mercoledì 24 marzo 2010

Idiosincrasia cromatica



L’invito a cena non mi sorprese più di tanto: erano mesi e mesi che il tipo mi faceva una corte serrata e decisi di accettare. 
Stabilendo con me stessa di lasciare a casa, per una volta, gli attrezzi del mestiere.
In fin dei conti, tutto sarebbe avvenuto alla luce dei lampioni e delle candele.
Per una volta, sarei potuta uscire senza la solita calzamaglia nera, dolcevita e giacchetta in pelle dello stesso colore che mi faceva tanto assomigliare ad Eva Kant: sul punto vita quasi identico ero decisamente  d’accordo; sui glutei sodi e sollevati un poco meno.
Non mi piaceva molto l’accostamento all’icona della ladra innamorata del suo Diabolik: io non ero una ladra, ero altro.
Che fosse meglio o peggio non stava e non sta a me dirlo: dal mio punto di vista, il lavoro che mi sono scelta, tanti anni fa, è ben profondamente radicato nell’associazionismo atto a fare del bene. La mia società non è a scopo di lucro, è uni-personale, e svolge un prezioso servizio alla popolazione femminile.
Nessuna agenzia delle entrate mi ha mai attribuito il codice fiscale. 
A dire la verità, non l’ho nemmeno mai chiesto, solitamente agisco senza compenso alcuno e non mi servono sgravi quando il raro ricavato è esentasse e viene bonificato direttamente per vie criptate sul mio conto cifrato aperto sull’isola di Pasqua.
Già, Pasqua… 
Era una sera della settimana precedente i festeggiamenti della risurrezione del Cristo che tutto avvenne.
Chi era lui? 
Un fascinoso cinquantenne dallo sguardo assassino.
Almeno così mi parve. 
Che ci fossi qualche cosa di stonato, me ne resi conto quando suonò prepotentemente al campanello porta e insistette per entrare. 
Non lo feci salire, casa mia ha troppi segreti da condividere con uno sconosciuto del quale non sapevo ancora bene se potevo fidarmi o meno.
Avrebbe potuto rivolgermi domande imbarazzanti sulle chiazze di sangue che coriandolavano il mio divano bianco e non mi andava di mentire, rispondendogli che fu quel giorno che avevo finito i tampax.
Lo feci aspettare pochi minuti, giusto il tempo per cercare conferma nel mio specchio di ciò che già sapevo: ero splendida col mio nuovo taglio di capelli molto yeah yeah, il mio jeans sbiadito sapientemente al punto giusto, la camicia bianca con un bottone strategicamente non infilato nell’asola ad altezza tetta ammiccante, la mia giacca di pelle rosso corallo.
Anche il suo strabico sguardo ammirato confermò che facevo ancora la mia porca figura, nonostante gli enta li avessi già superati da un pezzo.
Solo che i suoi occhi non erano sinceri, erano fasulli come il verde delle lenti a contatto che portava. 
Ed in più, era balbuziente: cosa che non avevo potuto verificare prima nella montagna di sms coi quali aveva annegato nei giorni precedenti il mio telefono.
Balbettava pure nel porgermi un improbabile mazzo di fiori il cui colore determinò un punto minimo di agitazione, mandandomi immediatamente in depressione: come si fa, dico io, a regalare delle rose blu? 
Credeva forse di essere originale? 
Il blu è un colore che sopporto solo nelle cromie dei mari caraibici, s solo quando stempera nel verde. 
Solamente lì, da nessun’altra parte.
Cercai di stare calma: lui, non poteva certo sapere della mia idiosincrasia cromatica. 
Mi informò che aveva prenotato ad un nuovo ristorante che, guarda caso, evocava il blu anche nel nome. 
Il mio stato di agitazione stava nuovamente salendo visibilmente, manifestandosi sotto forma di piccole macchioline perlacee dietro i lobi delle orecchie, chiaro ed inequivocabile segno di una imminente crisi allergica alla presenza dell’uomo. 
Cercai di riacquistare la mia proverbiale calma e di pensare che certamente il ristorante proposto, dall’esotico quanto evocativo nome di Laguna Blu, mi avrebbe riconciliato con il mio assurdo cavaliere balbettante dagli occhi con le lenti a contatto colorate quanto con me stessa.
Ma il destino, come sempre, ci mise lo zampino e non arrivammo mai al ristorante. 
Quando mi prese per un braccio e mi guidò alla sua auto, un urlo mi salì dal torace per esplodere violentemente nella strada pressoché deserta.
Avrei sopportato di tutto per il tentativo di una cena normale nell’imitazione di una vita normale che non avevo mai vissuto.
Sarei sopravvissuta a tre ore di conversazione trattenendo la voglia di aiutarlo a finire la parola che stava dicendo.
Se non fosse stato per quella fottuta auto del quale lui mi stava aprendo la portiera: una duna blu.
No, non ce la potevo fare, era troppo, anche chiamando in mio aiuto Giobbe e tutti gli altri biblici, era impensabile che non avessi una reazione alla vista di quell’orrore infinito e pure dal colore da me più odiato.
Non avendo null’altro a disposizione, mi sfilai i quindici centimetri dal piede destro: la sua fontanella si aprì come un melone e la materia che si sparse attorno era di tutti i colori meno che grigia.
Sul cofano della duna si sparsero, a guisa di decorazioni da far invidia a chiunque surrealista, piccoli grumi di una sostanza non definita: non rassomigliava per niente a quella dei suoi predecessori.
Mi infilai nuovamente la mia scarpa con stiletto annesso, dopo averlo accuratamente ripulito sulla giacca color grigio piombo del mio ormai fu amico. 
Per una volta, avevo lavorato senza alcun incarico a monte ma sapevo che avevo fatto del bene all’umanità femminile.
Salvandole da un altro santo mentitore: uno che ha il coraggio di acquistare una duna blu, che non ha un buon rapporto con la parola e ci si incaglia spesso, è meglio toglierlo dalla faccia della terra, prima che prometta lagune blu a qualche donzella.

N.d.A.: uno dei miei migliori amici è balbuziente, non ha una Duna Blu e mi è stato ispiratore per questo racconto che andrà a fare parte de Le leggende dei santi mentitori.

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