venerdì 26 marzo 2010

Rapsodia in verde


Ogni tanto succede anche a me di rilassarmi con George Gershwin anche se la sua rapsodia è in blu.
La mia, è in verde.
Sono quelle sere che mi sono tenuta libera: mi preparo ad una serata tutta mia, con una bella ciotola di pop corn, un paio di Mc Farland, un pacchetto vergine di sigarette e lo stereo a tutto volume.
Non è che possa permettermi spesso queste sere-divano-cazzeggio, ho l’agenda colma di impegni ma so perfettamente il punto estremo che il mio fisico è in grado di reggere: sei morti ammazzati alla settimana accontentano tutti e anche il dio, là in alto, il settimo giorno si concesse un giorno di riposo.
Voglio vedere chi contesta un giorno di riposo a me, che nel mio genere son dea.
Decisi che ne avevo bisogno quella sera.
Ricordo bene quanto pioveva, pareva avessero aperto le catinelle in cielo dal gran che veniva giù. Insopportabile tempo che rendeva bigio più del solito il mio umore, quasi sempre tendente al solare.
Un’acqua che entrava dappertutto, anche dentro le mie splendide ossa che dolevano un poco: nelle ultime settimane non avevano trovato un gran riposo, molti santi mentitori, molto lavoro.
Di uscire, ne avevo una voglia che andava persino sotto lo zero per cui telefonai al mio contatto, gli spiegai che avrei spostato l’appuntamento col suo amico: lui lo aveva con la morte, anche se credeva di averlo con una bella figa come me.
Sul mio divano bianco, i cuscini posizionati dietro la schiena, gli occhi chiusi, mi stavo scollando la seconda bottiglia di rossa quando il campanello suonò.
Inutile spiegare a descrivere il rosario di signorili bestemmie che sciorinai: avrebbe fatto impallidire anche la Madonna di Medjugorje che qualche buontempone aveva messo in un angolo nell’atrio del palazzo per i cristiani mentitori coi quali condividevo il domicilio.
Sempre rosariando mi alzai e guardai chi era che osava interrompere il mio momento d’ascolto.
Lo spioncino mi rimandò una faccia sconosciuta.
Gli urlai di aspettare un attimo che ero impresentabile.
Mi servivano solo tre minuti per andare in cucina a prendere il coltello acquistato a Eurorama per 9 euro e 99: un piccolo gioiellino tecnologico di un materiale spaziale, che tagliava non solo le zucchine e le carote in meravigliosi e perfetti anelli che trovavano il loro perché sul piatto da portata, ma era pure in grado di segare la gola anche di Shaquille O'Neal con un unico, preciso movimento al quale il mio polso era ormai ben allenato da mesi e mesi di pratica, dopo anni passati a studiarne la teoria.
Poiché ero in tuta da ginnastica, come sempre sono quando mi regalo le serate divano, l’unico posto dove potevo nascondere l’arma era infilarlo nelle mutande, tra il mio perizoma e l’elastico dietro dei calzoni.
Così feci e aprii la porta, lasciando però la catenella tesa.
Il tipo era sui trentacinque, non sapevo se abitava nel palazzo o ci era entrato per caso.
Gli chiesi cosa desiderasse, sfoderando il mio più mieloso ed accattivante tono: in fin dei conti, non mi sarebbe dispiaciuta un po’ di ginnastica, le mie vertebra ne avrebbero sicuramente tratto vantaggio e quello lì, davanti a me, non era per niente male per qualche mossa joga.
Lui sorrise, spiegandomi che aveva traslocato il pomeriggio precedente.
Esibì una fila perfetta di denti e riconobbi immediatamente la mano di fata del mio stesso dentista.
Che divenne motivo di continuare la conversazione, dopo che mi chiese la cortesia di un poco di sale che aveva dimenticato di acquistare.
Con ottimismo assentii, in fin dei conti è l’ottimismo il sale della vita, giusto?
Lo feci accomodare, usando il plaid per coprire le piccole macchioline rosse.
Decisamente niente male, il ragazzo, ispirava fiducia e mi ritrovai a pensare vuoi vedere che questo qua è l’eccezione che conferma la regola e che non è un santo mentitore?
Pentendomi immediatamente del diodiodiodiofaichesitrombistasera che rivolsi all’alto, in preghiera.
Figuriamoci se ascoltava una delinquente assassina come me…
Si presentò come Carmine Addolorato del fu Rosario e dell’ancora vivente Leontina Capozzo, professione carabiniere per campare, collezionista di macchine d’epoca per diletto.
A udire quelle parole, il coltello che avevo dietro vibrò, quasi a ricordami la sua presenza fredda come la vendetta, nonché la Duna Blu del santo mentitore dagli occhi verdi però solo con le lenti a contatto di qualche sera addietro.
Volevo dare fiducia e Carmine, mi è testimone la Madonna che avevo poco prima finito di pregare di quanto volevo dare fiducia a quel bel ragazzo che mi stava parlando con un delizioso accento calabro siculo…
Ad un certo punto, però, mi mostrò il catalogo che teneva infilato nella tasca dietro del jeans evidenziapaccoconsbiadituraadhoc che indossava: erano delle polaroid, un poco sbiadite, infilate in bustine di plastica e rilegate.
Una decina in tutto.
Iniziò a mostrarmele, illustrandomi e lodando le caratteristiche che, secondo il suo punto di vista, sarebbero state il motivo principale per cui, da lì a poco, avrei aperto braccia e gambe per saperne ancora di più.
L’ultima foto era di una Prinz fine anni ’60.
Verde.
Il coltello non riuscì più a stare fermo, come mosso da una forza misteriosa, arrivò tra le mie mani come per magia.
Lo tenni nascosto mentre invitai Carmine a mostrarmi la lingua.
Naturalmente, lui pensò immediatamente ad un nuovo giochetto erotico che non conosceva.
Il colpo arrivò inaspettato.
Restai con un pezzetto di lingua in mano: ora non poteva più parlare.
Alzai il volume per coprire i mugolii di protesta che si spensero subito quando gli mozzai la testa con un unico, fluido colpo, mentre gli tenevo le mani immobilizzate tra le mie allenatissime cosce i cui muscoli, a wonderwoman, gli fanno un baffo.
Di passera, naturalmente.
Peccato: Carmine Addolorato del fu Rosario e dell’ancora vivente Leontina Capozzo fu anch’esso.
Trapassato.
Morto.
I suoi colleghi avrebbero sicuramente indagato.
Ma sono molto brava a nascondere le prove.
Soprattutto per chi so possedere una Prinz Verde d’epoca parcheggiata nel garage di Via Fortunati: fu Leonarda Cianciulli in persona a dare a mia nonna la ricetta per un ottimo sapone sbiancante.
Non è mai andata perduta ed è tutt’ora conservata, come una reliquia, nel grimorio di famiglia.

2 commenti:

  1. Queste ragazze sono terribili. Da maschio, anche se fondamentalmente timido e mite ma comunque probabile futuro bersaglio, devo dire che mi inquietano non poco. Da persona, marito e padre, confesso che mi sono terribilmente simpatiche.

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  2. E' solo pseudo-letteratura. In realtà io sono buona come il pane appena sfornato...
    Grazie :-)

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