sabato 3 aprile 2010

Testi unus, testis nullus

La giornata iniziò male, e benché io non sia un tipo superstizioso credo che in giorni del genere la cosa migliore sia non accettare incarichi, anche se la ricompensa ha sei zeri sulla destra ed è esentasse.
Lo avrei già dovuto capire all’alba, quando sbagliai per due volte di seguito il codice che mi avrebbe connesso, tramite un canale internet criptato e riservatissimo, al quartier generale.
Al terzo tentativo, lo schermo si oscurò, lasciandomi con un palmo di naso.
- accesso negato… accesso negato… accesso negato - continuava a lampeggiare. Soffocai una bestemmia e presi il telefono.
L’unico numero in rubrica del satellitare non rispose se non dopo una ventina di squilli.
“Ho un problema con il codice di accesso, chiedo assistenza”
Non c’era bisogno di ulteriori spiegazioni: chi stava all’altro apparecchio, sapeva già tutto di me.
Riagganciai; nel giro di pochi minuti mi arrivò il messaggio con una sequenza lunghissima di numeri e lettere.
Inforcai gli occhiali: non volevo rischiare di sbagliare, ancora una volta, la password per accedere al computer, era tardissimo e non avevo ancora le istruzioni per l’incarico del giorno.
Per prima cosa mi apparve la conferma dell’accredito del lavoro che avevo concluso la settimana precedente: gli iracheni erano sempre stati degli ottimi pagatori e non si erano smentiti, nemmeno quella volta.
Meditai che era giunto il momento di un viaggetto alle Cayman: avrei potuto tranquillamente fare arrivare i soldi al solito conto a Lugano, alla UBS, ma avevo bisogno di una vacanza, un po’ di mare sull’isole caraibiche era quello che ci voleva.
Passai al download successivo: il nuovo incarico.
Il computer caricò una serie di fotografie di donna: giovane, sui trentacinque, capello corto a caschetto, occhi scurissimi e un piccolo scorpione tatuato sotto l’occhio sinistro.
Mi ricordava qualcuna ma non riuscivo a mettere a fuoco il dove e quando avevo già visto quel tatuaggio.
Rimasi per un po’ calamitato dall’immagine, pensando a chi fosse il cliente e che avesse combinato, quel bel faccino, per essere resettata dalla faccia della terra. Sicuramente qualche cosa di molto grosso o non avrebbero incaricato me, il numero uno, il migliore.
Sotto, un indirizzo: rue Pont du Garde 36, Avignone.
Tornavo nella terra dei papi e non mi dispiaceva: avrei avuto occasione di rivedere Matthieu, dopo tanto tempo, e di gustare lo Chateauneuf-du-Pape di sua produzione dal gusto inimitabile.
In fretta, preparai le mie cose: le valigie con le quali avrei viaggiato non contenevano solamente gli indumenti, ma anche gli strumenti necessari a portare a termine il mio lavoro.
Scelsi una piccola pistola, mimetizzandola dentro al beauty-case realizzato con un materiale speciale, dono dell’Intelligence, che avrebbe bypassato il controllo all’aeroporto.
Il volo durò poco più di un’ora.
Di fianco all’aeroporto Avignone-Caumont, all’Easy autonoleggio, furono precisi e solleciti a consegnarmi l’auto che avevo prenotato.
Mi sistemai in hotel, chiamai Matthieu: non fu così sorpreso di sentirmi come mi aspettavo.
Confermò, però, la mia aspettativa di invito a cena, di lì a poche ore.
Mi presentai con un mazzo di rose scarlatte per la moglie: l’avevo vista una sola volta, sette anni addietro, in occasione del funerale del padre di Matthieu.
Fu grazie al mio addestramento ed al mio autocontrollo che non lasciai cadere il mazzo a terra quando riconobbi il piccolo scorpione sulla guancia sinistra: lei era la predestinata e, in un lampo, ebbi chiaro chi era il mio cliente e il motivo per cui Matthieu non si era stupito del mio arrivo: era lui, che mi commissionava l’omicidio della moglie e mi era anche chiaro il motivo per cui si era rivolto a me: a chi rivolgersi, se non agli amici, nel momento del bisogno?
Lei si muoveva con grazia nel servirci la cena, attenta che il mio bicchiere non fosse mai vuoto del corposo rosso che proveniva dalle loro cantine.
Ci lasciò soli, mentre riordinava la cucina.
“Allora, Matthieu, non giriamo troppo intorno alla cosa: perché?”
Matthieu abbassò lo sguardo, nascondendosi dietro al fumo del sigaro.
Tentennava a rispondermi e io ero impaziente.
“Françoise”
Non riusciva a parlare, le parole gli si strozzavano in gola, imbarazzato, continuava a fumare, evitando il mio sguardo.
Da parte mia, ero perplesso da come si stavano svolgendo le cose: in tanti anni di servizio, non mi era mai successo di essere di fronte al cliente, tutto avveniva telefonicamente e io non sapevo nulla delle motivazioni per cui mi era stato commissionato l’omicidio.
“Françoise sa tutto di te, di noi”
Sobbalzai sulla poltrona: nessuno sapeva nulla di me, come poteva saperlo quella donna che vedevo quella sera per la seconda volta in vita mia?
“Spiegati. Che le hai raccontato?”
“No, non io. Sai che non tradirei mai, Xavier. Ha fatto tutto da sola: metteva in ordine il solaio, ci vuole realizzare un paio di stanze per gli ospiti. Dal baule, è saltato fuori una busta”
“Cazzo, non mi dire che è saltata fuori QUELLA busta… L’avresti dovuta bruciare dieci anni fa...”
“Sì, ma non lo feci. Non riuscii a bruciarla, la nascosi in un vecchio baule e me ne dimenticai. Fino all’altro giorno, quando me la mise sotto gli occhi.”
Lo guardavo stranito: un passato che credevo sepolto, tornava ad aggredirmi, prepotente, e stritolarmi nella morsa che speravo aver dimenticato.
“Matthieu, se quel foglio arriva nelle mani sbagliate, sarà la fine: per me e per te. Siamo gli unici rimasti a conoscere la storia, gli unici a sapere. Ci hanno pagato per tacere. Il vigneto lo hai comprato con quei soldi, per quanto sporchi potessero essere, li hai pagati tenendo chiusa la bocca e facendo un giuramento. E io, se sono arrivato dove sono, fu perché feci lo stessa, identica promessa. Era un segreto che dovevamo portarci nella tomba, noi e lui. Ti rendi conto della gravità della situazione?”
“Ora anche Françoise sa tutto”

La stanza è fredda.
Tremo.
Matthieu mi dà la mano.
Siamo rimasti solo io e lui.
Sentiamo i nostri compagni piangere nell’altra stanza.
Per loro è già passata, ora tocca a noi e sappiamo che ci aspetta, non è la prima volta.
Abbiamo paura non del dolore, a quello ormai ci siamo abituati, ma del senso di sporcizia che ci resterà addosso dopo, quando Padre Raphaël avrà finito di fare i suoi porci comodi.
Aprirà la porta, ci farà spogliare, ci costringerà a inginocchiarci: ne vuole sempre due alla volta, uno non gli basta, vuole le nostre mani sul suo corpo per concludere battezzandoci, col suo sperma.
Noi non possiamo fare nulla se non vogliamo essere sbattuti fuori da qui: dove potremmo mai andare, noi, senza casa e senza nessuno che sappia della nostra esistenza?


Davanti al camino nel salone di Matthieu le immagini mi scorrono veloci davanti, come in una pellicola accelerata.
Uscimmo dal collegio, Padre Raphaël fece carriera.
Dopo qualche anno, il volto che si affacciò al balcone di San Pietro era il suo, a benedire la folla che acclamava il nuovo Papa.
Io e Matthieu venimmo rintracciati e in cambio di soldi, molti soldi, giurammo che mai avremmo parlato di quanto era accaduto, anni addietro, al collegio, quando il prelato ne era direttore e aguzzino.
Matthieu comprò il vigneto e si trasferì qui; a me venne data una nomina altisonante nell’Opus Dei e misi a disposizione della Chiesa le mie conoscenze apprese alla scuola della vita e durante un corso specializzato che mi mandarono a frequentare a Langley, in Virginia.
Gli altri ragazzini erano tutti morti, le disgrazie avevano inaspettatamente bussato alle loro esistenze, facendoli scivolare uno dentro a un fiume, un altro spappolato contro un muro imprigionato nella carcassa contorta di lamiere e un altro ancora trovato impiccato alla trave di casa sua.
Gli unici a conoscenza di quei fatti eravamo in tre, e ora, anche Françoise.
Dovevo ucciderla, non potevamo permettere che violasse il segreto o saremmo morti noi.
Parlottammo un po’, decidendo il da farsi: per una volta, per la prima volta in vita mia, avevo bisogno di consiglio.
Era sua moglie e, in quanto tale, dovevo a Matthieu una sua morte dolce, scartando quindi le armi da fuoco.
Rimandammo il tutto al mattino successivo, non c’era fretta, avevo tutta la notte per pensare al modo migliore di seppellire il segreto assieme al corpo cadavere di Françoise.
Per un attimo, un attimo solo, provai un senso di compassione per la mia prossima vittima quando vidi un bricco termico con l’infuso per la notte; Matthieu aveva evidentemente raccontato alla moglie che ogni sera, prima di dormire, mi bevevo una camomilla bollente: non rinunciavo mai a questo rito, nemmeno se mi trovavo sotto una tenda nel deserto del Sinai.
La versai nella tazza di porcellana e me la sorbii lentamente.
Mi stupii del gusto alla mandorla che aveva la bevanda, complimentandomi mentalmente con la signora per la scelta raffinata e fuori dal comune.
Fu solamente quando mi accasciai che mi resi conto che stavo morendo, come probabilmente Matthieu nell’altra stanza: avevo allentato le mie diffidenze, avevo dimenticato di stare in guardia e ne stavo pagando, per sempre, le conseguenze.
Vedevo Françoise contattare il Vaticano, prendere accordi per lo scambio del malloppo: una lettera compromettente da una parte, soldi, tanti soldi dall’altra.
Sapeva che io e Matthieu le avremmo impedito quel gesto.
Ma Françoise aveva fatto una scelta e non se ne sarebbe mai pentita, negli anni a venire.
In Vaticano le cose continuarono al solito, solo le casse un poco alleggerite, da una signora con un bizzarro tatuaggio sulla guancia sinistra, che, in piazzetta a Portofino, brindava alla salute del marito e del suo amico d’infanzia.
Il mio ultimo pensiero andò per quel maledetto piede sinistro che misi giù per primo dal letto, il mattino che accettai l’incarico: se avessi messo il destro, come sempre, tutto questo non sarebbe accaduto, e io sarei ancora il killer numero uno della fu, come me, Santa Romana Chiesa.

N.d.A: Racconto scritto per il forum In punta di Penna nel Febbraio 2009 - Incipit tratto da Diario de un killer sentimental - Luis Sepulveda

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