venerdì 23 aprile 2010

Come un fiume, a straripare ricordi

Non dimenticate. Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.
(Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943)

Ho paura a comporre quel numero di telefono e sentire rispondere alla domanda che porrò
“Sì, lo ricordo bene”.
Comporre quel numero è sapere che la commozione strariperà da sacchi messi a proteggere argini sui quale preme un fiume impetuoso di ricordi, sigillati nello scrigno del cuore a doppia mandata, affinché non escano a slabbrare nuovamente cuore.

“Io c’ero e tuo padre era là, con me, con noi, con tanti, con uno sporco fazzoletto rosso al collo a mettere firma al suo schieramento. 
Ricordo i suoi baffi neri, i suoi capelli ricciuti e la sua aria fiera, il sorriso che non temeva di mostrare voragini di denti neri nonostante la sua giovane età; imbracciava il fucile che pareva un giocattolo tra le sue mani di ragazzo, così come gli scarponi che calzava di parecchi numeri più grandi del suo piede, rubati a qualche cadavere senza patria lasciato a marcire nei boschi. 
Aveva fatto molta strada per giungere quassù da quando vide nella piazza del suo paese l'avviso di reclutamento della sua annata; lui e i suoi fratelli, raccontava, avevano preferito darsi alla macchia. 
Non andava molto d’accordo con gli americani, preferiva i brasiliani di stanza qui, sicuramente perché più gli assomigliavano come carattere.
Mi ricordo anche della ragazzina con le gambe magre sempre graffiate dai rovi, poco più di una bambina, che ci portava pane e formaggio, eludendo i posti di controllo con quel fare angelico che nascondeva un cipiglio di generale. 
Credo che tuo padre si innamorò di lei la prima volta che la vide; celiavano scherzosamente ed era sempre lui che si offriva di accompagnarla per un poco nel sentiero che la riportava a casa a termine del turno di staffetta, incurante dei fischi di canzonatura dei compagni. 
Era sempre lui, assieme ad altri due ragazzi, che partì quella notte che le famiglie di tua madre e di tuo zio da Rocca Corneta passarono il confine; avevano l'ordine di accompagnarli e proteggerli, i tuoi parenti come i tanti che dovettero lasciare tutto nelle case incise dalle pallottole tedesche, assieme ai pochi averi che avevano nascosto nel granaio, dopo aver ammazzato le scheletriche galline che ancora restavano a razzolare nell’aia. 
Finita la guerra ho sempre pensato che sarebbe tornato alle sue montagne dall’altra parte del versante ed ora apprendo da te che scelse invece di scendere in città; ce lo vedo a vendere formaggi su un banco al mercato, ce lo vedo meno in fabbrica ma non per il lavoro massacrante che non lo ha mai spaventato, solamente per gli spazi ristretti che comporta quel lavoro. 
Tuo padre lo vedrò sempre salire lentamente, con il suo passo corto e zigzagante per non sentire la fatica come conosce solamente chi ha sangue montanaro nelle vene. 
Hai fatto bene a rifiutare di rinchiuderlo in un tombino: ora è terra, come quella arrossata del sangue dei tanti nostri compagni restati lassù: loro avranno per sempre il colore del cielo che hanno visto come ultima cosa, mentre il bianco delle montagne intorno si spegneva nei loro occhi”.

Non so se queste saranno le parole che Alberto Cotti mi dirà quando gli spiegherò il motivo della mia telefonata, dopo essermi imbattuta, per puro caso, sul suo libro pubblicato nel web dal titolo Il Partigiano Dartagnan. 
So solamente che man mano procedevo nella lettura dei suoi ricordi, qualche cosa mi diceva di continuare a leggere, di cercare un nome in mezzo agli altri. 
L’ho fatto, so chi è Alberto Cotti e dove abita.
Ora devo solamente imporre alla mia mano di smettere di tremare mentre ne compongo il numero di telefono.

http://www.alberto.cotti.biz

Mia madre e la sua famiglia, da Rocca Corneta, passarono il confine, una notte, per raggiungere Gabba e gli americani. Per conoscere mio padre. Anche se ancora lei non lo sapeva.

http://www.alberto.cotti.biz/il-partigiano-dartagnan/rocca-corneta

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