lunedì 26 aprile 2010

Il muro


Tutto iniziò con un commento, scritto sul muro di un popolarissimo social network.
Lei non riuscì a frenare le dita e digitò il suo disgusto nei confronti del sindaco della città ove era nata: il pio uomo, professore e paladino di tutti gli onesti, inginocchiato sul banco in prima fila a benedire la sua lingua con l’ostia della comunione.
Colui che aveva vinto le comunali facendo della lotta alla moschea la sua campagna.
Gli era riuscita: la rossa Emilia poteva vantare un comune in più con un nero-verde stendardo da sventolare e che diventava simbolo non solo della squadra locale di calcio, ma di una giunta le cui intemperanze volavano alte e presuntuose, nascoste dietro la faccia dei benpensanti dal capo chino e dalla lingua protesa in attesa del corpo di Cristo.
Non gli scrisse molto, solo poche parole: “sempre più felice che lei non sia il mio sindaco”.
Da quel giorno, iniziarono a succederle fatti strani, come vedere mail che già parevano essere state lette e strani rumori mai sentiti prima che frusciavano sotto il cellulare ogni qual volta iniziava una conversazione.
Non ci badò molto e continuò la sua vita di sempre.
Fino a quella mattina.

Aveva fatto un brutto sogno e non era riuscita a riposarsi; gli occhi erano pesti, la bocca impastata come se avesse parlato, discusso e urlato tutta la notte.
Lui dormiva ancora tranquillo al suo fianco e si sollevò di scatto quando udirono un rumore tremendo all’ingresso.
Gli uomini in divisa che entrarono non dissero nulla, non occorreva dire nulla: loro già sapevano.
Li guardarono e li trascinarono giù dalle scale.
Li sbatterono in un’ampia cella.
Stranamente, li lasciarono assieme.
Non era previsto ci restassero a lungo: dalla finestra, in alto, vedevano uomini che disponevano le sedie nella piazza principale della città, di fronte ad un muro, dove avevano sentito dire eseguivano le fucilazioni durante le notti bianche.
Entrò un gerarca dalla faccia rubiconda, biondo come una polenta appena scolata sul tagliere.
Lesse loro in fretta i capi di accusa e la condanna che già avevano intuito.
Erano partigiani, ammisero le loro colpe e chiesero venisse loro concesso un ultimo desiderio: una stecca di rosse, perché per quella notte potevano dimenticare le light, e qualche ora di intimità.
Venne loro concesso.
All’alba vennero a prenderli.
Mostrarono prima a lei poi a lui la possibilità di sfuggire al muro: baciare un santino di La Russa.
Si guardarono un attimo e senza nessun segnale partì uno sputo sincronizzato a centrare in modo perfetto l’occhio cattivo del nero Ignazio.
Poi, per mano, si dissero pronti: loro morivano ma morivano da partigiani e con le spalle dritte.
Era finita.
Mentre percorrevano gli ultimi metri che li portavano alla destinazione finale, lui riuscì a dirle tutte le cose che non gli era mai riuscito di fare prima.
Una raffica.
I loro corpi cadono uno sull’altro e il loro sangue si mescola.
Un sussurro dalla bocca di lui l’accompagna: “Ciao, bella, ciao.”


Si svegliò madida di sudore e la mano corse subito a toccare il corpo disteso accanto al suo: era stato un sogno, un maledetto incubo e non era vero nulla.
Lui si mosse, la guardò e sorrise nel dirle “Buon 25 Aprile, buona Festa della Resistenza”.

Lo schianto della porta all’ingresso scardinata li fermò.


N.d.A.: da una mail di augurio per un 25 Aprile resistente.

1 commento:

  1. Commozione e la speranza che resti sempre e solo un incubo notturno.

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