sabato 22 maggio 2010

C'erano una volta le società di persone

Mio padre e mia madre arrivarono a Sassuolo nel 1949.
In montagna non c’era lavoro a sufficienza che permetteva alle allargate famiglie di allora di campare con dignità.
Fecero la scelta di venire qui, per cercare un posto in una delle tante fabbriche della zona.
Per un paio d’anni mio padre mantenne lui e famiglia (nel frattempo era nato mio fratello), vendendo formaggi al mercato.
Poi decise che voleva una casa tutta sua, vendette il banchetto e fece domanda alla ceramica più grande e importante del comprensorio: le ceramiche Marazzi.
Chiese di essere occupato ai forni, dando la sua disponibilità a fare i turni, modo per avere una busta paga un poco più pesante, da quella che era indennità lavoro notturno.
Per tanti anni fece quel mestiere.
Fino a che non andò in pensione, nel 1984.
Nel 1955 anche mia madre andò a lavorare in ceramica e, pure lei, da Marazzi: prima faceva le pulizie a casa di qualche signore, poi andò a fare le pulizie per l’azienda.
Anche lei ai turni, iniziava al mattino alle cinque e finiva alle nove, riprendeva alle quindici e terminava alle venti.
Per anni, anni e anni.
Qualche volta si aveva la fortuna di avere a casa mio padre il giorno di Pasqua, sempre presente al pranzo di Natale, ma quante sere è poi dovuto partire per il turno di notte?
Però a lui non pesava.
Lui viveva il luogo di lavoro come qualche cosa di suo, guai se ne parlavi male; ricordo le discussioni in pieno ’68 con mio fratello e di come lui difendesse sempre e a prescindere i suoi datori di lavoro, che sempre erano preceduti dal nome Signore o Signora.
Per lui la Marazzi era sacra: c’erano le colonie al mare o in montagna per i figli degli operai, a Natale c’era un bel pacco di produzione, quando qualcuno andava in pensione la medaglia d’oro che avrebbe ricordato per sempre gli anni di servizio.
C’era il medico che dava del tu a tutti e ti guardava in faccia e ti diceva “vieni un po’ a farti vedere che hai un colore che non mi piace”, salvando in tal modo mia madre da un tumore all’utero nel 1969.
Lavorare per Marazzi era un vanto, ecco.
Mi chiedo se mio padre era un ingenuo o davvero, un tempo, i luoghi di lavoro erano diversi da come sono ora.
Mi chiedo se i padroni facevano davvero gli interessi degli operai assieme ai loro o se, invece, li prendevano per il culo allora come oggi.
Non lo so.
So solamente che leggere sui giornali che la crisi è ormai risolta, che stiamo risalendo la china mi fa imbufalire: venite, signori, venite a Sassuolo, a Fiorano e in tutto il comprensorio ceramico a dirmi che la crisi è passata.
Andate a raccontarlo ai tanti occupati nell’industria meccanica che ruotano in cassa integrazione da quasi dieci mesi, andate a dirlo a quelle aziende con dieci dipendenti licenziati di brutto e di cui nessuno parla perché anche il numero ha la sua bella importanza, assieme al nome, per arrivare sulle prime pagine dei giornali.
Nel gennaio del 2009 le maestranze del gruppo ceramiche Iris tornarono al lavoro il sei gennaio, dopo la pausa natalizia e si trovarono la meravigliosa, confortante notizia che la ditta stava per essere messa in liquidazione.
Del perché, le motivazioni erano note solo al proprietario, signor Romano, che intanto si era parato il fondoschiena con un bel po’ di fondi investiti da qualche parte.
Ora Marazzi rivede gli assetti produttivi.
Vedremo nei prossimi giorni se tale revisione determinerà un abbassamento degli stipendi dei così detti quadri, che portano a casa uno stipendio che è cinque volte quello di un operaio.
Stipendio che comprende uso aziendale di auto, telefonino, computer.
Un operaio deve fare domanda per avere le scarpe antinfortunistica e a volte ho visto pure storcere il naso alla richiesta.
Ecco, le cose stanno così.
Ah, dimenticavo… i sindacati… bè, che diano un segno, ma che sia un segno forte, per dio, e non un calare le braghe come spesso ho visto fare ultimamente nelle trattative.
C'erano una volta le società di persone.
Ora ci sono solo società di capitali.

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