mercoledì 7 aprile 2010

Dodici centimetri di perfidia

Il colpo arrivò alla base della nuca.
Violento, secco, preciso.
La donna si accasciò svenuta sull’ampia scrivania di legno ingombra di carte; il pesante libro cadde a terra con un tonfo sordo.
La mano continuò a infierire, fino a quando i capelli furono una scivolosa massa di sangue e materia cerebrale.
Nel momento in cui si rese conto che era morta, abbassò il braccio e recuperò l’ansito che batteva il ritmo, assieme all’adrenalina che gli scorreva nelle vene.
Ripose l’arma nella ventiquattrore, avvolgendola in una cartellina di plastica portadocumenti, lasciando il corpo senza vita sulla poltrona di pelle.
Riportò il volume dello stereo al minimo poi si diresse alla porta; abbassò la maniglia lentamente, facendo molta attenzione che non cigolasse.
Sbirciò l'ingresso, di fronte a lui: il carrello di Evelyn, la donna delle pulizie, non si vedeva, segno che la donna era ancora al secondo piano; in caso contrario, sarebbe dovuto uscire dalla finestra.
Si allontanò in silenzio com’era arrivato: un’ombra che tornava a confondersi con la nebbiosa notte padana.
A passi veloci, rasentando i muri ed evitando i coni di luce che proiettavano i lampioni, raggiunse l’anonima utilitaria della moglie, parcheggiata a un chilometro di distanza dallo stabile, in una stradina laterale.
Salì in macchina.
Non era accaduto nulla, era solamente finito l’incubo.
L’uomo tirò un liberatorio respiro di sollievo: il primo che riusciva ad aprirgli i polmoni completamente, dopo mesi e mesi.

Lavorava presso la Six Solutions da molti anni: fresco di diploma, tra le tante offerte d’impiego che erano fioccate a seguito degli ottimi risultati scolastici conseguiti, aveva alla fine fatto ricadere la sua scelta sulla piccola azienda produttrice di divani di pelle.
La carriera in verticale, costante e veloce, lo aveva portato a occupare la poltrona dirigenziale dell’ufficio amministrativo.
Con l’aumento delle responsabilità era proporzionalmente cresciuto il trattamento economico; Roberto era riuscito a mettere da parte a sufficienza per comprarsi una villetta a schiera e sposarsi con Emma, la ragazza di sempre.
Le cose andarono bene per molto tempo.
Tutto funzionò fino a quando giunse in azienda la figlia del proprietario con allori a cingerle il capo di supponenza e arroganza.
Il padre la pose nello scalino più alto e spesso Roberto scherzava con gli operai della fabbrica paragonando Lucia, la laureata d’assalto, al mega direttore generale di fantozziana memoria.
“La manca solo la poltrona di pelle umana ed è tale e quale, ficus benjamin alla porta compreso”.
Ciò che Roberto non aveva considerato era l’antipatia animata da invidia profonda che Lucia nutriva nei suoi confronti: la ragazza si rendeva conto che il collega, pur non vantando alcun quadro alle pareti che lo dichiarava ufficialmente dottore, aveva una laurea molto più importante ottenuta non su libri teorici ma con anni di pratica in prima linea.
Ciò provocava in lei una sorta di piacere quasi fisico nel metterlo sotto pressione, spiando continuamente il suo lavoro, alitandogli sul collo come un corvo appollaiato sulla spalla, in attesa della mossa sbagliata che, immediatamente, era rinfacciata con grande eco.
Poco alla volta lo defraudò del suo lavoro, mettendo in discussione il suo comportamento, rilevando inesistenti errori oltre ad una menzognera poca professionalità con la quale portava avanti le pratiche, solitamente alla presenza del padre e dei colleghi.
Ogni giorno così: un continuo stillicidio di velenose calunnie diffamatorie il cui scopo era chiaro solamente nella mente di chi le proferiva.
Roberto incassava e taceva, anche se ogni mattino, quando saliva in auto per recarsi al lavoro, una morsa gli strizzava lo stomaco provocandogli rigurgiti di bile.
In occasione della riunione del consiglio d'amministrazione per l’approvazione del bilancio, arrivò l’ultima e definitiva mazzata: davanti alla figlia, che sfuggiva ogni sguardo ammirandosi prima le lunghe unghie laccate di cremisi e poi le griffatissime scarpe lucidissime, il signor Sausa gli annunciò che tutta la direzione economica, amministrativa e finanziaria sarebbe passata nelle mani di Lucia che diventava di sua esclusiva competenza mentre lui sarebbe stato trasferito all’ufficio spedizioni, alla fatturazione, in sostituzione di una maternità.
Roberto ammutolì, non riuscendo a pronunciare nessuna parola; nel cervello, solo affastellati pensieri rabbiosi con i quali appellava Lucia di tutte le più brutte parole che mai avrebbe pensato di dire a una donna.
C’era riuscita la stronza, lo aveva colpito dove sapeva l’avrebbe ferito a morte, togliendogli il suo lavoro che per anni aveva svolto con professionalità, passione e amore.
Una sciacquetta con ambizioni di grandezza, una piccola vipera dalla biforcuta lingua velenosa che non accettava di essere inferiore a nessuno, tantomeno a lui, che solamente poteva aiutarla a crescere.
Bastarda!
Per Roberto iniziò un periodo nero: non riusciva a mangiare, dimagriva e spesso il mattino non aveva la forza di tirarsi su dal letto, dove trascorreva tutta la mattinata a rimuginare sul male che la baldracca ingioiellata gli stava facendo.
Il sonno latitava le sue notti e spesso si presentava al lavoro con la barba sfatta, gli abiti stazzonati: se prima arrivava al lavoro elegante, spesso, ora, si vedeva scendere dall’auto con una vecchia tuta e scarpe da ginnastica.
I colleghi non riconoscevano più, nella figura dismessa, lo storico direttore Roberto Benanti.
Si prese un periodo di malattia, prontamente controllato dal medico fiscale mandato dalla ditta.
All’ansia si aggiunse l’impotenza.
Emma stessa lo costrinse a rivolgersi a uno psichiatra che lo sottopose a una serie infinita di accertamenti: fisicamente tutto era perfetto, mentalmente no.
Roberto stava lentamente lasciandosi uccidere dall’apatia provocata dalla grande rabbia.
Ascoltata la coppia, il medico consigliò loro di rivolgersi a un legale: se mai erano stati evidenti e chiari i danni che una causa di mobbing potevano provocare, erano lì, davanti ai suoi occhi.
Roberto intentò una causa per danno biologico.
Si trascinò per anni ma alla fine l’avvocato gli fece vincere la causa: oltre a un risarcimento cospicuo, la sentenza condannava la Six Solutions a restituirgli il posto e riassegnargli le funzioni che aveva sempre svolto.
Significava tornare a lavorare a fianco di Lucia.

Erano già alcuni giorni che aveva intenzione di riprendersi dal vecchio ufficio le sue foto e gli altri accessori che qualcuno aveva lasciato a prendere polvere in uno scatolone sul pavimento, a chiuderlo malamente un foglio di carta con un pezzo di scotch con stampigliato il suo nome.
L’ora di chiusura era già passata da un pezzo quando prese lo scatolone e vi sbirciò dentro.
All’interno, sul fondo, un cilindro di pelle nera riempito per metà di sabbia, un accessorio non finito della seduta di un divano, dimenticato da un operaio il pomeriggio che era andato a chiedere chiarimenti su una bolla di consegna.
Roberto stava per gettarlo nel cestino dei rifiuti ma, nel soppesarlo tra le mani, un pensiero dilagò, lasciandogli un ghigno.
Restava solamente da studiare i dettagli, tutto il resto, in quei pochi istanti, era già chiaro, come se tutto si fosse già svolto.

- Sfinita, sono sfinita – pensò Lucia mentre si gettava sulla poltrona scalciando le scarpe che le stavano soffocando i piedi di dolore e di calore: era dal mattino che stava in bilico su dodici centimetri e non vedeva l’ora di arrivare a casa, gettarsi dentro una vasca bollente e profumata e infilarsi a letto.
Le restava solamente da controllare una cosa sul Codice Civile e poteva andarsene.
Si avvicinò allo stereo e infilò nel lettore il suo CD preferito.
Prese il grosso volume dalla libreria e iniziò a sfogliarlo in cerca degli articoli che le servivano.
Si bloccò, girandosi verso la porta: le era parso di sentire un rumore, tra le note alte.
- Evelyn, sei tu? – chiese abbassando con il telecomando la musica, restando in attesa.
Nessuna risposta.
Scrollò le spalle e riprese a leggere, ma un rumore la interruppe.
Un click nella sala. Lo scatto di una serratura?
Poi dei passi. Una pausa. Un altro passo. Poi silenzio.
Uno sguardo interrogativo e beffeggiante al suo nemico che restava sulla soglia, muto, a fissarla con occhi stretti.
Lucia si rivolse all’uomo, riportando alta la voce di John Ozzy Osbourne, non era un ospite che meritava il silenzio della sua canzone preferita.
- Che fai qui Roberto? L’ufficio personale mi ha detto che oggi eri in ferie, come se non ne avessi fatte abbastanza…-.
Lucia non si accorse del cilindro floscio di cuoio nero che Roberto teneva in mano: lo vide solamente nei pochi istanti che occorsero all’uomo per alzare il braccio e vibrare un violento colpo dietro, proprio sotto la sua corta e curatissima zazzera di capelli rossi.


N.d.A.: Racconto nato per il round "In noir" del forum http://www.inpuntadipenna.org/

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