venerdì 9 aprile 2010

Replicando-me


Le arrivarono all’ingresso una sera, così, inaspettatamente.
Un bussare garbato alla porta, la costrinse a togliere il chiavistello e lasciarli entrare, facendoli accomodare in salotto.
La casa non era a colori.
In chiaroscuro, un bianco e nero dai toni stemperati dal tempo nel seppiato, con qualche lampo di freddo azzurro.
Come la foto sbiadita dimenticata nel cassetto.
Gli angoli un po’ accartocciati, la carta, una volta lucida, ormai segnata dal borotalco profumato di tempo passato.
Rimandava il volto sorridente di una donna.
I capelli al collo inanellati in riccioli morbidi che le disegnavano una virgola birichina sulla fronte, una bocca socchiusa davanti a perle luminose.
Gli occhi scuri, ridenti, che fissavano l’obiettivo e la mano che aveva impresso quell’istante nella pellicola.
La testa un po’ piegata, quasi in attesa di un qualche cosa che non sapeva sarebbe arrivato o se, invece, sarebbe restato per sempre dentro di sé, come un sogno lungo una vita, in colorati riflessi di speranza.
Se chiudeva gli occhi, sentiva la musica che usciva quel giorno dalla radio, nel mobiletto a lato, sopra il centrino all’uncinetto.
Era un vecchio motivo sincopato che stuzzicava i piedi a battere il ritmo sul pavimento.
La vedeva, mentre lui le prendeva la mano e la faceva volteggiare alle note del fox-trot.
Si domandava se lo avevano mai ballato assieme, una sera: lei con un vestito sfavillante di lustrini e lui impinguato in un abito scuro col papillon bordeaux.
Non lo sapeva.
Interrogò i suoi ospiti che restavano in silenzio ad osservare i suoi gesti lenti.
La guardarono ma non le risposero.
Non potevano, solo lei poteva farlo.
Guardò di nuovo la foto, in cerca di una risposta qualsiasi; non ve ne trovò alcuna.
Sentiva che era giunto il tempo di andare a ripescare anche il resto e si fece piccola per riuscire a entrare nel ritratto.
La camicia le abbondava sul seno, i capelli avevano perso lucentezza e la pelle del viso era meno luminosa ma si riconosceva nella replica antica di lei.
Dentro all’immagine cercò la stessa posa di allora. Non serviva un fotografo, già era stato e non sarebbe tornato a piroettare con lei.
Poteva solo ritrovarlo nei tanti altri che, come lei, si erano replicati una, dieci, cento, mille volte con la speranza di trovare la replica perfetta con la quale, poi, sbiadire per sempre.
Come sempre sarebbero tornati gli ospiti inattesi a bussare alla porta.

In replica, replicandomi.

Nessun commento:

Posta un commento