martedì 20 aprile 2010

Eravamo porci con le ali

Amo la radio perché arriva dalla gente
entra nelle case e ci parla direttamente
se una radio è libera ma libera veramente
piace anche di più perché libera la mente
(Eugenio Finardi)

L’appuntamento è alle otto, uscirò come tutte le altre mattine, come se dovessi andare a scuola; se a casa vengono a sapere quello che abbiamo intenzione di fare oggi, come minimo mio padre mi bastona.
L’ho sentito uscire di casa poco prima delle quattro, ha il turno del mattino, sarò quindi tranquilla fino a dopo pranzo.
A mamma invece ho raccontato che c’è un’assemblea e che dopo vado a mangiare un panino con le ragazze; a volte mi vengono dei sensi di colpa grossi come una casa a raccontarle tutte quelle bugie, ma fino a che lei mi crede….
Mio fratello invece è più diffidente, conosce le persone che frequento e non le approva, dice che prima o poi mi porteranno su una cattiva strada, mettendo in tal modo in discussione la mia capacità di giudizio e scelta e ciò mi fa molto incazzare: anche a me non piace la patacca oca bionda che non sa né di carne né di pesce con la quale esce adesso, ma sono affari suoi.
Mai una volta che si faccia i cazzi suoi, quello; e dire che qualche anno fa lui si faceva le stesse identiche scelte, si è preso la sua bella dose di randellate e ci ha pure rimediato trenta punti di sutura quando si è tagliato il braccio nello scavalcare ed infilzarsi in un cancello scappando da una carica dei celerini.
Nei miei confronti ha un senso di protezione morbosa da fratello maggiore che non gli ho chiesto. In parte mi fa piacere, anche se l’altro giorno, quando l’ho intravisto fuori dalla vetrata della scuola, durante il primo giorno di occupazione, mentre mi faceva gestacci, mi ha fatto vergognare e non poco nei confronti degli altri compagni.
La mia famiglia, di sinistra da una vita, è conscia della necessità di una rivoluzione sociale, ma la teoria è bella, lo diventa meno quando tocca la realtà degli affetti famigliari: allora tutti quanti tornano ad essere le chiocce che vorrebbero la loro pulcina non parte integrante delle voci dissenzienti.
Ma la pulcina, pur giovane ed in parte ancora ingenua, non ci sta a restare in seconda linea.

Esco di casa, ho i libri di scuola che non userò legati dall’elastico, la mia borsa etnica, il giaccone di lana da pescatore irlandese, jeans e le scarpe da ginnastica, mi serviranno se devo correre.
E’ un marzo strano, questo, fa ancora molto freddo fuori, ma dentro siamo molto caldi, la rabbia è tanta, tanti compagni stanno cadendo.
L’ultimo è Francesco, morto ammazzato ieri da un proiettile partito dalle mani di chi non si sa, durante quello che doveva essere un intervento di pacificazione, e che ha invece determinato un aumento della tensione.
Francesco aveva venticinque anni; stava fuggendo quella violenza quando è stato raggiunto alle spalle da un proiettile; è cascato a terra, morto, finito.
Per lui non ci sarà la laurea in medicina, potrà solo diventare carne da analizzare su un tavolo dell’obitorio per quelli che la laurea già ce l’hanno.
Nessuno di noi tre conosceva personalmente quel ragazzo ma è come se avessero sparato ad uno di noi; è un dovere presenziare alla manifestazione che si terrà oggi, è il nostro rendergli omaggio, a lui ed ai tanti come lui.
Lasciamo l’auto di Claudio a Casalecchio, preferiamo raggiungere la stazione con l’autobus.
Si scherza e si ride per dimenticare la drammaticità del momento e scordare che siamo in questo momento la storia, che la violenza inaudita che sta colorando di rosso la dotta città è storia che resterà nei libri.
Alla stazione troviamo masse di forze dell’ordine in assetto da guerra, che vigilano su ogni gruppetto; dalle notizie che circolano hanno l’ordine di smorzare sul nascere con ogni sistema ogni segno di protesta.
Radio Alice fa la radiocronaca di quanto sta succedendo nei vari punti della città; in parecchi girano con le radioline sul collo, non stupendosi se quel giorno non si sente la musica degli Area o dei Jefferson Airplaine o le consuete litanie yoga.
Sono bollettini di guerra, che non fanno altro che aumentare la palpabile tensione in un parossismo di terrore che inizia a dipingere tra gli altri anche il mio volto, quando vedo un gruppo di poliziotti iniziare a malmenare un gruppetto di ragazzi, più o meno della mia età.
Da un lato arriva un gruppo di squadristi, hanno il viso coperto con un foulard nero, ma sono riconoscibili nel loro abbigliamento da pariolini.
Immediatamente si capisce che sono venuti a cercar lite, a provocare, a far sì che la scintilla che si cerca di tenere bagliore con lo scandire slogan a tutta voce, non esploda.
Cosa che accade puntualmente di lì a pochi minuti.
E vedi sassi che iniziano a volare, vengono sparati davanti a noi candelotti fumogeni che iniziano a farci lacrimare e tossire nonostante ci ripariamo le narici e la bocca, la polizia con gli scudi di plastica che inizia a caricare con il manganello in mano, macchine che prendono fuoco, vetrine che vengono sfondate.
In mezzo ai tanti studenti del movimento studentesco ed alla pari dei facinorosi fascisti, si sono infiltrati anche gli autonomi che inneggiano con le mani alla P38.
E’ il caos, il disordine totale che precede una scarica di violenza inaudita ed inaccettabile: persone a terra prese a calci, altre prese a bastonate in testa, si sentono anche alcuni spari che per fortuna sembrano indirizzati verso il cielo e non verso un corpo.
Ho paura e mentre corro in Via Indipendenza, cercando di sfuggire a tutta quella violenza senza senso, piango, non riesco a fare a meno di urlare no no no basta….
Sono terrorizzata.
Ho perso tutti gli altri miei compagni, non li vedo più in mezzo a quella fiumana che scappa.
Li ritrovo poco dopo, seduti per terra: Maria piange, con la testa tra le gambe, la schiena sussulta ai singhiozzi.
Claudio è pallido in volto, non riesce a dirmi nulla se non con gli occhi.
Lo abbraccio in silenzio, non servono parole.
Un gruppetto al nostro fianco sta commentando concitatamente quello che odono uscire dalle frequenze di Radio Alice: stanno trasmettendo in diretta l’irruzione delle forze dell’ordine, si sentono le voci concitate, gli ordini impartiti con voce secca, il rumore degli impianti che esplodono sotto i colpi.
Oggi sarà ricordato anche per questo, per aver spento la voce nell’etere portavoce e sostegno di quel movimento di studenti, che ci credeva davvero ad una comunicazione nuova e liberata.
La comunicazione di chi era un porco con le ali.
Come me.
Qui finisce la mia pagina di ricordi, il resto è sui libri di storia.
In un piccolo paragrafo di quel libro ci sono anch’io.

3 commenti:

  1. Mi avete preso per mano,oggi,tu e Francesco,tu e Bifo,tu e i Compagni di quando la pelle e l' anima si parlavano ancora.

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  2. Mi hai fatto rivivere quei giorni di passione, io ero a Milano. Ciao.

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  3. Io vorrei riveverli quei giorni, con la stessa passione che ancora non era disillusione.
    Avevo 16 anni e sono contenta di sapere che in quelle pagine di storia ci fossimo un tanti che ora sono qui sopra.
    Grazie, ragazzi!

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