui, ma io sì, li ascolto e.... ballo!!!!!
    Ciao Alessandro e grazie <3

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