martedì 11 maggio 2010

Il percorso di un cappotto grigio topo

L’uomo sta dietro il  bancone del bar, il  grembiule sui fianchi, ad imprecare contro chi chiede un ennesimo bicchiere.
In fondo alla stanza spicca il tavolo da biliardo accerchiato dai soliti nulla facenti, coi loro giubbotti di pelle scura. Hanno la perenne sigaretta penzolante tra le labbra, sono preoccupati solo di far venire l’ora di rientrare alle loro case, buttarsi davanti al piatto di minestra dello stesso sapore di ogni sera. Si tapperanno le orecchie alle lamentele ed ai rimproveri delle loro donne; cercheranno di evitare gli sguardi accusatori dei loro marmocchi.
I vecchi al tavolino sono impegnati nelle infinite partite a scopa, senza mai vinti e vincitori. Sempre la noia delle solite parole: la politica, la sanità, la pensione che non basta mai….
Sono le solite frasi fatte di chi non riesce ad esprimersi, se non inveendo contro il mondo intero, non pensando a se stessi, mendicanti del loro disprezzo.
Ad una parete campeggia un poster della Panini degli albi d’oro, con gli angoli accartocciati dal tempo; dall’altro lato uno scaffale pieno di bottiglie forse preziose, che restano lì nella loro polvere di anni.
Il fumo aleggia greve, come una cappa, a condensare l’aria del locale, l’aspiratore deve essere sostituito da tempo, ma al barista non interessa. Che crepino tutti, con le loro fetide sigarette.
La porta aperta lascia entrare una folata d’aria grigia.
La donna si avvicina al banco, chiede una pinta.
Nessuno, a parte il barista, sembra notarla.
La osserva bene.
Il viso pallido e tirato, i capelli stopposi raccolti in una crocchia sul capo; gli occhi celati da occhiali scuri, che contrastano con il tempo scuro al di là della vetrata.
Indossa un cappotto grigio topo, che si mischia perfettamente con l’ambiente che la circonda. Tiene una borsetta nella mano destra, pesante a giudicare da come le tende il braccio.
Il barista le schiaffa il bicchiere davanti, facendo straboccare sul bancone alcune gocce di schiuma, che immediatamente pulisce con gesto frettoloso, quasi a scusarsi della sua sbadataggine.
Si sofferma un attimo a spiare quel viso sofferto.
Sarà l’ennesima disperata che soffre di un amore perduto, pensa mentre lei si sfila lentamente gli occhiali; gli caccia in faccia due occhi di cielo, di un azzurro che ferisce, ma che ora paiono offuscati, quasi ceruli.
In fondo ad essi percepisce una luce castrata dalle troppe birre o, forse, da tanti dolori.
Lo ammalia quella luce.
Tende la mano, per sfiorarle il polso in un empatico gesto.
Lei la ritira, come se la sfiorasse una barra incandescente di pietà.
Non vuole la miseria di nessuno, è questo quello che dice la luce in fondo ai suoi occhi.
Scappa fuori, lasciando l’uomo curioso del ricordo di quei due punti celesti in mezzo al piombo che per un attimo è stato rischiarato.
Torna alle sue faccende, riprendendo il borbottio che aveva sospeso per quei minuti brevissimi eppur interminabili.
Le sirene della polizia e delle ambulanze lo scuotono dal torpore nel quale è ripiombato il locale.
La stanza è immobile, ora. Persino il fumo che scivola verso l’alto pare essersi immobilizzato al suono lacerante.
In fondo alla piazza, un crocicchio di gente fa capannello attorno ad un corpo a terra, barriera umana a proteggere quel cappotto grigio topo, riverso sotto le ruote dell’autobus numero 41.

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