domenica 14 marzo 2010

Di nickname, di amicizie

Percorrendo le strade infinite del web, ho conosciuto tante persone. Come navi, alcune hanno transitato e ripreso il loro mare; altre, invece, ci sono restate per pochissimo tempo; sufficiente per entrare nel mio baule dei ricordi.

Francisco Ibarra
Dopo mesi e mesi di latitanza ieri sera si è illuminata la casella di MSN che mi annunciava l’entrata in linea di Francisco, il cui vero nome è Beppe: è il mio amico lontano della pampas argentina, conosciuto una vita fa nel salotto delle buone letture; per chi non lo sapesse il salotto suddetto è una stanza della chat di Virgilio/C6 dove di tutto si parla meno che di letture, buone o cattive che siano.
Ne ero una frequentatrice abituale fino a molto tempo fa, quando cercavo di convogliare le chiacchierate serali su qualche cosa che non fosse solamente il tacchinamento, lanciando argomenti di discussioni musicali o letterarie, al punto che la redazione di Virgilio mi chiese se potevo essere interessata a diventare una Atlantis ovvero una moderatrice delle stanze.
Non accettai e optai per un altro genere di scrittura, decisamente più gratificante per quello che mi riguarda e piano piano abbandonai quel mondo nel quale ho conosciuto tanti stronzi ma che mi ha anche regalato conoscenze o amicizie, molto rare in verità, che durano tuttora.
Francisco è una di queste rarità.
Ieri sera mi ha fatto molto piacere ritrovarlo, era da dicembre almeno che non lo vedevo in linea e mi ha, come solito, sommerso di parole.
Mi ha invitato a fare una capatina assieme a lui in chat, cosa che dopo un lieve tentennamento ho fatto e mi sono ritrovata in quel mondo che credevo non esistesse più ed avevo dimenticato ed invece era ancora là, con nick vecchi ed altri nuovi sconosciuti, oltre a vecchi mascherati da altri nuovi che però non hanno resistito alla tentazione di sussurrarmi nella casella del PVT chi erano nella virtuale vita trascorsa.
Che gli stakanovisti della stanza abbiano riconosciuto il mio nick ed accolto con manifestazioni di felicità nel rivedermi mi ha fatto piacere, così come mi ha fatto piacere la curiosità nel sapere dove sono sparita da parte d’alcune vecchie compagne di chat con le quali da tempo non ho più contatti.
Francisco era molto orgoglioso nel pavoneggiarsi con tutti "Avete visto chi vi ho riportato?", manco fossi un evento nazionale!
Poi ha iniziato con le sue solite frasi che sono sempre state calde come un tango, dirette a tutti ed a nessuno; il suo chattare lo ha sempre portato ad essere molto gettonato dalle donzelle che ignorano che peste si nasconde dietro a quelle parole ruffiane.
Dopo circa dieci minuti trascorsi a leggere quel fiume di parole che scorrevano, cercando di seguire chi parlava a chi e pensando tra me e me che ci avevo veramente perso la mano anzi l’occhio, mi sono annoiata ed ho detto a Francisco che chiudevo, dopo aver salutato tutti quanti con la promessa che mi sarei affacciata ancora.
Mi ha seguito e su MSN mi ha fatto un resoconto degli ultimi mesi della sua vita, che lo ha visto padre per la seconda volta: il suo secondo bambino è nato in gennaio ed io sono diventata la sua zia putativa italiana, mi ha inviato la foto ed è un bellissimo bambino cicciottello, con la pelle scura e gli occhi verdi del padre.
Già, io non capisco perché tutti i miei amici virtuali hanno gli occhi verdi, vigliacco se uno dico uno ha che so, gli occhi azzurri o castani, no, verdi, porca pupazza!
Francisco non mi ha mai voluto dire perché un giorno ha lasciato la comoda Bergamo per l’Argentina; mi ha solo fatto capire che c’erano delle questioni politiche di mezzo per cui ha deciso di tagliare i ponti.
Mi ha chiesto se ascoltavo ancora ogni tanto Te recuerdo Amanda, una delle canzoni del suo cantautore preferito, Victor Jara. O se leggevo ancora Borges, del quale mi regalò una poesia, E s’apprende, che conservo ancora.
Mi ha detto che sta collaborando ad un progetto di una casa famiglia per l’accoglienza di ragazze madri, mi ha mandato le foto della prima gettata di cemento delle fondamenta e ne scriveva con un entusiasmo tale e particolarità di dettagli che mi pareva di vederlo, con gli occhi accesi della speranza di migliorare qualche cosa, con la consapevolezza di essere un piccolo granello di sabbia in una spiaggia di indifferenza.
Mi ha raccontato delle fiestas che durano due giorni, con lui e compagni ubriachi di birra e le donne che fanno le avances; mi ha raccontato di sua figlia di quattro anni, di quando vanno alla domenica mattina a cavallo da soli e di quanto è innamorato di quella bambina.
Si è comprato un cellulare e mi ha detto che mi chiamerà; non gli credo, al pari di quando dice che prima o poi torna in Italia e mi verrà a trovare per un caffè.
"Quel giorno" dice "vedrai una montagna d’uomo, con il pizzetto e due fanali verdi che ti aspetteranno all’uscita dell’ufficio".
Non sarà mai, lo sappiamo entrambi, ma è dolce pensare, a volte, che un oceano possa essere sorvolato e potremmo finalmente guardarci negli occhi e ridere.
Chissà…
Per ora gli mando una mail con il link di questa pagina, lo renderà contento sapere che ho parlato a voi di lui.

Principe Myskin
Myskin è il mio amico principe, idiota ma solo di pseudonimo, perché lui è tutt’altro; anche se qualche cosa del personaggio di Dostoevskij lo possiede.
D’altra parte la scelta di quel nome non è stata del tutto casuale, come lui stesso asserisce.
Era una vita che non lo sentivo ed oggi mi ha chiamata; è incredibile come lui arrivi nel mio telefono quando ho le necessità pur non ammessa di sentire la sua voce, con quel misto di accento tosco - calabrese talmente intrigante che mi provoca dei brividi lungo la schiena, che smorzano prontamente in altra sensazione quando comincia a rimproverarmi, man mano che lo aggiorno sulle ultime novità e gli ultimi pettegolezzi.
Che poi pettegolezzi non sono: è semplicemente riprendere il discorso interrotto mesi fa, anche se pare che l’ultima telefonata sia stata interrotta da poche ore; è sempre così, con lui, da quando ci conosciamo, ormai tre anni.
Anche lui, comunque, aveva un sacco di cosa da raccontarmi, non ultimo del suo libro che pare sarà presentato alla stampa prima dell’estate; abbiamo riso pensando che il parto, anziché i canonici nove mesi, è in gestazione da quasi due anni, ma Myskin è un tipo che la prende con filosofia, lemme lemme, infila le sue sedute in biblioteca a scrivere tra una cattedra ed un’altra, uno splendido quarantanovenne d’assalto ancora alla ricerca del suo centro di gravità permanente.
Come da copione, mi ha beneficiato dei suoi rimproveri, tanto sa che mi entrano nell’orecchio destro ove ho appoggiato il telefono e mi escono direttamente da quello sinistro senza transitare per molto in mezzo, nemmeno il tempo per memorizzare le sue parole.
Non ci siamo mai incontrati: la nostra amicizia è nata in chat, è proseguita al telefono, tant’è che Tim ci ha insigniti con la placca d’oro del premio “I nostri più fedeli consumatori”.
A Natale mi ha fatto un regalo: mi ha inviato la sua foto, dopo tanto tempo si è degnato di farsi vedere.
La descrizione che aveva fatto di se stesso era lontano mille miglia da quello splendido esemplare di maschio ritratto mentre sorrideva con la sciarpa a colori sgargianti.
Abbiamo riso tantissimo, ridiamo tantissimo.
Non so perché con lui c’è questa amicizia così profonda.
So solamente che lui è come un’ancora che arriva a ormeggiare la barca del mio malumore quando sta per andare alla deriva.

Sono passati altri mesi da quando scrissi questa pagina che non ho mai pubblicato, più o meno otto.
Poco fa, ancora una volta, Myskin è tornato nelle mie orecchie.
Gli ho raccontato di quello che sto facendo qui sopra.
Ha riso un sacco, contagiandomi e appellandomi, per l’ennesima volta, tempesta.
Ma oltre che tempesta io sono pure bastarda: ho deciso di pubblicare questa pagina e di mandargli il link della pubblicazione in posta.
Perché vorrei arrivasse a tempestare anche lui, qui sopra.
Perché sappia che la sua amicizia mi è preziosa.
Quanto la sua risata.

Lucasolomary
Marianna dagli amici si fa chiamare Mary.
Ha cinquantadue anni e tanti lutti che le pesano sul corpo magro ingobbendole le spalle.
Prima sono morti gli anziani genitori, poi una figlia ventenne, dopo che il marito pro-forma l’ ha lasciata per una più giovane.
Marianna ha conosciuto da vicino la morte con tutte la devastazione e il dolore sordo che non ha mai avuto il tempo di assestare, incalzato dal lutto successivo.
Dopo il dolore le è restato solamente il guardarsi attorno, il vedere solo il vuoto, il nulla di persone e di affetti.
Vive in solitudine; Marianna si chiede spesso che cosa ci ha trovato la signora di nerovestita alla sua porta di quel quartiere di case popolare di periferia.
Marianna ha cercato di alleviare le sue serate di solitudine entrando in chat, per fare due chiacchiere con perfetti sconosciuti che possano riempirle le serate.
E’ qui che l’ ho conosciuta, due anni fa, nel mondo virtuale dei salotti ciarlieri fatti di parole vuote sparate sul monitor da altrettante persone protette dall’anonimato di uno pseudonimo.
Mi colpì il nickname che aveva scelto, solomary, tra tante farfallina63, cuoricinodaprile, perlabianca, misteria…
Il suo nick mi fece pensare ad una persona semplice.
Leggevo quello che scriveva: parlava con tutti e con nessuno, sempre disponibile ad una parola gentile e tutti erano amabili con lei.
Una sera mi chiamò in privato e mi raccontò la storia della sua vita, delle sue sofferenze e dei suoi lutti.
Mi disse che in quel periodo iniziava a vedere nel tunnel della sua esistenza un piccolo punto di luce, aveva conosciuto una persona in chat, sola come lei.
Si era innamorata di Luca, si erano incontrati alcune volte e quel sentimento che in chat era emerso in un’aurea virtuale, nel vedersi negli occhi aveva trovato una conferma; lui aveva deciso di trasferirsi a casa di Mary, con la speranza di trovare entrambi un poco di serenità.
I loro nick non si videro più in chat per qualche tempo.
Ogni tanto la sentivo al telefono, non mi pareva felice, ma non osavo entrare troppo nel suo privato e non indagavo più di tanto.
Quest’estate una sera apparve un nick, lucasolomary.
Capii immediatamente che era lei, dal suo modo di salutare la stanza.
Me lo confermò chiamandomi in privato e domandandomi se poteva telefonarmi.
Restammo al telefono tre ore, mi raccontò tra le lacrime dell’arroganza di Luca, del suo modo perentorio di fare le cose solamente a modo suo, di come fosse riuscito, in pochi mesi, a distruggerla psicologicamente.
Mi raccontò di quando la sera lui la prendeva senza amore, sfogando su di lei anni e anni di frustrazioni sessuali, trattandola come una bambola di carne da riempire e null’altro, senza tenerezza, senza un bacio od una carezza.
Mi disse di come diventava violento quando i tovaglioli non erano perfettamente allineati e le posate non erano accuratamente disposte in tavola.
Mi parlò di come era finito tutto.
Luca quella sera aveva deciso che non avrebbero cenato.
Quando lei si alzò per prepararsi un thè caldo, lui la guardò, la prese a schiaffi e calci, urlandole contro che aveva detto che quella sera non si cenava e che lei doveva ubbidire.
Il mattino seguente aveva fatto le valigie e se ne era andato.
Mary voleva Luca.
Violento, iroso, irascibile, lei lo voleva, non riusciva a pensare alla sua vita senza quell’uomo, voleva uccidersi perché non poteva sopportare un ennesimo abbandono da chi amava.
Non aveva alcuna importanza che Luca fosse un sadico, un carnefice che trovava lei sua vittima, sua schiava sempre pronta e disponibile, disposta a subire ogni tortura fisica e psicologica pur di accontentarlo.
Io non avevo parole, non riuscivo a trovare le parole per aiutarla.
Le suggerivo di rivolgersi ad un medico, aveva bisogno di un aiuto psicologico per ritrovare quella fiducia in se stessa che Luca aveva violato e distrutto.
Mi promise che lo avrebbe fatto.
Lo scorso agosto le telefonate con Mary erano quotidiane, ma la sua disperazione immutata. Entrava in chat con quel nick, lucasolomary, accontentandosi di leggere quello che lui scriveva, per sentirlo vicino a lei.
Non le importava se lui, in stanza, l’appellava con tutte le più brutte parole che si possono rivolgere non solo ad una donna, ma a un qualsiasi essere umano.
Mary mi diceva che in quel modo lui si sfogava e che se sfogava abbastanza lei era certa che sarebbe tornato, che l’avrebbe amata ancora.
Diradai le mie entrate in chat ed anche le telefonate si fecero più rare, fino a cessare del tutto.
Ieri le ho mandato un sms, per augurarle Buon Natale.
Mi ha risposto.
“Luca non mi ha fatto gli auguri. Ma sono certa che tornerà”.

Meridio
“Sei una cretina, sei una fottuta cretina e, per di più, pure comunista…”
Come si fa a perdere la testa, ad innamorarsi perdutamente di un uomo il cui complimento più grande è questo? Ah, voi non lo so. Ciò che io conosco per certo è che quando Meridio mi chiama cretina, io mi sciolgo come neve al sole. Quando poi, spinto da una passione incontenibile, il cretina ha la maiuscola e la erre doppia – non chiedetemi come so che è così, lo so e basta -, io parto del tutto e divento una specie di blob molliccio pronto ad assorbire qualunque parola mi arriverà da quella voce ragazzina che passa, con una nonchalance incredibile, dalla cadenza milanese a quella siciliana, con punte incredibili da bagnino romagnolo che, se fosse trapiantato in riviera, cuccherebbe da mattina a sera tutte le straniere e, perché no, pure le nostrane.
Dove l’ho conosciuto questo? Eh, sono i misteri delle vie infinite delle strade non asfaltate né lastricate. E’ successo. Punto.
La metafisica del pettegolezzo è una materia di studio in certi ambienti e oggi, io, ho deciso di accontentare le orde di curiosi che vogliono entrare nel mio intimo. Ve lo do, ve lo do, lasciatemi solamente il tempo di partire dall’inizio ma dove sta l’inizio, dove sta la fine? Ditemelo voi, se lo sapete…
Lui, il mio tesoro, è sfuggente come una biscia, non so mai cosa devo aspettarmi: sparisce per tre giorni, al punto che la prima volta avevo già contattato RAI 3 per un’edizione speciale di Chi l’ha visto; poi torna, come se nulla fosse successo, a riempirti di dolcezze e di idee con un entusiasmo sì contagioso da perdonargli le ore desaparecidos.
Insomma, un grandissimo bastardo.
Ma tanto adorabile.
 “Senti, cretina comunista, che sei venuta a fare qui?”
 “Mi piace come scrivi e mi piace leggerti, entrare nella tua testolina; mi ritrovo a chiedermi se ciò che leggo è frutto di fantasia o, al contrario, è la tua vita vissuta che, per il poco che conosco di te, cerchi di esorcizzare con una prosa ironica, dissacrante e, soprattutto, misogina. Ma che ti han fatto tutte ste donne?”
 “Che mi hanno fatto, non è affare tuo. Lo potrebbe diventare nel momento in cui deciderò di farti diventare la prossima, da ricordare. Che farai per esserlo?”
 “Ah, non lo so. Ho una vita abbastanza piatta, io. Non è che abbia fatto tutte le cose che tu dici di aver fatto…”
 “Deficiente, io le ho fatte per davvero, non sono balle che ti ho cacciato per conquistarti. Sei una cretina, per di più di sinistra: ti pare di essere il mio ideale di donna?”
 “Non mi ha nemmeno sfiorato l’idea, stai sereno. Però… Insomma, tesoro, tu mi piaci. Perché sei l’esempio lampante di quella categoria di uomini che dicono di odiare il genere femminile solo ed unicamente perché, in tal modo, le vai a colpire nei loro sentimenti più profondi, lanciando in tal modo loro una sfida a proporsi per essere la prossima salvatrice dell’uomo solitario che tu dici di essere.”
 “Cretina, comunista e pure scema. Che ho fatto di male?”
 “Vedi, già mi ami, ammettilo.”
 “Non ti amo. Però sei simpatica perché sei tenace”
 “Tu mi ispiri. Non mi supporti molto ma mi sopporti: me lo faccio bastare, tesoro.”
 “E che vorresti da me?”
 “Tante cose ma poiché non tutte sono realizzabili, resto coi piedi per terra e ti chiedo condivisione di ciò che tu sai, affinché anche io, poi, possa sapere. Che ne dici?”
 “Che se decido di darti una mano, non ho detto che ho già deciso, sappi, cretina, che nono lo farò solo per dare a te qualche cosa: anche io voglio la mia fetta della torta, è chiaro?”
 “Sì, mi pare equo. Ma, sinceramente, cosa ritieni possa dare io a te?”
 “Mi potresti - non montarti la testa, ho detto potresti – farmi tornare la voglia di scrivere. Ma… C’è un ma…”
 “Lo sai che sei antipatico da morire, vero?”
 “E’ per questo che mi ami”
 “Qual è il ma?”
 “Il ma è che se decido, si fa come dico io. Non mi accontento di restare in un angolino”
 “Che tu sia una prima donna, amore, lo avevo capito. Ma non posso certamente pensare di lasciare a te tutto il palcoscenico"
 “Non ho parlato di questo. Anche perché se decidessi di salire sul proscenio, non ci sarebbe trippa per i gatti, scema. Io intendevo dire che l’idea che ti proporrò dovrà essere vagliata accuratamente prima di essere scartata, e se mai dovesse, mi occorrono delle motivazioni serie o mando te e i tuoi amici a cagare”
 “Che signore, che classe che c’hai. Ti amo ogni giorno di più, lo sai?”
 “Taci, cretina. E ascoltami”
 “Perché, ho una alternativa? Io però non ci credo che faresti questo senza che ci sia un tuo - chiamiamolo così – tornaconto. Non è a scopo di lucro, è una cosa provincialissima: che ci guadagni, tu, a questo punto? Perché lo fai, insomma?”
 “Vedi, continui ad essere la solita cretina comunista”
 “Sì, una di quelle che mangiano i bambini, possibilmente neonati ché son più teneri”
 “Io ci ho già guadagnato, cretina: nella tua idea, per quanto strampalata e ancora confusa, c’è del buono, molto buono. Io ci ho lucrato di già perché, stupida, mi hai fatto tornare la voglia di scrivere. Non lo facevo da due anni, lo sai?”
 “Due anni fa non ti conoscevo ancora. Magari lo avessi fatto! Mi sarei concentrata su di te, sui progetti comuni e a quest’ora dove saremmo potuti arrivare?”
 “Insieme? In alto, sì. Ma ci possiamo arrivare, io ho una gran voglia di farlo”
 “Meridio, ti amo.”
 “Occorre confronto.”
 “Ma per il confronto occorre il vis to vis.”
 “Certo che sì. Dove sta il problema?”
 “Davvero saresti disposto a venire da noi?”
 “Certo. Quando torno dagli States ci organizziamo.”
 “Fighetto, lui, che va negli States. Ti invidio, Meridio: invidio la tua vita piena, le cose che hai fatto e realizzato. Hai cinquant’anni ed hai il mondo in mano”
 “Sai, all’inizio di te pensavo tu fossi una cretina comunista dolce, carina e simpatica. Ora ho cambiato idea”
 “Non mi sopporti più, lo so, sono pesante, pedante, insistente, rompiballe.
 “Lasciami finire, stupida. Ora penso che tu sia….
 “Dimmelo!”
 “Penso che tu sia adorabile”
 “Meridio, dimmelo in tutte le lingue del mondo. Ed io ti ricorderò come un tsunami che è passato di qui. Con l’ammiraglia di rappresentanza”

KingBaffo
Tu sai anche quello che non ti ho mai detto, perché non sono mai necessitate parole.
Non hai mai ascoltato la mia voce ma sai esattamente che tono avrebbe in certi momenti e quale invece in altri, sai quando sono accigliata pur senza vedermi e quando rido della risata più squillante.
Ci sono i legami d’amore e ci sono i legami d’amicizia; hanno fili sottili, simili eppur diversi, ad intrecciarli. Ma quando riescono a trovare la giusta trama di lavorazione sono entrambi resistenti alle sollecitazioni ed agli strappi.
Conosco tante persone, ho tante frequentazioni e sì, tante amiche e amici ma nessuno come te, perché grazie a te ho compreso che non si può pretendere di far scorrere i fiumi controcorrente, devono seguire il loro corso ed i nostri sono stati scavati su letti diversi, il tuo attraversa il terreno roccioso di un impervio monte che io non ho mai visto e toccato, il mio invece scorre in un letto argilloso in una piana tranquilla.
Ma le argille, se impastate con acqua e temperate con il fuoco, diventano pietra dura: tu in questi mesi sei diventato acqua e fuoco ed ora sono roccia, io ti ringrazio.
Non ho altre parole, se non ripetere, ancora una volta, che ti voglio bene, amico mio.
Ma in fondo lo sai….

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