venerdì 2 aprile 2010

La casa di ringhiera

Il muro è ancora là, scrostato, a ricordarle i suoi giochi di bambina nel cortile della casa dalla ringhiera rossa alla quale si accedeva dalla porta dei portici, sotto l'orologio, tra le canalette che delimitavano la piazza.
In alcuni punti il muro è crollato, qualcuno ha cercato di arginare gli strappi del tempo creando buffi rattoppi di intonaco dai tanti colori.
Il salice è ancora al suo posto, al centro del cortiletto con la sua erba lucida di brina e coi raggi traversi del pallido sole del pomeriggio di dicembre.

Forza, Ela, tocca a te ora stare sotto.
Quarantotto, quarantanove, cinquanta… Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro….

Quante volte ha abbracciato l’albero, presa a contare mentre sbirciava gli amici che si nascondevano sempre nei soliti luoghi…
Ne sfiora il tronco, ritrovando la linfa addormentata tra i rami spogli e nudi a sbattere nel nuovo inverno.

Ela, è pronta la merenda, sali! Non farti chiamare cento volte come sempre…

La nonna alla finestra, nell’aria l’odore dei biscotti freschi di forno, perché la merenda era quella, ogni giorno uguale: tazza di latte e miele e biscotti di giornata.
Le pare di sentire la fragranza di buono nelle narici e respira profondamente per tornare a quei pomeriggi di fanciullezza che credeva dimenticati.
Qualcuno si affaccia curioso dietro le tende fiorate a spiare la figura appoggiata al salice, con lo sguardo in su, obliquo, in cerca di memoria.
Nessuno riconosce in lei quella bimba sparuta, dalle ginocchia sbucciate sotto le gonnelle sempre troppo corte.
Nessuno la ricorda nelle tante battaglie con i ragazzi delle case vicine, a urlare ordini a tutti, con le cerbottane caricate di palline di terra.
O, più semplicemente, non possono ricordare un tempo che appartiene solamente a lei.

Tana per Franco! Tana per Maria!

Sono passati tanti anni da quando la sua famiglia traslocò dalla casa di ringhiera, come l’aveva sempre chiamata.
Le dava sicurezza quell’inferriata dipinta di rosso che correva lungo tutto il perimetro della casa, i vasi coi gerani e le surfinie a colorare l’estate, i panni stesi, i vecchi con le loro sedie ad osservare i movimenti di sotto.
Il lavatoio di pietra non lo usa più nessuno, ormai.
Era bello quando le donne si trovavano tutte assieme coi loro mastelli di alluminio pieni di biancheria sporca: il lavatoio era il luogo che le vedeva ciarlare, raccontarsi confidenze che le orecchie bambine non comprendevano.
Se alza lo sguardo verso i fili vuoti, sente il profumo dei panni stesi al sole d’estate e vede se stessa e gli altri  bambini, sotto, rimproverati dai volti alle finestre che non sporcassero il candore appeso.
Dove si sono nascosti quei visi?
Non lo sa, Ela, non ha memoria dei loro viaggi, lei ha fatto il suo, lasciandoli alla stazione transitata dal cortile della casa di ringhiera.
Non sono più scesi dalla pensilina della stazione che ha scelto di abitare.
Ma le basta chiudere gli occhi, a Ela, e li ritrova dentro di sé, prepotenti come la nostalgia: Pina, al primo piano, il viso fresco su corpo svilito da troppe gravidanze senza sosta.
Sua madre Olga, tenutaria della locanda che diede vitto e alloggio a tanti gemiti di passaggio in città.
E ancora Mara, all’ultimo piano, che non scendeva mai in cortile perché la sua carrozzella di invalida era troppo pesante: ricorda gli occhi di lei, sempre velati, che si sporgevano per partecipare al gioco senza mai esserci davvero.
Guido, suo padre, curvato da errori che non erano suoi, che però battevano cassa alla porta di casa sua.
Si stringe addosso il cappotto, rabbrividisce Ela.
Non sa se per la notte che ha mandato a dormire il sole malato o per quei ricordi dolci che ha ritrovato sotto quel salice piangente.

Quarantotto, quarantanove, cinquanta… Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro….

Pensa a se stessa, agli anni che lì ha vissuto e agli anni che sono trascorsi senza il rosso della ringhiera negli occhi.
Tanti, troppi.
Ognuno da ricordare con altra, diversa emozione.
Scrolla le spalle, non vuole chiedersi dove si trova.
Lei ora è dentro.
A se stessa.
Ancora viva.
E tanto le basta.



3 commenti:

  1. quando si vive di troppe nostalgie si diventa magari buoni narratori ma inevitabilmente ci si ritrova obbligatoriamente vecchi

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  2. Quando si vive senza nostalgie non vale la pena diventare vecchi.

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  3. @Utente, martedì spengo un'altra candelina, che sia quello che mi fa vivere di tante, troppe nostalgie?

    @Aries, le mie nostalgie sono io. E vale sempre la pena essere se stessi.

    Buone festività, ragazzi

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