mercoledì 17 marzo 2010

Di voli di parole

“Tra un comizio e l’altro, ce la fai a ricordarti di me?”

“Non stavo facendo comizi, lo sai che la rivoluzione io la faccio seduta ad una scrivania o spaparazzata sul divano. Che c’è?”

“Oh, con un esordio così, si è decisamente invogliati al dialogo. Senti, ragazza, quando la smetterai di pensare agli altri e inizierai per davvero a fare stare bene Daniela?”

“Dipende da cosa tu intendi “fare stare bene Daniela”, forse i nostri concetti non coincidono”.

“Ti seguo, ti leggo, forse un poco ti spio anche. E ciò che vedo, non sempre mi piace. Anzi, mi fa proprio incazzare di brutto. A volte, prenderei quella testolina che hai e la stritolerei lentamente dentro una morsa, per farti uscire tutti i pensieri e lasciarla libera. Forse allora ti renderesti conto di cosa parlo”

“Va bene, ma tanto lo sai che mi entra nell’orecchio sinistro, transita giusto i minuti della telefonata e, prontamente, esce dall’orecchio destro. Però mi piace sapere che anche in queste cose sono trasparente. Hai capito, lo so. E ti posso pure dare ragione ma non so che farci, sono così e non credo potrò mai cambiare. Mi spiego?”

“Si è sempre in tempo a cambiare: basta volerlo”

“No, non credo sia così. E’ insito in noi come persone essere in un certo modo. O diventarlo, ma quando ancora gli imprinting sono giovani e ancora alienabili”

“E’ vero. Anche io ero come te. Poi ho imparato e sono cambiato. Ora posso mandare tutti a fanculo senza troppi rimorsi e rimpianti”

“Ti invidio un poco. Perché anche se ogni tanto inveisco e giuro che farò così, dopo esattamente cinque secondi cambio idea. Pronta nuovamente, per qualsiasi cosa dovesse necessitare. Su una cosa però sono migliorata negli anni…”

“In cosa?”

“Mi ricordo un sabato di luglio, dell’estate del 2001, quando scesi a Salerno con le mie amiche. Passammo davanti allo stabile di un cliente che ci doveva un sacco di soldi: nel cortile, c’era un muletto e parecchi pallets di piastrelle. Iniziai a telefonare a destra e a manca per organizzare il ritiro della merce per venire pari col nostro credito, visto che il tipo aveva risposto ai solleciti di pagamento che non teneva una lira. O c’era già l’euro?”

“Va bene, e allora?”

“Se adesso dovessi rivivere una situazione analoga, non perderei due ore del mio prezioso tempo di ferie per queste cose”

“Sai che non sto parlando di questo ma di altro. Io parlo di te, di ciò che sei e di ciò che fai per te e per gli altri. Hai mai messo il tempo su una bilancia e verificato da che parte pende? Dalla tua o dalla loro?”

“No, non ho bisogno di metterlo sulla bilancia”

“…”

“Sto riflettendo. Stai zitto un attimo. Ok, penderebbe dalla mia parte se ritrovassi ciò che amavo più fare e cioè leggere e, perché no, scrivere. Vedi, amico mio, questo ho perso, il tempo per fare questo per me, solo per me. Dici che dovrei ricominciare?”

“Dico che dovresti. Se è ciò che ti aiuta sì, dovresti decisamente. E poiché non hai alcuno impedimento, perché non inizi con liberarti dei rami secchi e pensi a far di nuovo fiorire le tue parole, come sapevi fare una volta? Ti bastava guardare un volto e ci ricamavi una storia completamente inventata, magari solo perché aveva un neo di forma strana proprio sulla fronte. Guardavi dalla tua finestra e partivi per il tuo mondo di parole. Riprovaci, Dani…”

“In effetti oggi sono andata al cimitero. C’era un’epigrafe non del solito nero ma di un azzurro scuro perché era a ricordare il primo anniversario della morte di un volto e di un nome sconosciuto. E mentre osservavo, mi chiedevo cosa potesse aver fatto nella sua vita quella donna. Forse, aveva anche lei un amico spacca balle come te, che ogni tanto le ricordava di volersi bene”

“Forse. Oppure non lo ha mai avuto e si è impiccata ad una trave, che ne sai? Avanti, scrivi, raccontami. E, per una sola volta, ascoltami”

“Ci penserò. Sono arrivata. Ciao, alla prossima”

“Ciao, testa di coccio”.

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