martedì 9 marzo 2010

Herzog è un regista che amo

Già il fatto che alle otto del mattino fiocca neve gelida, con un vento siberiano che trapassa ogni piumino, sciarpa, berrettone e guanti compresi,  non dispone sicuramente nessuno al buon umore.
Figuriamoci me, profonda odiatrice del freddo che quest’anno non ne vuole sapere di andarsene un poco affanculo.
Sapendo poi che ho in programma la prenotazione in ospedale di alcuni esami per la mia mamma, l’umore da grigio naufraga inevitabilmente nel nero cupo, conoscendo già in anticipo che riusciranno a farmi innervosire pur essendo perfettamente consapevole che per quella donna in poltrona andrei anche direttamente in Siberia se occorresse.
Non basta una colazione con concentrato di camomilla come antidoto: l’esperienza insegna e dunque via che si parte, cantando Battiato com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore.
Non ce la farò, lo so.
Primo intoppo: il parcheggio.
Io sono una persona educata, non ho mai fatto richiesta del simbolo per il posteggio privilegiato pur avendone diritto e se non c’è posto, mi metto pazientemente ad aspettare fino a che la signorina che ha appena aperto l’auto col telecomando non arriva, sale e va, lasciandomi l’ambitissimo parcheggio.
Epperò se il furbo di turno imbocca il senso unico e mi frega il posto io mi ci incazzo.
Fare la fila come ho fatto io no, non si può, gli strombazzo ma questa faccia da tolla fa finta di nulla, anzi mi guarda pure stupito, fingendo di non capire la mia ira funesta che sta per scatenare un lutto a suo danno.
Ma nevica ed evito di scendere a dirgliene quattro, lui e il suo Suv del cazzo, saprei io dove te lo dovresti parcheggiare…
Evito anche perché, nel frattempo, si libera un altro posto; provo pure a sorridere ma non mi riesce mica tanto.
Mi dirigo verso gli sportelli del C.U.P.: il fatto che si chiami Centro Unico di Prenotazioni a una mente intelligente cosa suggerisce? Che è lì, proprio lì che devo andare.
Prendo il mio bel numerino, rallegrandomi che ho solo cinque persone davanti.
Aspetto pazientemente che il signore davanti a me infili tutte le sue carte dentro alla cartellina molto capiente, imponendomi di non intervenire ad aiutarlo quando tira fuori tutto quanto il contenuto e batte sul bancone tutti i fogli per allinearli per bene: quando uno è preciso, è preciso.
E’ il mio turno, esibisco il mio bel foglietto fatto dal medico, la signora mi guarda e mi dice che ho sbagliato sportello.
A nulla valgono le mie proteste e la sottolineatura che dove sono in quel momento si chiama Centro Unico di Prenotazioni e che la lingua italiana è chiarissima.
Cos’altro fare se non arrendersi e seguire le indicazioni che mi dà la gentile (sì, diamo a Cesare ciò che è di Cesare) impiegata?
Va bene, ho uno scarso senso dell’orientamento e non aiutano certo i cartelli bi-direzionali disseminati nei corridoi, ma riesco ad arrivare all’arena indicata.
Da spaventarsi…
Praticamente la folla che presumo potrebbe riempire uno stadio per un  concerto di Vasco Rossi.
Va bene, ho esagerato.
Prendo un nuovo numerino, ho il 61 e stanno servendo il numero 48, quindi non sono poi messa così male.
Se non che su cinque sportelli aperti, tre hanno le tendine tirate: chiaro il messaggio che arriva.
E quando le suddette tre tendine vengono fatte salire, zac che scendono le altre due, ché nicotina e caffeina non la si nega a nessuno.
Quando il mio furore è ormai pari a quella di Aguirre, con tutti e cinque gli strafottuti sportelli aperti, arriva il mio turno.
Tralasciamo il particolare che mi servono prenotazioni per otto settimane e quindi la gentilissima signorina non ha capito che basta fare il copia e incolla senza necessariamente sentirsi ripetere dalla sottoscritta i dati necessari.
Tralasciamo anche il fatto che a un certo punto mi dice che sarei dovuta uscire dall’ospedale per andare a fare delle fotocopie: credo le sia bastato il mio sguardo per farle dire “Non potrei, ma le faccio io”.
Poi dimentichiamo la successiva visita presso l’assistenza domiciliare, da tutt’altra parte da dove mi trovo in quel momento: insomma, concentrare tutti i servizi in un’unica struttura sarebbe troppo dispendioso per il magna-magna necessario.
Ma dai, Daniela, sei la solita maligna tu…
Insomma, tanto per farla breve, dopo due ore e qualche cosa sono riuscita a farmi un cappuccino e una pasta, il mio stomaco brontolava parecchio ma non avevo né tempo né modo per dargli udienza, oltre ai polmoni che urlavano di essere riempiti di nicotina.
In macchina, mi sono fermata ad osservare la bufera di neve mentre aspiravo la mia sigaretta con una soddisfazione immensa.
Ma non sono riuscita a non pensare al film di Herzog, alla faccia di Klaus Kinsky: mi assomigliava da morire, stamattina.
Poi dicono che la calma è la virtù dei forti.
Maremma gatta, sò na roccia, io.

6 commenti:

  1. Con me certe auto rischiano pure sono unteppista facilmente finivano entrambi dal carrozziere

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  3. a me invece hai fatto venire in mente TOWANDA in "pomodori verdi fritti"
    (spero che le prenotazioni per tua mamma non siano state fissate troppo in là nel tempo... ne so qualcosa!)

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  4. Ciao, Angie, benvenuta :-)
    Mi citi un film delizioso, ma mica posso farne brodo di tutta quella gente là!
    Le prenotazioni... ahimè, per otto settimane sto a posto. Poi si vedrà... Grazie dei vostri passaggi, ragazzi.

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  5. Centro Unico di Prenotazioni: già solo il nome fa incazzare!
    Questa mania oscena di centralizzare tutto: scuole, ospedali, centri commerciali, ecc..

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  6. Eh Lucien, così è se ci pare!

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