sabato 1 maggio 2010

Dopo la tempesta, la quiete

Mi dicevano che sarebbe stato facile, che il tempo avrebbe lenito ogni dolore e che tutto sarebbe stato dimenticato.
Allora mi domando se basta così poco per ricordare in modo vivido e doloroso tutto ciò che vorresti solamente dimenticare: un’immagine, una canzone, un volto, un suono.
E tutto torna.
Bussa con prepotenza ed arriva, a scavare, a scarnificare, a smembrare nel ripercorrere una strada di ciottoli aguzzi che lascia piedi sanguinanti.
Attimi che diventano minuti, ore, giorni.
Poi solo la quiete, come dopo una tempesta di rabbia, devastante, a placare ed aiutare a dire, un’ultima volta e per sempre.
La fatica che mi ha reso pulsante di dolore ora è quella del lottatore che ha finito la sua gara, non importa se vincente o perdente; l’unica cosa importante è la stanchezza, adesso, mi fa riflettere che dovevo farlo molto tempo fa, dovevo lasciarmi attraversare ancora una volta dal passato: adesso sono riuscita a scardinare il ponte sottile che ancora poteva portarmi a te.
Era un ponte molto fragile, traballante.
Si è deteriorato con le intemperie e non era più solido come quando, assieme, lo gettammo da una sponda all’altra sull’abisso di parole che dovevano essere incolonnate nel loro fluire.
Il nostro bambino è nato sul ponte sospeso, là in alto, su un fiume di lettere.
Sono passati anni da allora.
Lui è cresciuto, ha imparato a camminare da solo anche se tu non sei mai stato al suo fianco.
Mi ha dato soddisfazioni incredibili, quando ha fatto il primo sorriso ed il primo dente ha fatto capolino sulle gengive.
Piangeva infastidito la notte, ma non mi pesava passare le ore ad accarezzargli la testa nel tentativo di placarlo.
Da uno i denti sono diventati tanti e ha imparato a mordere, a difendersi da solo per quanto gli è consentito dal suo corpo.
Ogni tanto mi domanda di suo padre e gli rispondo raccontandogli dell’ultima volta che l’ho vidi: avevo in mano una valigia, lui girò le spalle senza nemmeno aspettare con me il treno che mi avrebbe riportato al mio dove.

Faceva molto caldo quel giorno, il sudore mi arricciava i capelli sul collo ed un senso di nausea mi faceva vedere tutto ciò che mi circondava come filtrato da una cortina di sensazioni contrastanti e altalenanti tra la gioia delle ore condivise e la consapevolezza che non sarebbero più tornate.
Non salutasti il nostro addio con un fiore, così come avevi fatto al nostro accoglierci, il pomeriggio precedente.

E fu quella sera, cullata dal dondolio del treno, che mi piombò addosso tutta la tua immensa piccolezza.
Io, che ti avevo messo sul piedistallo più alto, ti vidi nella tua meschineria, nella tua grettezza, nei tuoi vuoti che non permettevi a nessuno di riempire perché amavi troppo restare in quella dimensione; ti serviva, per dare un senso al tuo esistere, provocando empatia in quanti posavano per un attimo il loro sguardo su di te.
Io lo feci, ne rimasi imbrigliata per molto tempo e per quanto mi dibattessi, non mi riusciva di liberarmi da te e da ciò che tu eri per me.
Quella sera decisi: se prima ero riuscita a dimenticare gli schiaffi presi, sentivo, sapevo che non potevo più continuare a ferirmi, a dimenticarmi.
Tu eri il mio male e non importava se nostro figlio aspettava tornassimo da lui.
Ci sarei tornata, ma da sola: gli avrei fatto da madre e da padre, avrei riempito ogni cosa molto meglio di come avresti potuto fare tu, con il tuo non affetto, con il tuo egocentrismo, con il tuo narcisismo.
Lui doveva crescere libero, puro, felice.
Te l’ho mai detto che fu lui, quella sera, a salvarmi?
No, non l’ho mai fatto, sarebbe stato darti l’ennesima soddisfazione: ti avevo già regalato il mio tempo, le mie lacrime, il mio cuore, il mio corpo.
Tutto.
Mendicando solamente un poco di affetto e la tua presenza di padre.
Solo quello volevo da te.
E mentivo a me stessa inventandomi cieca, pur di non perdere il poco che eri disposto a concedermi.
Lui mi ha sempre salvato nei momenti più cupi con la sua trasparenza e serenità, col suo sempre accettarmi per quella che sono e il suo accogliermi.
Quella sera lui mi chiamò quando già avevo sul palmo della mano tutta la scatola degli ansiolitici che prendevo da mesi e che mi avevano ridotta al fantasma di me stessa.
Mi voltai e capii che era per lui che non avrei dovuto farlo.
Capii che non lo volevo fare perché era ciò che volevo ma solamente per caricarti le spalle di un senso di colpa che non ti avrebbe mai abbandonato.
E sono sopravvissuta: a me stessa, a te, che sei tornato a bussare alla mia porta ancora, nel momento del bisogno, perché sapevi che non ti avrei detto di no.
Non si può dire di no a chi hai amato più di te stessa.
Non si può dire di no al padre di colui che ora è qui, davanti a me, e mi guarda fiducioso.
Ti starai domandando perché solo adesso ho deciso di raccontarmi, ti ho sempre detto che non avrei mai scritto di noi perché nel momento in cui lo avrei fatto, tu saresti morto ed ora ti sto seppellendo.
Ma voglio spiegarti brevemente perché oggi e non ieri o domani: lo vedi il quadro di Magritte che l’admin ha proposto come immagine ispiratrice della proposta di scrittura?
Si chiama La memoria.
Ma non è il suo dipinto che io amo di più: la prima opera nella quale mi sono imbattuta alla mostra, pochi mesi fa, a Milano, è stato Les Amantes, il mio preferito.
Oggi ho fatto il cambio della borsa ed ho ritrovato una cartolina con il ritratto dei due amanti dal volto coperto per non vedersi in viso, forse non hanno il coraggio di guardarsi negli occhi e di leggervi il non amore.
Se io fossi in quel quadro non avrei timore a togliere il velo ma i miei occhi sarebbero d’acciaio, come le lame con le quali mi hai infilzato e che adesso restano un ricordo solo se sfioro le cicatrici.
Perché adesso io e mio figlio possiamo dirti, sempre e per sempre rien ne va plus, les jeux sont faits.

N.d.A.: brano scritto per il quarto round del forum In punta di Penna dal tema “La memoria”.
www.inpuntadipenna.org
http://www.inpuntadipenna.org/t9108-dopo-la-tempesta-la-quiete

2 commenti:

  1. Complimenti, bellissimo...non so scrivere, ma anche se ne fossi capace, non potrei dire altro.Più che di memoria, forse, si tratta di un 'risveglio'..

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  2. Forse. Se arriva anche a te come una pagina "vissuta", io, penna, ho raggiunto lo scopo.
    Grazie :)

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