sabato 3 aprile 2010

La Guzzi Galletto

Se siete un forestiero e capitate dalle mie parti, se vi fermate a chiedere indicazioni su come giungere a Piazza Garibaldi, non stupitevi se il sassolese che avete interpellato vi guarderà un attimo smarrito e vi risponderà "Ah, sì, lei cerca Piazza Piccola!".
Il nome dell’eroe dei due mondi, per i sassolesi, altro non è che il nome ufficiale della piazza principale, cuore della loro città, perimetrata dai portici che si susseguono in perfetta simmetria, e con le due canalette che ne segnano la lunghezza, unica testimonianza rimasta di un antico sistema acquedottistico che in passato attraversava gran parte del borgo.
Al numero quarantaquattro, da un portone con il pomello d’ottone ormai consunto, si accedeva alla mia casa di ringhiera.

Lei è fuori del cancello, con un braccio si stringe addosso il cappotto blu mentre con l’altra mano tiene salda la sua bambina, infagottata in un cappottino rosa e la berretta bianca di lana.
Stanno aspettando il papà che è uscito dal portone del numero quarantaquattro di Piazza Piccola, portando fuori, a mano, la sua moto.
E’ una Guzzi Galletto nuova di pacca, comprata dopo mesi e mesi di rinunce e di doppi turni in ceramica, di un colore giallo pallido; l’uomo l’appoggia delicatamente sul cavalletto, torna indietro a chiudersi alle spalle il portone, si avvicina alla moglie e alla figlia.
Indossa un giaccone di pelle scuro, i guanti anch’essi di pelle a ripararlo dal freddo in quella mattina di marzo.
In fabbrica gli hanno fatto un po’ di storie a concedergli la giornata di ferie straordinaria, anche se lui afferma al caporale che era già da tempo che aveva avanzato tale richiesta e che non poteva assolutamente rimandare.
Deve accompagnare la moglie e la figlia a Bologna, aiutarle e sistemarsi e ritornare a casa entro sera, in tempo per montare al turno delle quattro del mattino successivo.
Si sistema a cavallo della sua moto.
La moglie fa salire in mezzo la piccola, si mette un foulard a ripararsi il capo, poi si sistema anch’essa, con le gambe di traverso e partono.
La bambina è piccola, avrà sì e no due anni, e le sue braccia non arrivano a circondare del tutto il torace del padre.
Resta lì, al calduccio tra i corpi dei genitori, mentre la Guzzi Galletto romba quei sessanta chilometri, con il vento che sibila ai lati, ancora freddo, ma che lei, così protetta, non sente.
Ogni tanto, ai rari semafori che interrompono la Via Emilia, il papà si diverte a dare gas alla manopola, solo per sentire la bambina irrompere in risate squillanti perché che quel gioco le piace moltissimo.
E’ felice, e ride, protetta tra quel seno e quella schiena larga.
E’ troppo piccina perché noti la ruga di preoccupazione che taglia la fronte della madre.
Il papà invece nasconde le sue rughe con quell’avanti-indietro della manopola.
A Villa Salus li stanno aspettando e qualche infermiere si sporge incuriosito al rombo del motore inconfondibile che solo le Guzzi hanno.
E’ tutto predisposto, vengono fatte sistemare nella cameretta, la bambina coi suoi giocattoli preferiti, la mamma con il suo lavoro a maglia.
Il papà non è uomo di molte parole, ma lo sguardo di tenerezza che rivolge alla figlia, arrivata nella sua vita dopo tanti anni d’attesa, parla molto più di un intero libro.
E’ già ora di ripartire, deve tornare a casa, controllare che l’altro figlio dodicenne non abbia combinato troppi guai, preparargli la cena, dormire un poco e andare al lavoro.
Si scambiano uno sguardo, quei genitori.
La bimba non coglie la speranza che incupisce e allo stesso tempo illumina quegli sguardi.
Nel cortile la Guzzi Galletto riparte, il giallo pallido nelle strade, a ritroso di sessanta chilometri.
Alle tre del pomeriggio successivo il rombo è nuovamente nel viale alberato della clinica.
Lui è stanco morto, ha finito il turno a mezzogiorno, il tempo di affidare il figlio alla vicina e riaccendere la sua moto.
Ha sacrificato il sonno, non vede l’ora di arrivare, perché non sa come le cose sono andate.
Il sorriso con cui lo accoglie la moglie ha spianato ogni ruga, facendole ritrovare il misto di giovinezza e maturità del volto dei suoi trent’anni.
La piccola dorme.
Non sente la mano del padre a sfiorargli la fronte e non sente neppure quando lui sostituisce la mano con le labbra, a posarle un piccolo bacio.
Ha gli occhi molto lucidi, ma incolpa l’aria fredda che ha respirato il suo viso in quel viaggio con la sua Guzzi Galletto nuova fiammante.


Il pomello è freddo, stamattina, gelato.
Non riesco a togliere la mano che si sta saldando al metallo.
Spingo il portone.
Nessun giallo rischiara la luce bassa dell’androne.
Ma io la vedo ancora, quella moto, e vedo lui, a lucidarne le cromature ed a coprirla, ogni sera, con il panno scozzese.
Devo ricordarmi di chiedere a mia madre che fine ha fatto, con la speranza che lei lo rammenti.
Sì, credo lo ricorderà.

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